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«Ma questo non è il genere di cose di cui è bene che chiacchieriamo, mastro Ledar» proseguì la donna corpulenta. «Faccende da Aes Sedai, questo sono, e non adatte a tipi come te e me. Dicci di più sulle Marche di Confine. Hai davvero visto dei Trolloc?»

«Aes Sedai» borbottò un uomo. Nascosto dalla folla attorno al tavolo, doveva trattarsi del compagno di Ledar. Samitsu non riusciva a vedere alcun uomo adulto fra il personale nelle cucine, stamane.

«Dimmi, pensi davvero che abbiano legato quegli uomini di cui stavi parlando, quegli Asha’man? Come Custodi? E quello che è morto? Non hai detto come.»

«Oh, be’, è stato il Drago Rinato a ucciderlo» sbottò Eldrid. «E per quale altra ragione delle Aes Sedai legherebbero un uomo? Oh, terribili, questo erano, quegli Asha’man. Potevano tramutarti in pietra con un’occhiata, oh sì. Puoi riconoscerne uno soltanto guardandolo, sai. Spaventosi occhi ardenti, questo hanno.»

«Zitta, Eldrid» disse con fermezza comare Beldair. «Forse erano Asha’man e forse no, mastro Underhill. Forse sono stati legati e forse no. Tutto ciò che io o chiunque altro possiamo dire è che erano con lui.»

L’enfasi nella sua voce rendeva ovvio di chi stava parlando; Eldrid poteva considerare Rand al’Thor spaventoso, ma questa donna non voleva neanche nominarlo: «E non appena lui se n’è andato, tutt’a un tratto le Aes Sedai stavano dicendo loro cosa fare e loro lo facevano. Certo, qualsiasi sciocco sa che bisogna fare quello che una Aes Sedai dice. Comunque, quei tizi se ne sono andati tutti, ora. E perché tutto questo interesse verso di loro, mastro Underhill? È forse un nome andorano?»

Ledar gettò indietro la testa e rise, un suono tonante che riempì la stanza. Le sue orecchie si contrassero in modo violento. «Oh, noi vogliamo sapere tutto sui posti che visitiamo, comare Beldair. Le Marche di Confine, dici? Potresti pensare che faccia freddo qui, ma noi abbiamo visto alberi spezzarsi con uno schiocco come noci nel fuoco dal gelo che c’è nelle Marche di Confine. Voi avete blocchi di ghiaccio nel fiume, che galleggiano da monte fino a fondovalle, ma noi abbiamo visto corsi d’acqua ampi come l’Alguenya congelati, cosicché i mercanti potevano attraversarli con carovane di carri carichi di merci, e uomini che pescavano attraverso buchi tagliati in un ghiaccio spesso quasi una spanna. Di notte, nel cielo ci sono strati di luce che sembrano crepitare, tanto vividi da offuscare le stelle, e...»

Perfino comare Beldair si stava piegando verso l’Ogier, rapita, ma uno dei giovani sguatteri, troppo basso per vedere oltre gli adulti, lanciò uno sguardo alle proprie spalle e strabuzzò gli occhi quando si posarono su Samitsu e Sashalle. Rimase a fissarle come inebetito, ma brancolò con una mano finché non riuscì a dare uno strattone alla manica di comare Beldair. La prima volta, lei lo scosse via senza voltarsi a guardare. Al secondo strattone, voltò la testa con un’occhiataccia che svanì in un lampo quando anche lei vide le due Aes Sedai.

«Che la grazia vi favorisca, Aes Sedai» disse affrettandosi a infilare le ciocche ribelli di nuovo sotto la sua cuffia mentre si inchinava per la riverenza. «Come posso servirvi? » Ledar si interruppe di colpo a metà frase e le sue orecchie si irrigidirono per un momento. Non guardò verso la porta.

«Desideriamo parlare con i tuoi ospiti» disse Sashalle, avanzando all’interno. «Non disturberemo la tua cucina per molto.»

«Ma certo, Aes Sedai.» Se la donna corpulenta provò una qualche sorpresa per il fatto che due Sorelle volessero parlare con ospiti delle cucine, non lo fece trasparire. Con la testa che ruotava da una parte all’altra per osservare tutti, batté le mani grassocce e cominciò a sbraitare ordini. «Eldrid, quelle rape non si peleranno da sole. Chi stava controllando la salsa ai fichi? Non è facile procurarsi dei fichi secchi!

Dov’è il tuo cucchiaio per ungere, Kasi? Andil, corri a prendere qualche...» Cuoche e sguatteri si sparpagliarono in ogni direzione, e uno sbatacchiare di pentole e cucchiai presto riempì la cucina, anche se tutti stavano chiaramente sforzandosi di essere quanto più silenziosi possibile per non disturbare le Aes Sedai. Stavano chiaramente sforzandosi perfino di non guardare nella loro direzione, anche se questo richiedeva qualche contorsione.

L’Ogier si alzò in piedi agilmente, la sua testa che sfiorava le grosse travi del soffitto. Il suo abbigliamento era come quello che Samitsu ricordava da un precedente incontro con degli Ogier: una lunga giubba scura che si allargava sopra stivali con risvolti. Delle macchie sulla sua giacca facevano capire che era reduce da un duro viaggio; gli Ogier erano gente schifiltosa. Si voltò solo per metà a guardare lei e Sashalle mentre faceva un inchino, e si sfregò l’ampio naso come se gli prudesse, nascondendo parzialmente la sua larga faccia, ma appariva giovane, per un Ogier. «Perdonateci, Aes Sedai,» mormorò «ma dobbiamo davvero andare.» Piegandosi per raccogliere un enorme fagotto di cuoio che aveva una grossa coperta arrotolata in cima e mostrava i segni di diverse forme squadrate compresse attorno a qualunque altra cosa con cui fosse stato riempito, fece passare l’ampia cinghia sopra una spalla. Anche le capienti tasche della sua giacca mostravano protuberanze spigolose. «Ci aspetta molta strada prima dell’imbrunire.» Il suo compagno rimase seduto però, le sue mani spiegate sul tavolo; un giovane dai capelli chiari con la barba di una settimana, che sembrava aver dormito più di una notte nella sua spiegazata giacca marrone. Osservava le Aes Sedai con circospezione, con occhi scuri come quelli di una volpe accerchiata.

«E quale sarebbe il posto che potete raggiungere per l’imbrunire?»

Sashalle non si fermò finché non si trovò di fronte al giovane Ogier, tanto vicina da dover solo allungare il collo per poterlo guardare negli occhi, anche se fece apparire quel movimento aggraziato invece che goffo, come sarebbe dovuto essere. «Siete diretti all’incontro di cui abbiamo udito, nello Stedding Shangtai? Mastro... Ledar, dico bene?»

Le sue lunghe orecchie si contrassero con violenza, poi restarono immobili, e i suoi occhi delle dimensioni di tazze da tè si strinsero con tanta circospezione quanta quella del giovane, finché le estremità penzolanti delle sopracciglia si trascinarono fino alle sue guance.

«Ledar, figlio di Shandin figlio di Koimal, Aes Sedai» ammise con riluttanza. «Ma di certo non sto andando al Gran Comizio. Be’, gli Anziani non mi lascerebbero avvicinare abbastanza da udire quello che viene detto.» Emise una profonda risatina baritonale che suonò forzata.

«Non possiamo arrivare dove stiamo andando stanotte, Aes Sedai, ma ogni lega dietro di noi è una lega che non dobbiamo percorrere domani. Dobbiamo incamminarci.» Il giovane non rasato si alzò, fece passare con aria nervosa una mano contro la lunga elsa della spada alla sua cintura, tuttavia non accennò a raccogliere il fagotto e la coperta arrotolata ai suoi piedi e a seguire l’Ogier che si stava dirigendo alla porta verso la strada, perfino quando quello disse sopra la spalla: «Ora dobbiamo andare, Karldin.»

Sashalle scivolò con movenze fluide sulla strada dell’Ogier, anche se dovette fare tre passi per ognuno dei suoi. «Stavi chiedendo un lavoro come costruttore, mastro Ledar,» disse in tono che non ammetteva scherzi «ma le tue mani non sono callose come quelle dei costruttori che ho visto. Sarebbe meglio che tu rispondessi alle mie domande.»

Reprimendo un sorriso di trionfo, Samitsu si andò ad affiancare alla Sorella Rossa. E così Sashalle pensava di poterla semplicemente mettere da parte e indagare su quello che stava succedendo, eh? Aveva in serbo una sorpresa, per quella donna. «Devi davvero rimanere ancora un po’» disse all’Ogier a bassa voce; il rumore nella cucina avrebbe dovuto impedire a chiunque di sentire, tuttavia non era il caso di correre rischi. «Quando giunsi al Palazzo del Sole, avevo già sentito di un giovane Ogier, un amico di Rand al’Thor. Aveva lasciato Cairhien alcuni mesi fa, in compagnia di un giovane di nome Karldin. Non è così, Loial?» Le orecchie dell’Ogier si afflosciarono.