Il movimento del buco nero attorno a Vega stava creando un’evidente ondulazione nelle fasce di frammenti immediatamente adiacenti. Il dodecaedro stava producendo senza dubbio una scia più modesta. Ellie si domandava se quelle perturbazioni gravitazionali, quelle estese rarefazioni e condensazioni, avrebbero avuto qualche conseguenza a lungo termine, mutando la struttura della successiva formazione planetaria. Se così fosse stato, allora l’esistenza di qualche pianeta di bilioni di anni a venire sarebbe stata dovuta al buco nero e alla Macchina… e perciò al Messaggio, t perciò al Progetto Argus. Si rendeva conto di personalizzare troppo la cosa; se lei non fosse mai vissuta, qualche altro radioastronomo avrebbe sicuramente ricevuto il Messaggio, prima o poi. La Macchina sarebbe stata attivata in un momento diverso e il dodecaedro sarebbe arrivato lì in un altro tempo. Dunque, qualche futuro pianeta in quel sistema avrebbe potuto esserle debitore della sua esistenza. Ma allora, per simmetria, aveva impedito l’esistenza di qualche altro mondo che era destinato a formarsi se lei non fosse mai vissuta. Era vagamente /gravoso essere responsabili con azioni innocenti dei destini di mondi sconosciuti.
Tentò una ripresa panoramica, cominciando all’interno del dodecaedro e poi fuori sui montanti che tenevano assieme i pannelli pentagonali trasparenti, e avanti a inquadrare lo spazio vuoto negli anelli di frammenti in cui essi stavano orbitando in compagnia del buco nero. Seguì con la camera il varco, fiancheggiato da due anelli bluastri, sempre più lontano. C’era qualcosa di un po’ strano laggiù, una sorta di curva nell’anello interno adiacente. «Qiaomu,» disse, porgendogli il teleobiettivo, «guarda laggiù. Dimmi cosa vedi.»
«Dove?» Ellie indicò di nuovo con il dito. Dopo un istante lui lo aveva trovato. Ellie lo dedusse dalla sua leggera ma inequivocabile inspirazione.
«Un altro buco nero,» disse. «Molto più grande.»
Stavano cadendo di nuovo. Questa volta il tunnel era più ampio e loro stavano andando a una velocità superiore. «Tutto qui?» Gridò Ellie a Devi. «Ci portano fino a Vega per esibire i loro buchi neri. Ci fanno dare un’occhiata ai loro radiotelescopi da un migliaio di chilometri di distanza. Ci passiamo dieci minuti e poi loro ci ficcano in un altro buco nero e ci rimandano sulla Terra. E’ questa la ragione per cui abbiamo speso due trilioni di dollari?»
«Forse siamo fuori strada,» stava dicendo Lunacarskij. «Forse l’unico punto reale era infilarsi nella Terra.»
Ellie immaginò degli scavi notturni sotto le porte di Troia. Eda, con le dita aperte, li stava invitando alla calma. «Aspettiamo a dirlo, questo è un tunnel diverso. Perché si dovrebbe pensare che riporti alla Terra?»
«Ma Vega non doveva essere la nostra meta?» chiese Devi. «Il metodo sperimentale. Vediamo dove usciamo adesso.» In quel tunnel c’erano meno sfregamenti contro le pareti e meno ondulazioni. Eda e Vaygay stavano discutendo un diagramma spazio-tempo che avevano tracciato nelle coordinate Kruskal-Szekeres. Ellie non aveva la benché minima idea di che cosa stessero parlando. La fase di decelerazione, la parte del passaggio che sembrava in salita, era ancora sconcertante.
Questa volta la luce alla fine del tunnel si presentava arancione. Emersero a una considerevole velocità nel sistema di una binaria in contatto, cioè di due soli tangenti. Gli strati esterni di una vecchia stella gigante rossa si stavano riversando sulla fotosfera di una vigorosa nana gialla di mezz’età, somigliante al Sole. La zona di contatto tra le due stelle era brillante. Ellie cercò degli anelli di frammenti, dei pianeti o dei radio osservatori orbitanti, ma non riuscì a trovare nulla. Ma la cosa non significava molto, si disse. Quei sistemi potevano avere un bel numero di pianeti, ma non sarebbe mai riuscita a scorgerli con quel piccolo teleobiettivo. Proiettò il sole doppio sul pezzo di carta e ne fotografò l’immagine usando un obiettivo con focale corta.
Poiché non c’erano anelli, c’era meno luce diffusa in quel sistema che attorno a Vega; con un obiettivo grandangolare fu in grado, dopo qualche ricerca, di riconoscere una costellazione che assomigliava abbastanza al Gran Carro. Ma aveva una certa difficoltà a individuare le altre costellazioni. Poiché le stelle luminose del Gran Carro si trovano ad alcune centinaia di anni luce dalla Terra, Ellie concluse che non erano balzati in avanti più di alcune centinaia di anni luce.
Lo disse a Eda e gli chiese cosa ne pensasse. «Che ne penso? Penso che sia una metropolitana.»
«Una metropolitana?»
Ellie ricordò la sensazione di cadere che aveva provato subito dopo che la Macchina era stata attivata; per un momento le era sembrata una caduta nelle profondità dell’inferno.
«Una metropolitana. Una sotterranea. Queste sono le stazioni. Le fermate. Vega e questo sistema e altri. I passeggeri salgono e scendono alle fermate. Si cambia treno, si prendono le coincidenze.» Indicò la binaria in contatto, e lei notò che la sua mano proiettava due ombre, una antigialla e l’altra antirossa, come — fu l’unica immagine che le venne in mente — in una discoteca. «Ma noi, noi non possiamo uscirne,» proseguì Eda. «Noi ci troviamo in un vagone ferroviario sigillato. Stiamo andando al terminal, al capolinea.»
Drumlin aveva definito tali speculazioni cose da Fantasilan-dia, e questa era — a quanto ne sapeva — la prima volta che Eda aveva ceduto alla tentazione.
Dei Cinque, lei era il solo astronomo d’osservazione, anche se la sua specialità non era nello spettro ottico. Sentì che era sua precisa responsabilità accumulare la maggior quantità di dati possibile, nei tunnel e nel comune spazio-tempo quadridimensionale in cui uscivano periodicamente. Il presunto buco nero da cui sbucavano era sempre in orbita attorno a qualche stella o a un sistema di stelle multiple. I buchi neri erano sempre in coppia, ce n’erano sempre due che dividevano un’orbita simile: uno da cui venivano espulsi e un altro in cui cadevano. Non c’erano due sistemi che si assomigliassero davvero. Nessuno era uguale al sistema solare. Tutto ciò forniva istruttive intuizioni astronomiche. Nessuno di essi mostrava qualcosa di simile a un prodotto di un’intelligenza aliena: un secondo dodecaedro, o qualche progetto di ingegneria di ampia portata capace di smontare un mondo e di ricostituirlo in ciò che Xi aveva definito un congegno.
Questa volta, emersero vicino a una stella che mutava visibilmente la sua brillantezza (Ellie era in grado di dirlo in base alla progressione di aperture d’obiettivo richieste); forse si trattava di una delle stelle variabili del tipo RR Lyrae; alla fermata successiva c’era un sistema quintuplo; quindi una nana marrone dalla debole luminosità. Alcune erano nello spazio aperto, altre avvolte da una nebulosità, circondate da nubi molecolari risplendenti.
Ricordò l’avvertimento «Ciò sarà dedotto dalla vostra quota di Paradiso». Nulla era stato detratto dalla sua. Nonostante uno sforzo consapevole di mantenere una calma professionale, il suo cuore si esaltava a quella profusione di soli. Sperava che ognuno di essi fosse una casa per qualcuno. O che lo sarebbe stato un giorno. Ma dopo il quarto balzo cominciò a preoccuparsi. Soggettivamente e stando al suo orologio da polso, sembrava che fosse trascorsa circa un’ora da quando avevano lasciato Hokkaido. Se avessero impiegato molto più tempo, la mancanza di servizi si sarebbe fatta sentire. Probabilmente c’erano degli aspetti della fisiologia umana che un’avanzatissima civiltà non riusciva a dedurre nemmeno dopo un attento esame di una trasmissione televisiva. E se gli extraterrestri erano così intelligenti, perché li facevano avanzare con tanti piccoli balzi? Benissimo, forse il salto dalla Terra avveniva in modo rudimentale perché soltanto dei primitivi stavano sfruttando un’estremità del tunnel. Ma dopo Vega? Perché non potevano farli giungere direttamente alla meta del dodecaedro? Ogni volta che Ellie usciva sfrecciando da un tunnel, era in grande aspettativa. Quali meraviglie avevano in serbo per lei ancora? Le venne fatto di pensare a un gigantesco parco dei divertimenti, e immaginò Hadden intento a puntare il suo telescopio su Hokkaido nel momento in cui la Macchina era stata attivata. Nonostante lo splendore dei panorami offerti dai creatori del Messaggio, e per quanto Ellie si compiacesse della sua padronanza della materia mentre spiegava agli altri qualche aspetto dell’evoluzione stellare, dopo un po’ finì per sentirsi delusa. Dovette faticare per definire la sensazione che provava. Dunque, gli extraterrestri si stavano vantando. Era una cosa sconveniente. Tradiva una certa mancanza di carattere.