Così avevano viaggiato per trentamila anni luce per passeggiare su una spiaggia. Avrebbe potuto anche andar peggio, pensò Ellie. Soffiava la brezza e si creò un piccolo turbine di sabbia davanti a lei. Era soltanto un’elaborata simulazione della Terra, forse ricostruita in base ai dati raccolti da una normale spedizione esplorativa milioni di anni prima? O i Cinque avevano intrapreso quell’epico viaggio solo per migliorare la loro conoscenza di astronomia descrittiva, e poi erano stati scaricati senza troppe cerimonie in qualche piacevole angolo della Terra?
Quando si voltò, Ellie scoprì che il dodecaedro era scomparso. Avevano lasciato a bordo il supercomputer superconduttore e la sua biblioteca di consultazione, oltre ad alcuni degli strumenti. La cosa li preoccupò per non più di un minuto. In fondo stavano bene ed erano sopravvissuti a un viaggio che valeva la pena di essere raccontato. Vaygay spostò lo sguardo dalla fronda che El-lie aveva voluto a tutti i costi portare con sé al gruppo di palme lungo la spiaggia e rise. «Come portar carbone a Newcastle,» commentò Devi. Ma la sua fronda era diversa. Forse ne avevano di tipi diversi lì. O forse la varietà locale era stata prodotta da un fabbricante disattento. Ellie guardò il mare. Le venne in mente con forza l’immagine della prima colonizzazione del suolo terrestre, circa quattrocento milioni di anni prima. Dovunque si trovassero — nell’Oceano Indiano o al centro della Galassia — loro cinque avevano compiuto qualcosa di incomparabile. L’itinerario e le destinazioni erano stati completamente fuori della loro portata, era vero. Ma avevano attraversato l’oceano di spazio interstellare e dato inizio a quella che doveva essere sicuramente una nuova epoca nella storia dell’uomo. Ellie ne era molto orgogliosa. Xi si tolse gli stivali e arrotolò fino al ginocchio i pantaloni della tuta, carica di sgargianti etichette, che per ordine dei governi dovevano tutti indossare. Cominciò ad avanzare lentamente tra le onde che s’infrangevano dolcemente. Devi si appartò dietro una palma e ne uscì in sari, con la tuta da viaggio ripiegata sotto il braccio. Fece venire in mente ad Ellie un film di Dorothy Lamour. Eda tirò fuori quella specie di berretto di lino che rappresentava il suo segno distintivo sulla Terra. Ellie li riprese con il suo apparecchio in brevi sequenze. Una volta ritornati a casa, sarebbe sembrato esattamente come un filmetto delle vacanze. Si unì a Xi ed a Vaygay fra i flutti. L’acqua dava l’impressione di essere quasi calda. Era un piacevole pomeriggio e, tutto considerato, un cambiamento gradito rispetto all’inverno di Hokkaido che avevano lasciato poco più di un’ora prima.
«Tutti hanno portato qualcosa di simbolico,» disse Vaygay, «eccetto me.»
«Che vuoi dire?»
«Sukhavati ed Eda si sono portati i costumi nazionali. Xi ha portato un grano di riso.» Infatti, Xi stava tenendo il grano in un sacchettino di plastica tra il pollice e l’indice. «Tu hai la tua fronda di palma,» proseguì Vaygay. «Ma io, io non ho portato nessun simbolo, nessun ricordo dalla Terra. Io sono l’unico vero materialista del gruppo, e tutto ciò che ho portato si trova nella mia testa.» Ellie portava appeso al collo il suo medaglione, sotto la tuta da viaggio. In quel momento se lo tirò fuori, dopo essersi aperta il colletto. Vaygay se ne accorse e lei glielo diede da leggere. «Penso si tratti di Plutarco,» disse dopo un attimo. «Erano parole coraggiose quelle pronunciate dagli Spartani. Ma ricordati che sono stati i Romani a vincere la battaglia.»
Dal tono di questo ammonimento, Vaygay doveva aver ritenuto il medaglione un regalo di der Heer. Ellie si sentì riscaldare dalla disapprovazione che il russo mostrava per Ken — sicuramente giustificata da fatti — e dalla sua costante sollecitudine. Lo prese sottobraccio.
«Ammazzerei qualcuno per una sigaretta,» disse amabilmente, usando il braccio per stringere la mano di lei contro il suo fianco. I Cinque si sedettero insieme accanto a una piccola pozza creata dalla marea. Il frangersi dei flutti produceva un sommesso rumore bianco che le ricordava l’Argus e i suoi anni di ascolto del rumore cosmico. Il Sole che aveva superato lo zenith, si trovava sull’oceano. Un granchio passò velocemente con la sua andatura sghemba, con gli occhietti rotanti sulle antenne. Con granchi, noci di cocco, e le limitate provviste che avevano in tasca, avrebbero potuto sopravvivere abbastanza bene per un certo periodo. Non c’erano orme sulla spiaggia, a parte le loro.
«Noi pensiamo che abbiano fatto loro quasi tutto il lavoro.» Vaygay stava spiegando il pensiero suo e di Eda a proposito di quello che loro cinque avevano sperimentato. «Tutto ciò che il progetto ha fatto è stato di creare una modesta increspatura nello spazio-tempo affinchè avessero qualcosa su cui agganciare il loro tunnel. In tutta questa geometria multidimensionale, deve essere molto difficile scoprire una minuscola grinza nello spazio-tempo. Ancor più arduo adattarvi un ugello.»
«Che cosa stai dicendo? Hanno cambiato la geometria dello spazio?»
«Sì. Stiamo dicendo che lo spazio è topologicamente connesso in maniera non semplice. E’ come — so che ad Abonneda non piace questa analogia — è come una superficie piatta bidimensio-nale, la superficie intelligente, collegata grazie a un dedalo di gallerie con un’altra superficie piatta bidimensionale, la superficie stupida. L’unico modo in cui si può passare dalla superficie intelligente alla superficie stupida in un tempo ragionevole è attraverso le gallerie. Adesso immaginate che la gente che si trova sulla superficie intelligente scavi una galleria provvista di ugello. Creeranno un tunnel tra le due superfici, purché gli stupidi cooperino facendo una piccola piega sulla loro superficie in modo che vi si possa attaccare l’ugello.»
«Così i tipi intelligenti inviano un messaggio radio e dicono agli stupidi come fare una piega. Ma se sono veramente esseri bidimensionali, come possono fare una piega sulla loro superficie?»
«Accumulando una grande massa in un punto.» Vaygay lo disse a titolo di prova.
«Ma non è quello che abbiamo fatto.»
«Lo so, lo so. In qualche modo l’hanno fatto i benzel.»
«Vedete,» spiegò Eda con calma, «se i tunnel sono buchi neri, ci sono implicitamente delle vere contraddizioni. C’è un tunnel interno nell’esatta soluzione Kerr delle equazioni del campo di Einstein, ma è instabile. La più leggera perturbazione lo isolerebbe e convertirebbe il tunnel in una singolarità fisica attraverso cui non può passare nulla. Ho tentato di immaginare una civiltà superiore che fosse in grado di controllare la struttura interna di una stella in fase di collasso per mantenere stabile il tunnel interno. E’ molto difficile. La civiltà dovrebbe controllare e stabilizzare il tunnel per sempre. Sarebbe in special modo difficile se vi passasse qualcosa della grandezza del dodecaedro.»
«Anche se Abonneda riesce a scoprire come mantenere il tunnel aperto, ci sono molti altri problemi,» disse Vaygay. «Troppi. I buchi neri ammassano problemi più in fretta di quanto non ammassino materia. Ci sono le forze di attrazione. Avremmo dovuto essere fatti a pezzi nel campo gravitazionale del buco nero. Avremmo dovuto essere allungati come personaggi di quadri di El Greco o come le sculture di quell’italiano…?» Si rivolse ad Ellie per colmare la lacuna. «Giacometti,» suggerì lei. «Era svizzero.»
«Sì, come Giacometti. Quindi altri problemi: secondo le misurazioni terrestri richiede un’infinita quantità di tempo per noi il passaggio attraverso un buco nero e potremmo non ritornare mai più, mai più sulla Terra. Forse è quello che è successo. Forse non ritorneremo a casa mai più. Inoltre, ci potrebbe essere un inferno di radiazioni vicino alla singolarità. E’ un’instabilità quanto-meccanica… ««E infine,» proseguì Eda, «un tunnel del tipo Kerr può condurre a grottesche violazioni della causalità. Con un modesto cambio di traiettoria all’interno del tunnel, si potrebbe emergere all’estremità opposta, all’inizio della storia dell’universo, un pico-secondo dopo il Big Bang, per esempio. Questo sarebbe un universo molto disordinato.»