Karldin scoppiò in una violenta risata e improvvisamente Samitsu si chiese se sarebbe vissuta abbastanza perché Cadsuane potesse strapparle la pelle.
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Tempo di andare
La Ruota del Tempo gira e le Epoche si succedono, lasciando ricordi che divengono leggenda. La leggenda sfuma nel mito, ma anche il mito è ormai dimenticato quando ritorna l’Epoca che lo vide nascere. In un’Epoca, chiamata da alcuni Epoca Terza, un’Epoca ancora a venire, un’Epoca da gran tempo trascorsa, il vento si alzò sopra le Colline di Rhannon. Il vento non era l’inizio. Non c’è inizio né fine, al girare della Ruota del Tempo. Ma fu comunque un inizio.
Nato fra i frutteti e i vigneti che ricoprivano gran parte delle irregolari colline, gli alberi di ulivo in filari sempreverdi, i viticci ordinati privi di foglie fino a primavera, il freddo vento soffiava verso ovest e nord sopra le prospere fattorie che punteggiavano la terra fra i colli e la grande baia di Ebou Dar. La terra nella morsa dell’inverno era ancora incolta, ma uomini e donne stavano già oliando gli aratri e approntando i finimenti, preparandosi per la semina a venire. Prestavano poca attenzione ai convogli di carri carichi fino all’eccesso che si dirigevano a est lungo le strade sterrate, portando gente che indossava abiti stravaganti e parlava con strani accenti. Molti degli stessi stranieri sembravano contadini, con attrezzi familiari allacciati ai loro bagagli e nei loro carri germogli inconsueti con le radici avvolte nella tela grezza, ma erano diretti oltre, verso terre più lontane. Non avevano nulla a che fare con la vita qui e adesso. La mano dei Seanchan si posava lieve su coloro che non contestavano la loro autorità, e i contadini delle Colline di Rhannon non avevano visto alcun cambiamento nelle loro vite. Per loro, la pioggia o la siccità erano sempre stati i veri governanti. Il vento soffiava verso ovest e verso nord, sopra la distesa acquamarina della baia, dove centinaia di enormi navi dondolavano all’ancora su marosi incostanti, alcune dalla prua massiccia e dotate di vele, altre lunghe e dalla prora aguzza, con uomini che lavoravano per uniformare le loro vele e il sartiame a quello dei vascelli più grandi. Non c’erano tante navi alla fonda qui come pochi giorni prima, però. Molte ora giacevano riverse nelle acque basse, relitti carbonizzati ingavonatisi sui fianchi e ossature bruciate assestate nella profonda mota grigia come scheletri anneriti. Imbarcazioni più piccole si muovevano sul pelo dell’acqua per la baia, in pendenza sotto vele triangolari o formicolando su remi come insetti acquatici dalle molte zampe, la maggior parte trasportando lavoratori e rifornimenti alle navi che ancora galleggiavano. Altri piccoli vascelli e chiatte si dibattevano legati a quelli che parevano tronchi d’albero potati dei rami, che spuntavano dall’acqua azzurro-verde, e da questi degli uomini si tuffavano con delle pietre per portarli velocemente alle navi sommerse sul fondale, dove annodavano corde a qualunque cosa potesse essere recuperata ritirandola su. Sei notti fa, in questo luogo, la morte aveva camminato sull’acqua: l’Unico Potere aveva ucciso uomini e donne, e nell’oscurità le navi erano state sventrate da fulmini argentei e fragorose palle di fuoco. Ora la rumorosa baia, colma di frenetica attività, a paragone sembrava tranquilla, la maretta gettava schiuma al vento che soffiava verso nord e ovest sopra la foce del fiume Eldar, dove si allargava nella baia, verso nord e ovest e nell’entroterra. Seduto a gambe incrociate in cima a un macigno coperto di muschio bruno, sulla sponda del fiume contornata di canneti, Mat incurvò le spalle contro il vento e imprecò in silenzio. Qui non c’era oro da trovare, niente donne o balli, niente divertimento. Molte scomodità, in compenso. Per farla breve, era l’ultimo genere di posto che avrebbe scelto, di norma. Il sole si trovava poco al di sopra dell’orizzonte, il cielo era di un pallido grigio ardesia e grosse nubi viola provenienti dal mare minacciavano pioggia. L’inverno sembrava a malapena tale senza la neve – doveva ancora vederne un solo fiocco a Ebou Dar – ma un vento mattutino freddo e umido giunto dal mare poteva gelare un uomo fino alle ossa allo stesso modo. Sei notti addietro aveva lasciato la città a cavallo durante una tempesta; ciononostante la sua anca pulsante sembrava pensare che lui fosse ancora bagnato fradicio e aggrappato a una sella. Un uomo non sarebbe dovuto essere fuori per sua scelta con questo tempo o a quest’ora del giorno. Desiderò aver pensato di portare un mantello. Desiderò essere rimasto a letto.
Increspature nel terreno nascondevano Ebou Dar, appena poco più di un miglio a sud, e nascondevano anche lui dalla città, ma in vista non c’era un albero o nulla di più grande di un cespuglio. Essere allo scoperto in questo modo lo faceva sentire come se delle formiche gli zampettassero sotto la pelle. Probabilmente era al sicuro, però. Il suo cappello e la sua semplice giacca di lana non erano affatto simili ai vestiti con cui era noto in città. Una sciarpa di lana grezza, invece che di seta nera, gli nascondeva la cicatrice attorno al collo e anche il bavero della sua giubba era alzato per lo stesso motivo. Neanche una traccia di merletto o un filo di ricamo. Sobri abbastanza per un fattore che andasse a mungere le mucche. Nessuno di quelli che era necessario evitare l’avrebbe riconosciuto, se l’avesse visto. Se non da molto vicino. Nondimeno, strattonò il cappuccio un po’ più in basso.
«Intendi rimanere qui fuori ancora a lungo, Mat?» La sbrindellata giacca blu scuro di Noal aveva visto giorni migliori, ma, se era per quello, anche lui. Curvo e canuto, il vecchio dal naso rotto era accovacciato sui talloni sotto il masso, pescando dalla riva del fiume con una canna di bambù. Gli mancava la maggior parte dei denti e alle volte indirizzava la lingua verso uno degli spazi vuoti come sorpreso di non trovarvi nulla. «Fa freddo, in caso tu non l’abbia notato. Tutti pensano sempre che faccia caldo, a Ebou Dar, ma l’inverno è freddo ovunque, perfino in posti che fanno sembrare Ebou Dar come Shienar. Le mie ossa agognano un fuoco. O una coperta, perlomeno. Un uomo può starsene al calduccio con una coperta, se si trova esposto al vento. Hai intenzione di fare qualcosa, a parte fissare la corrente?»
Quando Mat si limitò a lanciargli un’occhiata, Noal scrollò le spalle e tornò a scrutare il galleggiante di legno incatramato che ondeggiava fra le canne rade. Ogni tanto torceva una mano nodosa come se le sue dita storte avvertissero il gelo, ma in tal caso era colpa sua. Il vecchio sciocco si era aggirato al guado per le acque meno profonde per raccogliere pesciolini da usare come esca con un canestro ora semisommerso e fissato a una pietra levigata al bordo dell’acqua. Nonostante le sue lamentele sul tempo, Noal lo aveva raggiunto al fiume senza essere spronato o invitato. Da alcune cose che aveva detto, tutti coloro a cui teneva erano morti molti anni addietro e per questo motivo sembrava agognare in maniera quasi disperata ogni tipo di compagnia. Disperata davvero, per scegliere quella di Mat quando poteva essere a cinque giorni di distanza da Ebou Dar a quest’ora. Un uomo poteva coprire molto terreno in cinque giorni, se aveva una buona ragione e un buon cavallo. Lo stesso Mat aveva pensato spesso a quella possibilità.
Sull’altra sponda dell’Eldar, seminascosta da una delle isole paludose che punteggiavano il fiume, un’ampia barca tirò dentro i remi e uno dell’equipaggio si alzò in piedi per pescare fra le canne con un lungo arpione. Un altro rematore lo aiutò a issare sull’imbarcazione quello che aveva preso. A questa distanza, sembrava simile a un grosso sacco. Mat trasalì e spostò lo sguardo a valle del fiume. Stavano trovando ancora corpi, e lui ne era responsabile. Gli innocenti morivano assieme ai colpevoli. E se non facevi nulla, allora morivano solo gli innocenti. Oppure gli toccava un fato terribile quanto la morte. Forse ancora peggiore, secondo come lo si vedeva.