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«E’ tempo di tornare a casa,» disse suo padre gentilmente. Era una cosa straziante. Non voleva andare. Cercò di fissare la fronda di palma. Cercò di fare ancora domande. «Che cosa intendi con ‘tornare a casa’? Vuoi dire che usciremo da qualche parte nel sistema solare? Come torneremo sulla Terra?»

«Vedrai,» rispose lui. «Sarà interessante.»

Le pose un braccio attorno alla vita, guidandola verso la porta aperta della camera d’equilibrio.

Era come l’ora di andare a letto. Si poteva essere furbi, porre domande intelligenti, e forse si sarebbe potuti rimanere alzati fino a tardi. Di solito funzionava, almeno un po’.

«La Terra adesso è collegata, vero? Da una parte e dall’altra. Se noi possiamo andare a casa, potete venir giù da noi in un batter d’occhio. Sai, questo mi rende terribilmente nervosa. Perché non interrompete il collegamento? Noi ci crederemo.»

«Mi dispiace, tesorino,» rispose, come se avesse già prolungato in maniera vergognosa il suo momento di andare a letto. Era seccato per l’ora della nanna o perché erano impreparati a disinserire il tunnel? «Per un certo periodo almeno, sarà aperto soltanto per il traffico diretto verso l’interno,» egli disse. «Ma non pensiamo di usarlo.»

A lei piaceva l’isolamento della Terra da Vega. Preferiva un intervallo di cinquantadue anni tra un comportamento inaccettabile sulla Terra e l’arrivo di una spedizione punitiva. Il collegamento tramite il buco nero era spiacevole. Potevano arrivare quasi istantaneamente, forse solo a Hokkaido, forse dovunque sulla Terra. Era un passaggio a ciò che Hadden aveva definito microintervento. A prescindere dalle assicurazioni che potevano fornire, ci potevano osservare più da vicino adesso. Ci si poteva scordare della visitina improvvisata ogni tre o quattro milioni di anni. Analizzò ulteriormente il proprio disagio. Come erano diventate… teologiche le circostanze. Cerano degli esseri che vivevano nel cielo, esseri enormemente intelligenti e potenti, esseri preoccupati per la nostra sopravvivenza, esseri che si aspettavano da noi un determinato comportamento. Essi rifiutavano di ammettere un ruolo simile, ma potevano chiaramente assegnare ricompense e punizioni, distribuire vita e morte ai miserabili abitanti della Terra. Che differenza c’era allora rispetto alla religione dei vecchi tempi? La risposta le venne in mente istantaneamente: era una questione di evidenza. Nei suoi videotape, nei dati che gli altri avevano acquisito, ci sarebbe stata un’evidenza innegabile dell’esistenza della Stazione, di quello che vi accadeva, del sistema di transito con il buco nero. Ci sarebbero state cinque storie indipendenti, che si confermavano a vicenda, convalidate da un’evidenza fisica irresistibile. Questo era un fatto, non una diceria e una formula magica. Ellie si voltò verso di lui e lasciò cadere la fronda. Senza dire una parola, egli si piegò e gliela restituì.

«Sei stato molto generoso nel rispondere a tutte le mie domande. Posso rispondere a una delle tue?»

«Grazie. Hai risposto a tutte le nostre domande la notte scorsa.»

«E’ tutto? Nessun comandamento? Nessuna istruzione per i provinciali?»

«Non funziona in questo modo, tesorino. Siete cresciuti adesso. Siete autonomi.» Piegò il capo, le rivolse quel suo sorriso e lei gli si gettò tra le braccia, con gli occhi che le si riempivano di nuovo di lacrime. Fu un lungo abbraccio. Alla fine, Ellie sentì che lui si stava liberando gentilmente dalle sue braccia. Era tempo di andare a letto. Immaginò di sollevare il suo indice per chiedergli di poter restare un minuto ancora. Ma non volle deluderlo.

«Ciao, tesorino,» disse lui. «Esprimi a tuo madre tutto il mio amore.»

«Abbi cura di te,» replicò lei con una vocina. Diede un ultimo sguardo alla spiaggia al centro della Galassia. Un paio di uccelli marini, procellarie forse, erano sospesi su una colonna d’aria ascendente. Restavano in volo quasi senza batter le ali. Proprio mentre stava per entrare nella camera d’equiliquio, si voltò e lo chiamò.

«Che cosa dice il vostro Messaggio? Quello contenuto nel pi greco?»

«Non lo sappiamo,» rispose con un accento di tristezza, muovendo alcuni passi verso di lei. «Forse è una sorta di accidente statistico. Ci stiamo ancora lavorando.»

La brezza cominciò a soffiare scompigliandole ancora i capelli. «Beh, dacci un colpo di telefono quando avrete la soluzione,» disse Ellie.

21

CAUSALITÀ

«Noi siamo per gli dei quello che sono le farfalle per i ragazzacci —

Ci uccidono per passatempo.»

WILLIAM SHAKESPEARE, Re Lear, IV, 1, 36

«Il potente deve temere ogni cosa.»

PIERRE CORNEILLE, Cinna, Atto IV, Scena II

Erano felicissimi di essere ritornati. Manifestarono con grida la loro eccitazione. Si levarono dalle loro poltrone, si abbracciarono e si diedero delle pacche sulle spalle. Avevano tutti le lacrime agli occhi. La loro missione aveva avuto successo ed erano ritornati superando senza incidenti tutti i tunnel. All’improvviso, tra scariche statiche, la radio cominciò ad annunciare il bollettino sulle condizioni della Macchina. I tre benzel stavano decelerando. La carica elettrica, che si era venuta creando, si stava dissolvendo. Dal commento radio era chiaro che il Progetto non aveva la benché minima idea di quel che era accaduto.

Ellie si chiese quanto tempo fosse passato. Guardò l’orologio. Era trascorso almeno un giorno che li aveva portati proprio nell’anno 2000. Abbastanza a proposito. Oh, aspetta che sentano ciò che abbiamo da raccontare, pensò Ellie. In modo rassicurante, toccò il comparto in cui erano custodite le decine di videomicro-cassette. Come sarebbe cambiato il mondo, una volta distribuiti quei film! Lo spazio tra i benzel e attorno a essi era stato ripressurizzato. Si stavano aprendo le porte della camera d’equilibrio. Adesso ci si informava via radio sulle loro condizioni di salute. «Stiamo bene!» gridò Ellie nel suo microfono. «Fateci uscire. Non crederete a quello che ci è successo.» I Cinque uscirono felici dalla camera d’equilibrio, salutando espansivamente i loro compagni che avevano contribuito alla costruzione e al funzionamento della Macchina. I tecnici giappo- nesi li salutarono. I funzionari del Progetto si fecero loro intorno. Devi disse tranquillamente a Ellie: «Secondo me, ognuno indossa esattamente lo stesso abbigliamento di ieri. Guarda l’orribile cravatta gialla di Peter Valerian.»

«Oh, porta sempre quella vecchia cosa,» replicò Ellie. «E’ un regalo di sua moglie.» Gli orologi indicavano le 15:20. L’attivazione aveva avuto luogo verso le tre del pomeriggio precedente. Quindi erano stati via un po’ più di ventiquattro…

«Che giorno è?» chiese Ellie. La guardarono con aria interrogativa. C’era qualcosa che non andava. «Peter, per Dio, che giorno è?»

«Ma che vuoi dire?» risposte Valerian. «E’ oggi, venerdì 31 dicembre, 1999. E’ san Silvetro. E’ quello che intendi dire? Ellie, stai bene?»

Vaygay stava dicendo ad Archangelskij di lasciarlo cominciare dal principio, ma solo dopo essere rientrato in possesso delle sue sigarette. Funzionari del Progetto e rappresentanti dell’Associazione per la Macchina si stavano radunando attorno a loro. Ellie vide der Heer dirigersi verso di lei, fendendo la folla.

«Dal vostro punto di vista, che cosa è successo?» gli chiese Ellie quando lui finalmente arrivò a portata di voce.

«Nulla. Il sistema per creare il vuoto ha funzionato, i benzel si sono messi a girare, hanno accumulato una carica elettrica eccezionale, hanno raggiunto la velocità indicata, e poi si è avuto il procedimento inverso.»

«Che cosa intendi con ‘procedimento inverso’?»

«I benzel hanno rallentato e la carica si è dissolta. Il sistema è stato ripressurizzato, i benzel si sono arrestati e voi siete venuti fuòri. L’intera cosa ha richiesto forse venti minuti, e noi non potevamo parlarvi mentre i benzel stavano ruotando. Non vi siete accorti proprio di nulla?»