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«Ehi, ragazzi,» disse Ellie, «non sono esperta di relatività generale. Ma non li abbiamo visti i buchi neri? Non ci siamo caduti dentro? Non ne siamo usciti? Un grammo di osservazione non vale una tonnellata di teoria?»

«Lo so, lo so», disse Vaygay dispiaciuto. «Deve essere qualcos’altro. La nostra comprensione della fisica non si spinge così lontano, non è vero?»

Egli rivolse quest’ultima domanda, in tono leggermente lamentoso, a Eda che rispose soltanto: «Un buco nero del tipo consueto non può essere un tunnel; hanno delle singolarità invalicabili al loro centro.» Con un sestante di fortuna e i loro orologi da polso, calcolarono il moto angolare del Sole che tramontava. Era di 360 gradi in ventiquattro ore, come sulla Terra. Prima che il Sole scendesse troppo sull’orizzonte, smontarono l’apparecchio di Ellie e usarono le lenti per accendere un fuoco. Lei tenne la fronda accanto a sé nel timore che qualcuno inavvertitamente la gettasse nelle fiamme dopo il calare delle tenebre. Xi si dimostrò un provetto fuochista. Li fece disporre attorno al fuoco in modo che lo proteggessero dal vento e lo mantenne basso.

A poco a poco uscirono le stelle. C’erano tutte le costellazioni familiari della Terra. Ellie si offrì di restare sveglia per badare al fuoco mentre gli altri dormivano. Voleva veder sorgere Lyra. Dopo alcune ore, l’evento si compì. La notte era eccezionalmente chiara e Vega risplendeva nitida e brillante. Dal moto apparente delle costellazioni in cielo, dalle costellazioni dell’emisfero meridionale che riuscì a individuare, e dal Gran Carro che si trovava vicino all’orizzonte settentrionale, Ellie dedusse che si trovavano a latitudini tropicali. Se tutto era una simulazione, pensò prima di addormentarsi, si dovevano esser dati un gran bel da fare.

Ellie fece uno strano sogno. Lei e gli altri stavano nuotando — nudi, disinvolti — sottacqua, ora volteggiando pigramente vicino a una madrepora, ora scivolando entro caverne che subito venivano oscurate da alghe ondeggianti. Una volta, lei tornò alla superficie. Una nave a forma di dodecaedro passò volando a bassissima quota. Le pareti erano trasparenti e all’interno potè vedere persone in perizoma e sarong intente a leggere giornali e a conversare tranquillamente. Ritornò sott’acqua, all’elemento cui apparteneva. Benché il sogno sembrasse proseguire per molto tempo, nessuno di loro aveva qualche difficoltà a respirare. Stavano inspirando ed espirando acqua. Non si preoccupavano affatto e stavano nuotando con la stessa naturalezza dei pesci. Vaygay assomigliava addirittura un po’ a un pesce, a un epinefelo, forse. L’acqua doveva essere estremamente ossigenata. Nel mezzo del sogno, Ellie ricordò un topo che aveva visto una volta in un laboratorio di fisiologia, perfettamente a suo agio in una boccia piena d’acqua arricchita d’ossigeno. Cercò di ricordare quanto ossigeno ci voleva, ma era troppo complicato stabilirne la quantità. Stava pensando sempre meno, si disse. Benissimo. Davvero.

Gli altri erano adesso distintamente uguali a pesci. Le pinne di Devi erano traslucide. Il sogno era oscuramente interessante, vagamente sensuale. Ellie sperò che continuasse per poter scoprire qualcosa. Ma persino la domanda cui voleva trovare una risposta le sfuggiva. Oh, respirare acqua calda, pensò. Che cosa avrebbero ancora inventato?

Ellie si svegliò con un senso di disorientamento così profondo che sconfinava nella vertigine. Dove si trovava? Nel Wisconsin, a Puerto Rico, nel New Mexico, nel Wyoming, a Hokkaido? O nello stretto di Malacca? Allora ricordò. A trentamila anni luce dalla Terra, in un punto imprecisato della Via Lattea, battendo tutti i record di disorientamento. Nonostante il mal di testa, Ellie scoppiò a ridere e Devi, che dormiva accanto a lei, si agitò. A causa della pendenza della spiaggia — ne avevano perlustrato un chilometro o poco più il pomeriggio precedente e non avevano trovato traccia di abitazione — la luce diretta del Sole non l’aveva ancora raggiunta. Ellie era sdraiata su un rialzo di sabbia. Devi, che si stava svegliando, aveva dormito con il capo sull’abito da viaggio ripiegato. «Non credi che ci sia qualcosa di sibaritico in una cultura che ha bisogno di guanciali soffici?» Ellie chiese. «Quelli che poggiano le loro teste di notte su forcelle di legno, non li troveresti più affidabili?»

Devi rise e le diede il buon giorno.

Sentirono gridare alle loro spalle. I tre uomini stavano facendo dei cenni e dei richiami. Ellie e Devi si alzarono in fretta e li raggiunsero.

Ritta sulla sabbia c’era una porta. Una porta di legno, a pannelli e con un pomello di bronzo o che sembrava di bronzo. La porta aveva cardini di metallo verniciato di nero ed era posta tra due stipiti, un architrave e una soglia. Nessuna targhetta. Non aveva nulla di straordinario. Per la Terra. «Adesso passateci dietro,» le invitò Xi. Dal didietro la porta non c’era affatto. Ellie poteva vedere Eda, Vaygay e Xi, Devi leggermente in disparte, e la sabbia ininterrotta tra loro quattro e lei. Si spostò di lato e vide una linea verticale sottile come la lama di un rasoio e scura. Era riluttante a toccarla. Ritornando di nuovo dietro la porta, si accertò che non ci fossero ombre o riflessi nell’aria davanti a lei, e quindi l’attraversò. «Brava.» Le gridò Eda ridendo. Ellie si voltò e trovò la porta chiusa davanti a lei.

«Che cosa avete visto?» chiese.

«Una bella donna che passava attraverso una porta chiusa di due centimetri di spessore.»

Vaygay sembrava stesse bene nonostante la mancanza di sigarette. «Avete tentato di aprire la porta?» chiese Ellie. «Non ancora,» rispose Xi.

Ellie indietreggiò di nuovo per ammirare l’apparizione. «Assomiglia a qualcosa di… come si chiama quel surrealista francese?» chiese Vaygay. «Rene Magritte,» lei rispose. «Era belga.»

«Siamo d’accordo, presumo, che non si tratta veramente della Terra,» propose Devi abbracciando in un gesto l’oceano, la spiaggia e il cielo.

«A meno che non ci troviamo nel Golfo Persico di tremila anni fa, e che ci siano dei geni in giro,» disse Ellie ridendo.

«Non sei impressionata dalla cura della costruzione?»

«Benissimo,» rispose Ellie. «Sono bravissimi, lo riconosco. Ma a che scopo? Perché affannarsi tanto con tutti questi particolari?»

«Forse hanno solo una passione per le cose precise.»

«O forse stanno soltanto mettendosi in mostra.»

«Non vedo,» proseguì Devi, «come possano conoscere così bene le nostre porte. Pensate a quante differenti maniere ci sono di fare una porta. Come possono saperlo?»

«Potrebbe essere la televisione,» rispose Ellie. «Vega ha ricevuto segnali televisivi dalla Terra fino a — vediamo — fino alla programmazione del 1974. Chiaramente, possono mandare i clip interessanti qui tramite una consegna speciale in un attimo. Probabilmente ci sono state molte porte alla televisione tra il 1936 e il 1974. Okay,» continuò lei, come se non fosse stato un cambio d’argomento, «che accadrebbe se aprissimo la porta e ci entrassimo?»

«Se siamo qui per essere sottoposti a un test,» disse Xi, «dall’altra parte di quella porta si trova probabilmente il test, forse uno per ciascuno di noi.»

Lui era pronto. Avrebbe voluto esserlo anche lei. Le ombre delle palme più vicine stavano ora allungandosi sulla spiaggia. Senza dire una parola, si guardarono l’un l’altro. I quattro sembravano impazienti di spalancare la porta e di oltrepassarne la soglia. Solo Ellie provava una certa… riluttanza. Chiese a Eda se gli sarebbe piaciuto andare per primo. Potremmo fare anche noi del nostro meglio, pensò Ellie.

Eda si tolse il berretto, fece un leggero inchino pieno di grazia, si voltò e si avvicinò alla porta. Ellie gli corse accanto e lo baciò su entrambe le guance. Anche gli altri lo abbracciarono. Si voltò di nuovo, aprì la porta, entrò, e si dissolse nell’aria, a iniziare dal piede che aveva varcato la soglia. Con la porta aperta era sembrato che ci fosse soltanto la continuazione della spiaggia e delle onde dietro di lui. La porta si chiuse. Ellie ne fece il giro di corsa, ma non c’era traccia di Eda.