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Sashalle, inoltre, non era più alta di lei, ma dovette sbrigarsi per star dietro alla Rossa mentre procedeva lesta lungo gli ampi corridoi dalla volta squadrata. Precederla era fuori questione, a meno che non scegliesse di correre. Fumava di rabbia in silenzio, anche se questo la costringeva a serrare i denti. Litigare con un’altra Sorella in pubblico era quantomeno sconveniente. Peggio ancora, senza dubbio sarebbe stato inutile. E sarebbe solo servito a scavare ancora di più la fossa in cui si trovava. Provava un’enorme voglia di prendere a calci qualcosa. Lampade su sostegni posti a intervalli regolari diffondevano luce in abbondanza perfino negli angoli più bui del corridoio, ma c’era poco colore o decorazione a parte l’occasionale arazzo con soggetti disposti in maniera ordinata, che si trattasse di scene di caccia o di nobili che combattevano valorosamente. Alcune nicchie nelle pareti ospitavano soprammobili d’oro o porcellane del Popolo del Mare, e le cornici di alcuni corridoi erano lavorate con fregi e lasciate perlopiù non dipinte. Questo era tutto. Cairhien nascondeva la propria opulenza alla vista del pubblico, come faceva con molte cose. Gli uomini e donne della servitù che si affrettavano operosi lungo i corridoi come file di formiche indossavano livree color carbone, tranne quelli che lavoravano per i nobili residenti a palazzo, che accanto agli altri sembravano abbigliati in toni sgargianti, con gli emblemi della propria casata ricamati sul petto, e coi colletti e talvolta le maniche nei colori di quella dinastia. Uno o due avevano perfino una giubba o un abito tutto nei colori della casata e sembravano quasi degli estranei in mezzo agli altri. Ma tenevano tutti quanti gli occhi bassi e si soffermavano a malapena per il tempo necessario a porgere rapidi inchini o riverenze alle due Sorelle quando le incrociavano. Il Palazzo del Sole necessitava di varie centinaia di servitori, e sembrava che se ne stessero andando tutti in giro questa mattina a occuparsi delle loro faccende.

Anche i nobili gironzolavano nei corridoi, porgendo le proprie caute riverenze alle Aes Sedai mentre passavano, forse con un saluto attentamente bilanciato fra un’illusione di parità e il vero stato delle cose, parlando con voci tanto basse che non arrivavano lontano. Erano la riprova del vecchio detto secondo cui tempi inconsueti portano a inconsueti compagni di viaggio. Vecchie inimicizie erano state messe da parte di fronte a nuovi pericoli. Per il momento. Qui, due o tre pallidi nobili cairhienesi in scure giacche di seta con sottili strisce di colore sul davanti, alcuni con la fronte rasata e impomatata alla maniera dei soldati, passeggiavano accanto a un ugual numero di scuri Tarenesi, più alti nelle loro giubbe vivide con ampie maniche a righe. Lì una nobildonna tarenese con un’aderente cuffietta con perline, una veste di broccato variopinto e una gorgiera di pallido merletto, camminava sottobraccio a una nobile cairhienese più bassa con i capelli acconciati in un’elaborata torre che arrivava ben oltre la testa della propria compagna, merletto grigio fumo sotto il mento e strette strisce dei colori della propria casata che ricadevano sul davanti del suo scuro abito di seta dalle ampie gonne. Tutti si comportavano come amici intimi e confidenti fidati.

Alcune accoppiate sembravano più strane di altre. Diverse donne avevano di recente cominciato a indossare vestiti stravaganti, apparentemente non notando come attiravano gli occhi degli uomini e costringevano perfino i servitori a fare grossi sforzi per non fissarle. Brache attillate e una giubba lunga a malapena quanto bastava per coprire le anche non erano indumenti adatti a una donna, a prescindere da quanti sforzi vi fossero stati profusi per ricamarli in modo ricco o per decorare di gemme la giacca. Collane e braccialetti con pietre preziose e spille con ciuffi di penne variopinte non facevano che esaltare la stranezza. E quegli stivali tinti in maniera tanto vivida, con i tacchi che le rendevano più alte di oltre una spanna, le facevano sembrare in pericolo di cadere per terra a ogni traballante passo.

«Scandaloso» borbottò Sashalle, scrutando una di quelle coppie di donne e dando uno strattone alle proprie gonne dal disprezzo.

«Scandaloso» borbottò Samitsu prima di potersi trattenere, poi richiuse di colpo la bocca tanto forte da far schioccare i denti. Doveva controllare la propria lingua. Dar voce al suo assenso solo perché era d’accordo era un’abitudine che non poteva permettersi con Sashalle. Tuttavia, non poté fare a meno di voltarsi a lanciare un’occhiata di disapprovazione alla coppia. E un po’ di meraviglia. Un anno fa, Alaine Chuliandred e Fionnda Annariz sarebbero saltate l’una alla gola dell’altra. O piuttosto avrebbero messo i loro armigeri a scannarsi a vicenda. D’altra parte, chi si sarebbe aspettato di vedere Bertome Saighan camminare pacificamente con Weiramon Saniago, senza che nessuno dei due tentasse di estrarre il pugnale dalla cintura? Tempi inconsueti e inconsueti compagni di viaggio. Senza dubbio erano impegnati nel Gioco delle Casate, manovrando per il proprio vantaggio come avevano sempre fatto; tuttavia, linee di separazione che un tempo erano scolpite nella roccia ora si rivelavano invece tracciate sull’acqua. Tempi davvero inconsueti.

Le cucine erano al piano più basso del Palazzo del Sole sopra il livello del suolo, sul retro: un gruppo di stanze, dai muri di roccia e con travi sul soffitto, che attorniava un lungo ambiente senza finestre pieno di stufe di ferro, forni di mattoni e caminetti in pietra naturale, il cui calore era sufficiente a far dimenticare a chiunque la neve al di fuori o perfino che fosse inverno. Di norma cuochi e aiutocuochi dalle facce coperte di sudore, vestiti di scuro come tutto il resto della servitù del palazzo sotto i loro grembiuli bianchi, si sarebbero affrettati tutt’intorno per accingersi a preparare il pasto di mezzogiorno, impastando pagnotte su lunghi ripiani di marmo cosparsi di farina, ungendo i tagli di carne e il pollame che girava sugli spiedi nei caminetti. Ora a muoversi erano solo cani trotterellanti, desiderosi di ottenere i loro pezzi di carne. Canestri erano pieni di rape e carote non pelate e non tagliate, e odori dolci e piccanti provenivano da pentolini di salse lasciati a bollire. Perfino gli sguatteri, ragazzi e ragazze che si strofinavano le facce sui loro grembiuli, si trovavano al bordo di un gruppo di donne assiepate attorno a uno dei tavoli. Dalla soglia, Samitsu poteva vedere il dietro della testa di un Ogier che, seduto al tavolo, torreggiava sopra tutti loro, decisamente più alto di quanto sarebbero stati molti uomini in piedi, e largo, per di più. Certo, i Cairhienesi nel complesso erano bassi, e questo contribuiva. Lei appoggiò una mano sul braccio di Sashalle e, una volta tanto, la donna si fermò dove si trovavano senza protestare.

«...scomparso senza lasciare un indizio su dove stesse andando?» stava chiedendo l’Ogier in un rombo tanto profondo da far sembrare che la terra si stesse muovendo. Le sue lunghe orecchie dalle punte pelose, che sbucavano attraverso capelli scuri che ricadevano fino al suo alto colletto, schioccavano avanti e indietro a disagio.

«Oh, smettila di parlare di lui, mastro Ledar» rispose una voce di donna con un tremito che pareva esercitato a lungo. «Perfido, è stato. Ha squarciato metà del palazzo con l’Unico Potere, oh sì. Potrebbe tramutare il tuo sangue in ghiaccio solo guardandoti, e ucciderti in un batter d’occhio. A migliaia sono morti per mano sua. Decine di migliaia!

Oh, non mi piace proprio parlare di lui.»

«Per essere una a cui non piace proprio parlare di qualcosa, Eldrid Methin,» interloquì brusca un’altra donna «di certo non parli di molto altro.» Corpulenta e piuttosto alta per una Cairhienese – quasi quanto Samitsu stessa – con poche ciocche grigie che sfuggivano alla sua bianca cuffia di semplice merletto, doveva essere la capocuoca in servizio, poiché tutti coloro che Samitsu poteva vedere si affrettarono ad annuire in segno di assenso e cinguettare risolini dicendo: «Oh, avete proprio ragione, comare Beldair» in una maniera particolarmente adulatoria. I servitori avevano le proprie gerarchie, mantenute in modo tanto rigido quanto quelle della Torre stessa.