Infilando di nuovo il coltello sguainato per metà su per la sua manica sinistra, Mat scivolò giù dal macigno. Atterrò in malo modo e quasi cadde, nascondendo a malapena un sussulto per la fitta all’anca. Riuscì a celarlo, però. Lei era una nobildonna e un capitano di nave, e aveva già provato più volte a prendere il comando senza che lui mostrasse ulteriori debolezze per darle altre occasioni. Si era rivolta a lui per chiedere aiuto, non viceversa, ma questo non significava nulla per lei. Appoggiandosi contro il macigno a braccia conserte, Mat finse rilassatezza, scalciando pigramente ciuffi di erba morta per lasciar passare il dolore. Quello sì che era tanto acuto da imperlargli la fronte di sudore, malgrado il vento freddo. Fuggire durante quella tempesta gli era costato molto con la sua anca, e ancora non si era rimesso.
«Sei sicura riguardo al Popolo del Mare?» le chiese. Non era il caso di menzionare di nuovo la mancanza di navi. Fin troppi coloni seanchan si erano comunque sparpagliati da Ebou Dar, e ancora di più da Tanchico, a quanto pareva. A prescindere da quante navi avessero, ora nessun potere al mondo avrebbe potuto estirpare tutti i Seanchan. Allungando di nuovo la mano verso la parrucca, lei esitò, guardando corrucciata le proprie unghie, e invece si infilò le mani sotto le braccia.
«Che intendi?» Egeanin sapeva che c’era Mat dietro all’evasione delle Cercavento, ma nessuno di loro l’aveva detto esplicitamente. Lei provava sempre a evitare di parlare degli Atha’an Miere. Del tutto diverso dalle navi affondate e dai morti, liberare delle damane era un’altra accusa che comportava la pena capitale, e per di più nauseante agli occhi dei Seanchan, tanto disgustosa quanto lo stupro o molestare dei bambini. Di certo lei stessa aveva aiutato a liberare alcune damane, anche se, a suo modo di vedere, questo era l’ultimo dei suoi crimini. Tuttavia seguitava a non toccare l’argomento. C’erano un bel po’ di faccende sulle quali manteneva il silenzio.
«Sei certa riguardo alle Cercavento che sono state catturate? Ho sentito parlare di mani o piedi mozzati.» Mat deglutì amaramente. Aveva visto uomini morire, ne aveva uccisi con le proprie mani. Che la Luce avesse pietà di lui, aveva ucciso una donna, una volta! Nemmeno il più cupo fra i ricordi di quegli altri uomini bruciava quanto quello, e pochi erano tanto tetri da aver bisogno di essere affogati nel vino quando affioravano in superficie. Ma il pensiero di mozzare deliberatamente le mani di qualcuno gli faceva inacidire lo stomaco. La testa di Egeanin ebbe un sussulto e per un momento Mat pensò che avrebbe ignorato la sua domanda. «Chiacchiere di Renna, ci scommetto» disse, scacciandola con un gesto. «Alcune sul’dam parlano di sciocchezze del genere per spaventare damane recalcitranti quando sono nuove al guinzaglio, ma nessuno l’ha fatto per davvero in... sei o settecento anni. Non molti, perlomeno, e le persone che non riescono a controllare la loro proprietà senza ricorrere alla... mutilazione... vengono ridotti a sei’mosiev.» La sua bocca si contorse dal disgusto, anche se non era chiaro se per la mutilazione o i sei’mosiev.
«Disonorati o no, lo fanno» sbottò lui. I sei’mosiev erano più che disonorati, per i Seanchan, però Mat dubitava che chiunque mozzasse deliberatamente la mano di una donna potesse essere umiliato tanto da arrivare a suicidarsi. «Suroth è una di quei ‘non molti’?»
La Seanchan lo guardò con collera pari alla sua, poi piantò i pugni sulle proprie anche, sporgendosi in avanti a gambe divaricate come se fosse sul ponte di una nave e stesse per fare la ramanzina a un marinaio combinaguai. «La Somma Signora Suroth non possiede queste damane, brutto zotico senza cervello! Sono proprietà dell’imperatrice, che possa vivere per sempre. Suroth si taglierebbe i polsi senza indugio piuttosto che dare un ordine del genere nei confronti di una damane imperiale. E comunque non lo farebbe mai: non ho mai udito che maltrattasse nemmeno le proprie. Cercherò di mettere la cosa in termini che tu possa comprendere. Se il tuo cane scappa, tu non lo azzoppi. Lo fustighi in modo che sappia che non deve farlo di nuovo, poi lo rimetti nel canile. Inoltre, le damane sono fin troppo...»
«Troppo preziose» terminò Mat per lei in tono asciutto. Lo aveva sentito dire fino alla nausea.
Lei non badò al suo sarcasmo, o forse non se ne accorse. Stando alla sua esperienza, se una donna non voleva sentire qualcosa, poteva ignorarlo fino a farti cominciare a dubitare di averlo detto. «Stai cominciando a capire, finalmente» disse con accento strascicato, annuendo. «È probabile che quelle damane di cui ti preoccupi tanto a quest’ora non abbiano più neanche i segni delle frustate.» Il suo sguardo si spostò verso le navi nella baia e lentamente assunse un’aria di perdita, resa più intensa dalla severità sul suo volto. Si passò i pollici lungo le punte delle dita. «Non crederesti quanto mi costa la mia damane,» disse con voce calma «lei e la sul’dam che ho assunto per lei. Vale ogni trono che pago, naturalmente. Il suo nome è Serrisa. Ben addestrata, reattiva. Si ingozzerebbe di noci al miele, se la lasciassi fare, ma non ha mai il mal di mare né tiene il broncio come fanno altre. Un peccato che abbia dovuto lasciarla a Cantorin. Suppongo che non la rivedrò mai più.»
Emise un sospiro di rammarico.
«Sono sicuro che tu le manchi quanto lei manca a te» disse Noal, facendo balenare un sorriso pieno di buchi e, per quanto incredibile, sembrava sincero. Forse lo era. Affermava di aver visto di peggio di damane e da’covale, per quello che valeva. La schiena di Egeanin si irrigidì e lei si accigliò come se non credesse alla sua solidarietà. Oppure si era appena resa conto del modo in cui stava fissando le navi nella baia. Di certo distolse lo sguardo dall’acqua in maniera più che intenzionale. «Ho dato ordine che nessuno lasciasse i carri» asserì lei con fermezza. Probabilmente gli equipaggi delle sue navi sobbalzavano, a quel tono. Egeanin voltò la testa dal fiume di scatto, come se si aspettasse che anche Mat e Noal saltassero quando lei lo diceva.
«Ah sì?» sogghignò Mat, mostrando i denti. Era capace di un ghigno insolente che poteva far venire un colpo apoplettico a molti sciocchi boriosi. Egeanin non era certo una sciocca, il più delle volte, ma boriosa lo era di certo. Capitano di nave e nobildonna. Mat non sapeva quale delle due cose fosse peggio. Entrambe! «Be’, ero quasi pronto a dirigermi da quella parte. A meno che tu non stia ancora pescando, Noal. Possiamo aspettare qui per un po’, se non hai finito.»
Ma il vecchio stava già rimettendo in acqua i pesciolini grigioargento rimasti fuori dal suo canestro. Le sue mani erano state spezzate malamente, forse più di una volta, a giudicare dal loro aspetto bitorzoluto, tuttavia erano svelte nell’arrotolare la lenza attorno alla canna di bambù. Nel poco tempo in cui aveva pescato, aveva preso quasi una dozzina di pesci, il più grande dei quali lungo quasi un piede, infilzati per le branchie su una canna ricurva, e li spostò nel canestro prima di raccoglierlo. Affermò che, se fosse riuscito a trovare i peperoni adatti, avrebbe preparato uno stufato di pesce – di Shara, addirittura!