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Si corruccio con aria irritata. Sangue e ceneri, stava diventando un dannato filosofo! Prendersi la responsabilità privava la vita di tutta la gioia e riduceva un uomo in polvere. Ciò che desiderava in quel momento era un bel po’ di vino riscaldato in una confortevole sala comune piena di musica, e una graziosa cameriera cicciottella sulle sue ginocchia, in qualche posto lontano da Ebou Dar. Molto lontano. Ciò che aveva erano obblighi ai quali non si poteva sottrarre e un futuro che non gradiva. Non sembrava che l’essere ta’veren fosse di alcun aiuto, non se questo era il modo in cui il Disegno si modellava attorno a te. Aveva ancora la sua fortuna, comunque. Perlomeno, era vivo e non incatenato in una cella. Date le circostanze, questa poteva essere considerata fortuna.

Dalla sua posizione elevata aveva una visuale piuttosto chiara oltre le ultime basse isole paludose del fiume. Spruzzi portati dal vento venivano trascinati su per la baia come banchi di foschia impalpabile, ma non sufficienti a nascondere quello che gli occorreva vedere. Stava cercando di fare le somme nella sua testa, contando le navi a galla, cercando di calcolare quanti fossero i relitti. Continuava a perdersi, però, pensando di aver contato i vascelli due volte e ricominciando. Anche quelli del Popolo del Mare che erano stati ricatturati si intromettevano nei suoi pensieri. Aveva udito che le forche nel Rahad, dall’altra parte della baia, esponevano più di un centinaio di cadaveri, con cartelli che classificavano ‘omicidio’ e ‘ribellione’ come loro crimini. Di norma, i Seanchan usavano l’ascia del boia e aste da impalamento, mentre per il Sangue veniva utilizzata la corda da strangolamento, ma la proprietà si doveva accontentare di essere impiccata. Che io sia folgorato, ho fatto ciò che potevo, pensò con amarezza. Sentirsi colpevole per aver fatto tutto il possibile non serviva a nulla. Proprio a nulla. Nulla! Doveva concentrarsi sulle persone che erano fuggite.

Gli Atha’an Miere che erano scappati avevano preso delle navi nella baia per la loro fuga e, anche se avrebbero potuto impadronirsi di qualche imbarcazione più piccola, qualunque vascello che potessero assaltare e sopraffare nella notte, avevano avuto intenzione di portar via quanti più possibile dei loro. Erano a migliaia a sgobbare come prigionieri nel Rahad, e questo avrebbe voluto dire scegliere grosse navi, ossia galeoni seanchan. Molti degli stessi vascelli del Popolo del Mare di certo sarebbero stati grandi a sufficienza, ma erano stati privati delle loro vele e del sartiame, in modo da essere equipaggiati alla maniera seanchan. Se fosse riuscito a calcolare il numero dei galeoni rimanenti, si sarebbe potuto fare un’idea di quanti Atha’an Miere erano riusciti effettivamente a ottenere la libertà. Liberare le Cercavento del Popolo del Mare era stata la cosa giusta da fare, l’unica cosa da fare, ma, tralasciando le impiccagioni, centinaia e centinaia di corpi erano stati ripescati dalla baia negli ultimi cinque giorni, e solo la Luce sapeva quanti le maree ne avessero trascinati via. Gli scavafosse lavoravano dall’alba al tramonto e i cimiteri erano pieni di donne e bambini in lacrime. E di uomini, anche. Una parte di quei morti erano Atha’an Miere, senza nessuno a piangerli mentre venivano gettati in fosse comuni, e lui voleva farsi una qualche idea di quanti ne aveva salvati per equilibrare i suoi tetri sospetti sul numero di quelli che aveva ucciso. Stimare quante navi fossero riuscite a fuggire nel Mare delle Tempeste era difficile, però, a prescindere dal perdere il conto. A differenza delle Aes Sedai, le Cercavento non avevano restrizioni contro l’uso del Potere come un’arma, non quando era in gioco la salvezza della loro gente, e avevano voluto arrestare l’inseguimento prima che cominciasse. Nessuno poteva dar loro la caccia in una nave in fiamme. I Seanchan, con le loro damane, si facevano ancora meno scrupoli nel contrattaccare. Fulmini che si intrecciavano fra la pioggia numerosi quanto fili d’erba e palle di fuoco che striavano il cielo, alcune delle dimensioni di cavalli, e la baia sembrava in fiamme da un capo all’altro, finché perfino in mezzo a una tempesta la notte avrebbe fatto impallidire qualsiasi spettacolo di Illuminatori. Senza voltare il capo, poteva contare una dozzina di punti dove l’ossatura carbonizzata di un galeone spuntava da acque poco profonde o dove un enorme scafo dalla prua massiccia giaceva sul fianco con le onde della baia che lambivano il ponte inclinato, e almeno il doppio di punti in cui le linee del legname annerito erano più sottili, i resti di perlustratori del Popolo del Mare. A quanto pareva, non avevano avuto intenzione di lasciare i loro vascelli a gente che li aveva ridotti in catene. Tre dozzine dritto di fronte a lui, e questo senza aggiungervi i relitti affondati sopra i quali erano impegnate barche da recupero. Forse un marinaio avrebbe potuto distinguere i galeoni dai perlustratori dalle cime degli alberi che spuntavano dall’acqua, ma ciò andava oltre le sue conoscenze.

All’improvviso gli tornò alla mente un ricordo: caricare navi per un attacco dal mare, e quanti uomini potevano essere ammassati in quanto spazio e per quanto tempo. Non faceva parte dei suoi ricordi, in effetti, ma di un’antica guerra tra Fergansea e Moreina, tuttavia sembravano suoi. Rendersi conto che non aveva effettivamente vissuto uno di quegli antichi frammenti delle vite degli altri uomini dentro la sua testa ora lo coglieva sempre un po’ di sorpresa, perciò forse erano i suoi, in un certo senso. Di certo erano più nitidi di alcuni periodi della sua stessa vita. I vascelli che ricordava erano più piccoli di molti di quelli nella baia, tuttavia i princìpi erano gli stessi.

«Non hanno abbastanza navi» borbottò. A Tanchico i Seanchan ne avevano addirittura più di quelle arrivate qui, ma le perdite a Ebou Dar erano sufficienti a fare la differenza.

«Abbastanza navi per cosa?» disse Noal. «Non ne ho mai viste così tante in un solo posto, prima.» Era un’affermazione insolita, detta da lui. A sentire Noal, lui aveva visto tutto, ed era quasi sempre più grande o più magnifico di quello che c’era di fronte al suo naso. Nella sua patria, avrebbero detto che teneva i lacci della borsa ben stretti sulla verità. Mat scosse il capo. «Non hanno abbastanza navi per riportarli tutti a casa.»

«Non dobbiamo andare a casa» disse una donna con una pronuncia strascicata dietro di lui. «Siamo a casa.»

Non sobbalzò al sentire il biascicato accento seanchan, ma ci andò vicino prima di riconoscere chi stava parlando.

Egeanin aveva un’espressione corrucciata, i suoi occhi come pugnali azzurri, ma non per lui. Perlomeno, pensava che non lo fossero. Era alta ed esile, con un volto duro di carnagione pallida nonostante una vita passata in mare. Il suo abito verde era sgargiante quanto quello di un Calderaio, o ci andava vicino, e ricamato con una gran quantità di boccoli gialli e bianchi sul colletto e giù per le maniche. Una sciarpa a fiori legata stretta sotto il mento tratteneva una lunga parrucca nera sulla sua testa, che le arrivava fino a metà della schiena e sopra le spalle. Lei odiava la sciarpa e l’abito, che non le calzava a dovere, ma le mani controllavano ogni minuto che la parrucca fosse dritta. Questo la preoccupava più dei suoi vestiti, anche se ‘preoccupare’ non era una parola abbastanza forte.

Aveva solo sospirato per il fatto di doversi tagliare le unghie delle dita, ma era quasi andata su tutte le furie, col volto in fiamme e gli occhi strabuzzati, quando lui le aveva detto che doveva radersi la testa completamente. Il suo precedente taglio di capelli, rasati sopra le orecchie e un’ampia coda fino alle spalle, la faceva riconoscere lontano un miglio come un membro del Sangue seanchan, una nobile minore. Perfino qualcuno che non avesse mai posato gli occhi su un Seanchan si sarebbe ricordato di averla vista. Lei aveva acconsentito, con riluttanza, ma in seguito si era comportata in modo quasi isterico finché non era stata in grado di coprirsi il cuoio capelluto. Non per le ragioni per cui molte donne sarebbero state compiaciute, però. No, fra i Seanchan solo la famiglia imperiale si rasava il capo. Gli uomini che diventavano calvi iniziavano a indossare parrucche non appena i capelli cominciavano a cadere in modo evidente. Egeanin sarebbe morta prima di lasciare che qualcuno credesse che stava facendo finta di appartenere alla famiglia imperiale, perfino gente che non aveva mai pensato a una cosa del genere in vita sua. In effetti quel genere di simulazione comportava la pena capitale fra i Seanchan, ma lui non avrebbe mai creduto che lei se la sarebbe presa a quel modo. Cos’era un’altra pena di morte quando il tuo collo era già steso per l’ascia? Per la corda da strangolamento, nel caso di Egeanin. Per lui ci sarebbe stato il cappio.