Zavion, la vigorosa e fulva signora di Gahaur, sollevò un ago col filo già pronto. «A meno che tu non abbia sviluppato un interesse per il ricamo, mio signore,» disse in tono freddo «posso suggerirti di allontanarti?»
Bashere acconsentì con un piccolo cenno del capo. A Deira non era mai piaciuto che la guardasse mentre la ricucivano. A lui non era mai piaciuto guardarla mentre la ricucivano.
Fuori dalla tenda, si soffermò ad annunciare a gran voce che la lady sua moglie stava bene e la stavano curando, e che era il caso che tutti tornassero alle proprie faccende. Gli uomini si allontanarono facendogli auguri per la salute di Deira, ma nessuna delle donne se ne andò. Lui non insistette. Sarebbero rimaste finché non fosse comparsa Deira stessa, qualunque cosa lui avesse detto, e un uomo saggio cercava di evitare battaglie che non solo avrebbe perso, ma per cui si sarebbe coperto di ridicolo.
Tumad era in attesa ai margini della folla e si affiancò a Bashere, che camminava con le mani serrate dietro la schiena. Per lungo tempo si era aspettato questo, o qualcosa del genere, ma aveva quasi cominciato a pensare che non sarebbe accaduto. E non si era mai aspettato che Deira quasi morisse a causa di ciò.
«I due uomini sono stati trovati, mio signore» disse Tumad.
«Perlomeno, pare che corrispondano alla descrizione fatta da lady Deira.» La testa di Bashere guizzò attorno, la sua espressione omicida, e l’uomo più giovane si affrettò ad aggiungere: «Erano morti, mio signore, appena fuori dall’accampamento. Ognuno infilzato con una stretta lama.» Puntò un dito alla base del cranio, appena dietro l’orecchio.
«Dev’essere stato più di uno, a meno che non fosse più veloce di una vipera delle rocce.»
Bashere annuì. Spesso il prezzo del fallimento era la morte. Due per cercare, e quanti per ridurli al silenzio? Quanti ne rimanevano, e quanto sarebbe passato prima che tentassero di nuovo? E peggio ancora, chi c’era dietro tutto quanto? La Torre Bianca? I Reietti? Pareva che qualcuno avesse preso una decisione nei suoi confronti. Nessuno tranne Tumad era abbastanza vicino da udire, ma lui parlò comunque piano e scelse con cautela le parole. Alle volte anche il prezzo dell’avventatezza era la morte. «Sai dove trovare l’uomo che è venuto da me ieri? Trovalo e digli che acconsento, ma saranno un po’ di più rispetto a quelli di cui abbiamo parlato.»
La neve soffice cadeva lieve sulla città di Cairhien, attenuando la luce mattutina solo un poco, smorzandone appena la luminosità. Dalle finestre alte e strette del Palazzo del Sole, dotate di battenti con ottimi pannelli di vetro per difendersi dal freddo, Samitsu poteva vedere con chiarezza l’impalcatura di legno eretta attorno alla sezione devastata dell’edificio, cubi spaccati di pietra scura ancora cosparsi di macerie e torri a gradoni che terminavano bruscamente prima di raggiungere il resto delle guglie del palazzo. Una, la Torre del Sole Sorto, semplicemente non esisteva più. Diverse fra le leggendarie torri ‘senza cima’ della città svettavano attraverso i bianchi fiocchi cadenti, smisurate guglie squadrate con enormi contrafforti, di gran lunga più alte di quelle del palazzo malgrado questo si trovasse sul colle più elevato in una città costruita su colline. Erano circondate dalle loro impalcature e ancora non del tutto ricostruite venti anni dopo che gli Aiel le avevano bruciate; in altri vent’anni i lavori sarebbero potuti terminare. Non c’erano operai ad arrampicarsi sulle tavole di nessuna delle impalcature, ovviamente, non con questo tempo. Samitsu si ritrovò a desiderare che la neve potesse dare tregua anche a lei. Quando Cadsuane era partita, una settimana prima, lasciando lei in carica, il suo compito era parso semplice. Fare in modo che quel pentolone che era Cairhien non cominciasse di nuovo a bollire. Allora era sembrato un compito semplice, anche se di rado lei si era ritrovata coinvolta in importanti questioni politiche. Solo un nobile manteneva considerevoli forze armate, e Dobraine era collaborativo, per la maggior parte, dato che, a quanto pareva, voleva che tutto rimanesse tranquillo. Certo, aveva accettato quella sciocca nomina come Sovrintendente di Cairhien per il Drago Rinato. Il ragazzo aveva nominato anche un Sovrintendente di Tear, un uomo che solo un mese prima aveva fatto parte di una ribellione contro di lui! Se avesse fatto lo stesso a Illian... Sembrava fin troppo probabile. Quelle nomine avrebbero causato un’infinità di problemi che le Sorelle avrebbero dovuto risolvere prima d’ogni altra cosa! Quel ragazzo non portava altro che guai! Tuttavia finora sembrava che Dobraine usasse la sua nuova posizione solo per gestire la città. E per radunare in silenzio il sostegno per la rivendicazione di Elayne Trakand al trono del Sole, se mai lei l’avesse avanzata. Samitsu era soddisfatta di lasciare quella faccenda così come stava, dato che non le interessava in alcun modo chi sarebbe salito al trono del Sole. Non le importava molto nemmeno di Cairhien. La nevicata al di là della sua finestra vorticò in un turbine di vento come un caleidoscopio bianco. Così... tranquillo. Aveva mai apprezzato la tranquillità, prima? Se l’aveva fatto, di certo non riusciva a ricordarlo. Né la possibilità che Elayne Trakand ottenesse il trono né il nuovo titolo di Dobraine avevano portato altrettanta costernazione quanto le ridicole e assurdamente persistenti dicerie sul fatto che il ragazzo al’Thor fosse andato a Tar Valon per sottomettersi a Elaida, anche se lei non aveva fatto nulla per soffocarle. Quel pettegolezzo faceva temere a tutti perfino di respirare, dai nobili agli stallieri, il che andava più che bene per mantenere la pace. Il Gioco delle Casate era giunto a una battuta d’arresto; perlomeno paragonato al normale stato delle cose a Cairhien. Gli Aiel, che erano arrivati in città dal loro enorme accampamento poche miglia a est, avevano probabilmente contribuito, per quanto fossero assai detestati dalla maggior parte della gente. Tutti sapevano che seguivano il Drago Rinato, e nessuno voleva rischiare di ritrovarsi dalla parte sbagliata di migliaia di lance aiel. Il giovane al’Thor era molto più utile da assente che da presente. Voci dall’ovest di scorrerie aiel in qualche altro posto – depredando, bruciando, uccidendo indiscriminatamente, questo affermavano le dicerie dei mercanti – davano alla gente un’altra ragione di procedere coi piedi di piombo con quelli qui.
In effetti, non c’era nulla che sembrasse scuotere Cairhien dalla sua quiete, a parte l’occasionale rissa di strada fra gente del Passaggio Anteriore e cittadini che consideravano quei tipi rumorosi e vestiti di colori vividi estranei quanto gli Aiel, e molto meno pericolosi da prendere a pugni. La città traboccava di gente, con persone che dormivano ovunque riuscivano a trovare riparo dal freddo, tuttavia le scorte di cibo erano più che adeguate se non sovrabbondanti e il commercio era in effetti migliore di quanto ci si attendesse in inverno. Tutto sommato, si sarebbe dovuta sentire lieta per il fatto che stava eseguendo le istruzioni di Cadsuane come lei avrebbe voluto. Tranne che Cadsuane si sarebbe aspettata di più. Lo faceva sempre.
«Mi stai ascoltando, Samitsu?»
Sospirando, Samitsu si voltò dal pacifico panorama della finestra, costringendosi a non lisciare le sue gonne striate di giallo. I campanellini di fattura jakanda fra i suoi capelli tintinnarono debolmente, ma oggi quel suono non riusciva a calmarla. Nemmeno nelle condizioni migliori si sentiva del tutto a proprio agio nei suoi appartamenti a palazzo, anche se il fuoco che ardeva nell’ampio caminetto di marmo diffondeva un gradevole calore e il letto nella stanza accanto aveva materassi di piume della miglior qualità e cuscini di piume d’oca. Tutte e tre le sue stanze erano eccessivamente decorate in severo stile cairhienese, il bianco stucco del soffitto lavorato in riquadri intrecciati, l’ampia cornice dorata in maniera pesante e i pannelli di legno della parete levigati fino a risplendere debolmente, ma tuttavia scuri. Il mobilio era ancora più scuro e di foggia massiccia, bordato con sottili linee di foglia d’oro e intarsiato con un motivo a cunei d’avorio. Il tappeto tarenese a fiori in questa stanza sembrava uno sgargiante contrasto paragonato a tutto il resto ed enfatizzava la rigidità circostante. Di recente, era tutto troppo simile a una gabbia. Quello che davvero la sconcertava, però, era la donna coi boccoli fino alle spalle in piedi al centro del tappeto, i pugni sui fianchi, il mento in un piglio belligerante e i suoi occhi azzurri stretti in un’espressione accigliata. Sashalle portava alla mano destra l’anello col Gran Serpente, naturalmente, ma anche una collana e un braccialetto aiel, fatti di grosse perle d’argento e avorio lavorate e intagliate in maniera intricata, vistosi contro il suo abito di lana marrone a collo alto, semplice nonostante fosse elegante e di buona fattura. Non vestiti rozzi, certo, ma... sgargianti, e non proprio il genere di capi che una Sorella avrebbe indossato. La stranezza di quei gioielli avrebbe potuto spiegare parecchio, se Samitsu fosse mai riuscita a trovarne la ragione. Le Sapienti, in particolar modo Sorilea, la guardavano come se fosse una sciocca perché non riusciva a capire le cose senza chiedere, e rifiutavano di prendersi la briga di rispondere. Lo facevano fin troppo spesso. Specialmente Sorilea. Samitsu non era abituata a essere ritenuta una sciocca e non le piaceva affatto.