«… assaggio del nostro numinoso. Riguarda il pi, il rapporto tra la circonferenza di un cerchio e il suo diametro. Lo conosci bene, naturalmente, e sai anche che non puoi mai arrivare al calcolo completo del pi. Non c’è creatura nell’universo, per quanto intelligente possa essere, che sia in grado di calcolare il pi fino all’ultima cifra, perché non c’è un’ultima cifra, solo un infinito numero di cifre. I vostri matematici hanno fatto uno sforzo per calcolarlo fino a… «Di nuovo Ellie sentì il ronzio.
«… nessuno di voi sembra saperlo… Diciamo fino alla decimi-liardesima posizione. Non ti sorprenderà sentire che altri matematici sono andati ancora oltre. Beh, alla fine — diciamo quando si è arrivati alla posizione di dieci alla ventesima potenza — succede qualcosa. Le cifre che variavano a caso spariscono, e per un tempo incredibilmente lungo non ci sono altro che unità e zeri.» Lui stava tracciando un cerchio sulla sabbia con l’alluce. Ellie attese un attimo prima di rispondergli.
«E gli zeri e le unità alla fine si interrompono? Si ritorna a una sequenza casuale di cifre?» Notando un lieve segno di incoraggiamento da parte sua, Ellie andò oltre. «E il numero di zeri e di unità? E’ un prodotto di numeri primi?»
«Sì, di undici di essi.»
«Mi stai dicendo che c’è un messaggio in undici dimensioni celato in profondità all’interno del pi greco? Qualcuno nell’universo comunica con… la matematica? Ma… dammi una mano, sto davvero facendo fatica a capirti. La matematica non è arbitraria. Intendo dire che il pi deve avere lo stesso valore dovunque. Come si può nascondere un messaggio all’interno del pi? Fa parte della struttura dell’universo.»
«Esattamente.» Lei lo fissò.
«E’ persino meglio di così,» continuò lui. «Supponiamo che solo in un’aritmetica decimale appaia la sequenza di zeri e di unità, sebbene si debba riconoscere che qualcosa di singolare abbia luogo in ogni altra aritmetica. Supponiamo anche che gli esseri che hanno fatto per primi questa scoperta avessero dieci dita. Capisci che impressione se ne ricava? E’ come se il pi avesse atteso bilioni di anni che arrivassero dei matematici forniti di dieci dita con veloci calcolatori. Vedi, il Messaggio era indirizzato a noi, in un certo modo.»
«Ma questa è solo una metafora, non è vero? Non si tratta in realtà di pi e dieci alla ventesima posizione? Non avete effettivamente dieci dita.»
«No davvero.» Le sorrise di nuovo.
«Allora, per Dio, che dice il Messaggio?»
Egli si arrestò per un momento, sollevò l’indice e lo puntò in dirczione della porta. Un gruppetto di persone ne stava uscendo con aria eccitata.
Erano in uno stato d’animo allegro, come se si trattasse di una scampagnata a lungo differita. Eda stava accompagnando una magnifica ragazza in sottana e camicetta dai vivaci colori e dai capelli coperti con cura dal gele traforato delle donne musulmane dello Yorubaland; era chiaramente contentissimo di vederla. Da foto che egli aveva mostrato, Ellie la riconobbe come la moglie di Eda. Sukhavati stava stringendo la mano a un giovanotto serio, dagli occhi grandi e sentimentali; si doveva trattare di Surindar Ghosh, lo studente di medicina, il marito di Devi morto da tanto tempo. Xi era impegnato in un’animata conversazione con un uomo di bassa statura dall’aria maestosa; aveva baffi spioventi e portava una tunica di broccato costellata di perle. Ellie se lo immaginò intento a sorvegliare personalmente la costruzione del modello funerario del Regno Medio, urlando istruzioni a coloro che versavano il mercurio.
Vaygay conduceva una bambina di undici o dodici anni, con le trecce bionde che oscillavano mentre camminava.
«Questa è la mia nipotina, Nina… più o meno. La mia Granduchessa.
Avrei dovuto presentartela prima. A Mosca.»
Ellie abbracciò la bambina. Era un vero sollievo per lei che Vaygay non fosse apparso con Meera, la spogliarellista. Ellie osservò la sua tenerezza nei confronti di Nina e decise che le piaceva più che mai.
Da quando lo conosceva, egli aveva custodito gelosamente nel suo cuore il segreto di quell’affetto.
«Non sono stato un buon padre per sua madre,» le confidò. «Non ho quasi mai tempo per andare a trovare Nina.» Ellie si guardò attorno. I padroni della Stazione avevano creato per ciascuno dei Cinque gli oggetti del loro amore più grande. Forse era soltanto per abbattere le barriere di comunicazione con un’altra specie, spaventosamente diversa. Ellie era contenta che nessuno di loro stesse chiacchierando allegramente con un’esatta copia di loro stessi.
Che sarebbe successo se si fosse potuto fare ciò al ritorno sulla Terra? Che sarebbe accaduto se, a dispetto di tutte le nostre simulazioni e finzioni, fosse stato inevitabile apparire in pubblico con la persona più amata? Che prerequisito per un discorso sociale sulla Terra! Avrebbe cambiato ogni cosa. Ellie immaginò una falange di membri di un sesso attorno a un solitario membro dell’altro. O catene di persone. Cerchi. Le lettere «H» o «Q». Pigri otto. Si sarebbero potuti controllare gli affetti profondi con un’occhiata, solo guardandone la geometria, una sorta di relatività generale applicata alla psicologia sociale. Le difficoltà pratiche di un simile ordinamento sarebbero state considerevoli, ma nessuno sarebbe stato in grado di mentire in amore.
I Guardiani mostravano, seppur educatamente, una certa fretta. Non c’era molto tempo per parlare. L’accesso alla camera d’equilibrio del dodecaedro era ora visibile, approssimativamente dove si era trovato al loro arrivo. Per simmetria, o forse per qualche legge di conservazione interdimensionale, la porta stile Ma-gritte era scomparsa. Ci fu una serie di presentazioni. Si sentì sciocca a spiegare in inglese all’imperatore Qin chi fosse suo padre. Ma Xi traduceva rispettosamente e tutti si stringevano solennemente la mano come se quello fosse il loro primo incontro, forse a un barbecue di periferia. La moglie di Eda era una considerevole bellezza, e Surindar Ghosh le stava dando più di un’occhiata casuale. Devi non sembrava farci caso; forse era semplicemente appagata dall’accuratezza dell’impostura.
«Dove sei andata quando hai oltrepassato la soglia?» le chiese Ellie a bassa voce.
«416 Maidenhall Way,» ella rispose. Ellie la guardò attonita. «Londra, 1973. Con Surindar.»
Fece un cenno del capo nella sua dirczione. «Prima che morisse.» Ellie si chiese che cosa avrebbe trovato se avesse valicato quella soglia sulla spiaggia. Il Winsconsin alla fine degli anni Cinquanta, probabilmente. Lei non aveva seguito il programma previsto e così suo padre era venuto a trovarla. Lo aveva fatto più di una volta nel Wisconsin.
Anche a Eda avevano raccontato di un messaggio racchiuso in un numero trascendente, ma nella sua storia non si trattava di pi greco o di e, la base dei logaritmi naturali, ma di una classe di numeri di cui lei non aveva mai sentito parlare. Con un’infinità di numeri trascendenti, non avrebbero mai saputo con certezza quale numero esaminare al loro ritorno sulla Terra.
«Desideravo ardentemente rimanere e lavorarci,» disse a Ellie sommessamente, «e ho intuito che avevano bisogno di aiuto: per un modo di ragionare sulla decifrazione che non era venuto loro in mente. Ma penso sia qualcosa di molto personale per loro. Non vogliono dividerlo con altri. E per essere realistici, suppongo che non siamo abbastanza intelligenti per poter dar loro una mano.» Non avevano decifrato il messaggio contenuto nel pi greco? I padroni della Stazione, i Guardiani, i progettisti di nuove galas-sie non avevano scoperto un messaggio che si era trovato sotto il loro naso per una rotazione galattica o due? Il messaggio era così difficile o erano…?