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Laggiù un accampamento si estendeva disordinatamente verso l’alto fra gli alberi sparpagliati, su entrambi i lati della strada per Tar Valon, con soldati, in gruppi di varie dimensioni, che scaricavano carri di rifornimenti, scavavano latrine, montavano tende e costruivano ripari fatti di arbusti e rami d’albero, ogni lord e lady teneva vicino a sé i propri uomini. Si aspettavano di rimanere fermi per un po’ di tempo. A giudicare dalle linee dei cavalli e dalle dimensioni generali dell’accampamento, stimò che ospitasse all’incirca cinquemila uomini, con un margine di errore di poche centinaia. Cinquemila combattenti; fabbricanti di frecce, maniscalchi, armaioli, lavandaie, carrettieri e altri civili al seguito raddoppiavano come minimo quel numero, anche se come al solito stavano approntando il loro campo ai margini.La maggior parte dei civili passava più tempo a fissare l’altura dove si trovava Bashere che non a lavorare. Qua e là anche qualche soldato si prendeva una pausa dal proprio lavoro per scrutare verso il terreno sopraelevato, ma i portabandiera e gli uomini di pattuglia li costringevano in fretta a tornare alle loro occupazioni. I nobili e gli ufficiali che cavalcavano attorno al campo che veniva innalzato non lanciarono neanche un’occhiata verso nord, a quanto Bashere poté vedere. Una curva del terreno li nascondeva dalla città, anche se dalla sua altura lui poteva vedere le mura grigie striate d’argento. La città sapeva che erano lì, ovviamente; si erano annunciati quella mattina con trombe e stendardi in vista delle mura. Ma ben fuori dalla portata degli archi.

Cingere d’assedio una città con mura alte e solide che si estendevano per più di sei leghe di circonferenza non era una faccenda semplice, e in questo caso era ulteriormente complicata da Caemlyn Bassa, il quartiere di case e negozi di mattoni e pietra, di magazzini senza finestre e lunghi mercati, che sorgeva fuori dalle mura cittadine. Ma sette altri campi simili stavano venendo preparati, disposti a intervalli tutt’intorno alla città dove potevano coprire ogni strada, ogni cancello che avrebbe consentito una considerevole sortita. C’erano già in giro delle pattuglie ed era probabile che negli edifici ora deserti di Caemlyn Bassa si fossero appostate delle sentinelle. Delle piccole comitive potevano riuscire a entrare in città, forse qualche animale da soma di notte, ma non abbastanza da nutrire una delle più grandi città al mondo. La fame e le malattie avevano posto fine a più assedi che non le spade o le macchine da guerra. L’unica domanda era se avrebbero fatto capitolare prima l’assediante o l’assediato.

A quanto pareva, il piano era stato ben congegnato da qualcuno, ma quello che lo confondeva erano gli stendardi nell’accampamento sottostante. Era un cannocchiale potente, fabbricato da un Cairhienese di nome Tovere, un dono di Rand al’Thor, e riusciva a distinguere la maggior parte degli stendardi quando la brezza li raddrizzava. Sapeva abbastanza di stemmi andorani da individuare la quercia e l’ascia di Dawlin Armaghn e le cinque stelle d’argento di Daerilla Raened, nonché molte altre bandiere di nobili minori che supportavano la rivendicazione di Naean Arawn al trono del Leone e alla Corona di Rose di Andor. Tuttavia c’era anche il muro rosso a griglia di Jailin Maran e la coppia di leopardi bianchi di Carlys Ankerin, e la dorata mano alata di Eram Talkend. Secondo tutti i rapporti, erano fedeli alla rivale di Naean, Elenia Sarand. Vederli con gli altri era come osservare lupi e cani da caccia che condividevano un pasto. Con una botte di buon vino aperta per festeggiare l’accordo.

Anche altri due stendardi, con una frangia d’oro e grandi almeno due volte qualunque altro, erano in bella mostra, anche se entrambi erano troppo pesanti perché un’occasionale folata potesse far altro se non agitarli. Risplendevano del luccichio della seta spessa. Comunque aveva visto quei due vessilli abbastanza chiaramente prima, quando i portabandiera avevano cavalcato avanti e indietro sulla sommità dell’altura che nascondeva il loro campo, gli stendardi spiegati nella brezza del loro galoppo. Uno era il leone di Andor, bianco in campo rosso, lo stesso che sventolava sugli alti torrioni rotondi sparsi lungo le mura cittadine. In entrambi i casi era una dichiarazione del diritto di qualcuno al trono e alla corona. Il secondo grande vessillo sotto di lui proclamava la donna che lanciava la sua rivendicazione contro quella di Elayne Trakand. Quattro lune d’argento in un campo blu crepuscolo, l’insegna della casata Marne. Tutto questo era in supporto di Arymilla Marne? Un mese fa, sarebbe stata fortunata se chiunque tranne la sua casata o quel decerebrato di Nasin Caeren le avesse offerto un letto per la notte!

«Ci ignorano» brontolò Bael. «Potrei spezzarli prima del tramonto e non lasciare nessuno vivo a vedere il sole sorgere ancora, tuttavia ci ignorano.»

Bashere lanciò un’occhiata di lato all’Aiel. Di lato e verso l’alto. L’uomo torreggiava sopra di lui di oltre un piede. Solo i suoi occhi grigi e una striscia di pelle scurita dal sole erano visibili sopra il velo nero avvolto attorno alla sua faccia. Bashere sperava che l’uomo stesse solo proteggendo bocca e naso dal freddo. Stava portando le sue lance corte e lo scudo tondo di pelle di toro, e aveva un arco nella sua custodia sulla schiena e una faretra all’anca, ma solo il velo importava. Non era questo il momento che gli Aiel cominciassero a uccidere. Venti passi più in basso verso il campo, altri trenta Aiel erano accovacciati sui talloni, tenendo le proprie armi con noncuranza. Uno su tre aveva il volto scoperto, perciò forse si trattava davvero del freddo. Con gli Aiel non si poteva mai essere sicuri, però.

Passando rapidamente in rassegna diversi approcci, Bashere optò per l’ironia. «A Elayne Trakand non piacerebbe, Bael, e, nel caso tu abbia dimenticato com’è essere giovane, questo significa che non piacerà a Rand al’Thor.»

Bael emise un irritato grugnito. «Melaine mi ha riferito le parole di Elayne Trakand. Non dobbiamo fare nulla per aiutarla. Questo è sciocco. Quando un nemico viene contro di te, devi avvalerti di chiunque possa danzare le lance dalla tua parte. Giocano forse alla guerra allo stesso modo del loro Gioco delle Casate?»

«Noi siamo forestieri, Bael. Questo conta, nell’Andor.»

Il mastodontico Aiel grugnì di nuovo.

Non sembrava esserci verso nel provare a spiegare la politica che c’era sotto. L’aiuto straniero sarebbe potuto costare a Elayne quello che stava cercando di ottenere, e i suoi nemici lo sapevano, e sapevano che lei lo sapeva, perciò non temevano Bashere o Bael o la legione del Drago, per quanto numerosi. In effetti, malgrado l’assedio, entrambi gli schieramenti si sarebbero adoperati fino in fondo per evitare una battaglia campale. Era una guerra, ma di manovre e schermaglie a meno che qualcuno non commettesse uno stupido errore, e il vincitore sarebbe stato quello che avesse ottenuto una posizione inattaccabile o costretto l’altro a ritirarsi in una zona che non poteva essere difesa. Era probabile che Bael non vi vedesse alcuna differenza rispetto al Daes Dae’mar. Per la verità, Bashere stesso vi vedeva parecchie somiglianze. Con la Macchia alle sue porte, la Saldea non poteva permettersi dispute per il trono. Si potevano sopportare i tiranni, e la Macchia uccideva presto gli stupidi e gli avidi, ma perfino questo particolare genere di guerra civile avrebbe consentito alla Macchia di distruggere la Saldea. Tornò a studiare il campo attraverso il suo cannocchiale, cercando di capire come una completa stupida come Arymilla Marne potesse aver ottenuto il sostegno di Naean Arawn ed Elenia Sarand. Quelle due erano avide e ambiziose, ognuna fermamente convinta del proprio diritto al trono, e, se comprendeva bene l’intricata tela usata dagli Andorani per decidere queste faccende, la rivendicazione di ciascuna di loro era più valida di quella di Arymilla. Non erano lupi e cani da caccia, in questo. Qui si trattava di lupi che decidevano di seguire un cagnolino da compagnia. Forse Elayne conosceva la ragione, ma con lui scambiava a malapena dei messaggi, brevi e inconsistenti. Era troppo il rischio che qualcuno lo venisse a sapere e pensasse che stava complottando con lui. Era davvero come il Gioco delle Casate.