«Allora, perché non ci avete lasciati stare? Non mi sto lamentando, bada! Sono solo curiosa di sapere come funziona l’Ufficio del Censimento galattico. La prima cosa che avete raccolto da noi è stata quella trasmissione con Hitler. Perché avete stabilito un contatto?»
«Il filmato, naturalmente, era allarmante. Potevamo dire che vi trovavate in grossi pasticci. Ma la musica ci disse qualcos’altro. La musica di Beethoven ci disse che c’era speranza. I casi limite sono la nostra specialità. Pensammo che potevate usufruire di un piccolo aiuto. Veramente noi possiamo intervenire solo un po’. Capisci. Ci sono certe limitazioni imposte dalla causalità.» Si era accovacciato, per immergere le mani nell’acqua e ora se le stava asciugando sui pantaloni.
«La notte scorsa, vi abbiamo guardato dentro. A tutti e cinque. C’è un sacco di roba lì dentro: sensazioni, ricordi, istinti, comportamento acquisito, intuizioni, follia, sogni, amori. L’amore è molto importante. Siete un interessante miscuglio.»
«Tutto ciò in una sola notte di lavoro?» Ellie lo stava prendendo un po’ in giro.
«Dovevamo affrettarci. Abbiamo un programma di lavoro piuttosto rigoroso.»
«Perché, c’è qualcosa in vista?»
«No, è solo che se non progettiamo una causalità consistente, le cose andranno per conto loro. Allora è quasi sempre peggio.» Ellie non aveva idea di ciò che intendesse dire. «‘Progettare una causalità consistente’. Mio padre non ha mai avuto l’abitudine di parlare così.»
«Certo che sì. Non ti ricordi come ti parlava? Era un uomo istruito e fin da quando eri una ragazzina lui — io — ti parlava come a un suo pari. Non ti rammenti?»
Ellie ricordava, ricordava. Pensò a sua madre nella casa di cura.
«Che bel ciondolo,» disse lui proprio con quell’aria di paterna discrezione che lei gli aveva sempre attribuito nella sua immaginazione se fosse vissuto fino a vederla adolescente. «Chi te l’ha dato?»
«Oh, questo,» disse lei sfiorando con le dita il medaglione. «Veramente viene da qualcuno che non conosco molto bene. Ha messo alla prova la mia fede… Lui… Ma tu lo devi sapere già.» Di nuovo quel sogghigno.
«Voglio sapere quello che pensate di noi,» disse Ellie bruscamente, «quello che pensate davvero.»
Lui non esitò un attimo. «Benissimo. Penso sia stupefacente come ve la siate cavata bene. Avete a malapena una teoria di organizzazione sociale, un sistema economico straordinariamente arretrato, nessuna comprensione del meccanismo della predizione storica, e una scarsissima conoscenza di voi stessi. Considerando la velocità con cui il vostro mondo sta mutando, è stupefacente che non vi siate ancora ridotti a pezzetti. Ecco perché non vogliamo considerarvi ancora un fallimento. Voi uomini avete una certa predisposizione all’adattabilità: almeno a breve termine.»
«Questo è il punto, non è vero?»
«Questo è un punto. Si può vedere che, dopo un po’, le civiltà con prospettive solo a breve termine sono sparite dalla circolazione. Realizzano anche i loro destini.»
Ellie voleva chiedergli che cosa provasse francamente per gli uomini. Curiosità? Compassione? Niente del tutto? Rappresentavano soltanto una giornata di lavoro? Nel profondo del suo cuore — o qualunque organo interno equivalente possedesse — pensava di lei quello che lei pensava di… una formica? Ma non trovò la forza di sollevare la questione. Aveva troppa paura della risposta. Dall’intonazione della sua voce, dalle sfumature del suo modo di parlare, Ellie cercava di avere una visione della creatura che si celava sotto le spoglie di suo padre. Lei aveva una grandissima esperienza diretta di esseri umani; i padroni della Stazione quella di un giorno. Non riusciva a distinguere qualcosa della loro vera natura sotto quell’amabile e informativa facciata? No, non ci riusciva. Quanto al contenuto del suo discorso, naturalmente, non era suo padre, né pretendeva esserlo. Ma sotto ogni altro aspetto egli era prodigiosamente simile a Theodore F. Arroway, 1924–1960, venditore di ferramenta, sposo e padre affettuoso. Se non fosse stato per un continuo sforzo di volontà, sapeva che avrebbe soffocato di tenerezze quella… copia. Una parte di lei continuò a desiderare di chiedergli come erano state le cose da quando era salito in Cielo. Quali erano le sue vedute a proposito dell’Avvento e dell’Estasi? C’era qualcosa di speciale in preparazione per il nuovo millennio? C’erano culture umane che parlavano di una vita futura dei beati sulle vette di montagne o sulle nuvole, in caverne o oasi, ma non riusciva a trovarne una in cui se si fosse stati molto, molto buoni si sarebbe finiti, una volta morti, su una spiaggia. «Abbiamo tempo per qualche domanda prima… di quello che ci aspetta?»
«Sicuro. Una o due, comunque.»
«Raccontami del vostro sistema di trasporto.»
«Posso fare di meglio,» disse lui. «Posso mostrartelo. Attenta, adesso!»
Una massa nera simile a un’ameba si allargò dallo zenith, oscurando il Sole e il cielo azzurro.
«E’ proprio un bel trucco,» disse Ellie senza fiato. La stessa spiaggia sabbiosa si trovava sotto i suoi piedi. Vi affondava le dita. Sulla sua testa… c’era il Cosmo. Si trovavano, a quanto sembrava, ben al di sopra della Via Lattea, guardando la sua struttura spiraliforme e precipitando verso di essa a un’impossibile velocità. Lui spiegava le cose con semplicità, servendosi del comune linguaggio scientifico di lei per descrivere l’immensa struttura a girandola. Le mostrò il braccio esterno di Orione in cui si trovava il Sole. All’interno, in ordine decrescente di importanza mitologica, si scorgevano il braccio del Sagittario, il braccio di Norma/Scutum e il braccio di Tre Kiloparsec.
Apparve una rete di linee rette rappresentanti il sistema di trasporto che essi avevano usato. Sembrava una di quelle piantine illuminate della metropolitana parigina. Eda aveva avuto ragione. Ogni stazione si trovava in un sistema stellare con un doppio buco nero a bassa massa. Ellie sapeva che i buchi neri non potevano essere il risultato di un collasso stellare perché erano troppo piccoli. Forse erano primordiali, risalenti al Big Bang, catturati da una inimmaginabile astronave e rimorchiati alla loro stazione designata. O forse erano stati creati dal nulla. Voleva chiederglielo, ma il viaggio proseguiva incalzante.
C’era un disco di idrogeno incandescente che ruotava circa al centro della Galassia e nel cui interno si trovava un anello di nubi molecolari che si dilatava verso l’esterno in dirczione della periferia della Via Lattea. Egli le mostrò i moti ordinati della gigantesca nube molecolare Sagittario B2, che per decenni era stata il terreno favorito di caccia per le molecole organiche complesse da parte dei suoi colleghi sulla Terra. Più vicino al centro, si imbatterono in un’altra gigantesca nube molecolare, e successivamente in Sagittario A West, un’intensa fonte radio che la stessa Ellie aveva osservato all’Argus. E nelle immediate adiacenze, proprio nel centro della Galassia, chiusi in un appassionato abbraccio gravitazionale c’erano un paio di immensi buchi neri. La massa di uno di essi era pari a quella di cinque milioni di soli. Fiumi di gas delle dimensioni di sistemi solari stavano inondando il suo interno. Due colossali — Ellie meditò sulle limitazioni dei linguaggi terrestri — due super-massicci buchi neri stavano orbitando l’uno attorno all’altro al centro della Galassia. Uno era stato riconosciuto, o almeno fortemente sospettato, ma due? La cosa non avrebbe dovuto manifestarsi come uno spostamento Doppler nelle righe dello spettro? Ellie immaginò un cartello sotto uno di essi con la scritta ENTRATA e un cartello sotto l’altro con la scritta USCITA. Al momento, l’entrata era in funzione; l’uscita era semplicemente là.
Ed era dove si trovava la Stazione, la Gran Stazione Centrale: proprio al sicuro all’esterno dei buchi neri al centro della Galassia. I cicli erano resi brillanti da milioni di giovani stelle vicine; ma le stelle, i gas e la polvere venivano inghiottiti dal buco nero d’entrata. «Vai da qualche parte, vero?» chiese Ellie. «Naturalmente.»