Harnan e Metwyn, due delle Braccia Rosse, avevano già attaccato la prima coppia di cavalli alle stanghe del carro viola e avevano quasi concluso con la seconda. Dei soldati ben addestrati nella Banda della Mano Rossa sarebbero stati pronti a partire, mentre il personale dello spettacolo stava ancora cercando di capire da che parte avrebbero dovuto indirizzare i cavalli. Mat aveva insegnato alla Banda a muoversi velocemente quando era necessario. I suoi piedi invece si trascinavano come se stesse arrancando nel fango.
Harnan, con quello stupido tatuaggio di un falco sulla guancia, fu il primo a vederlo. Mentre stava allacciando uno dei finimenti, il capofila dalla mascella volitiva scambiò delle occhiate con Metwyn, un Cairhienese dal volto giovanile il cui aspetto mascherava la sua età e il suo debole per le risse da taverna. Non avevano motivo di apparire sorpresi.
«Va tutto liscio? Voglio partire a breve.» Sfregandosi le mani contro il freddo, Mat squadrò il carrozzone viola con inquietudine. Avrebbe dovuto portarle un regalo, gioielli o fiori. Entrambe le cose funzionavano, con la maggior parte delle donne.
«Piuttosto liscio, mio signore» replicò Harnan in tono cauto.
«Niente grida, niente urla, niente pianti.» Lanciò un’occhiata al carrozzone come se lui stesso non ci credesse.
«Il silenzio mi sta bene» disse Metwyn, facendo passare una delle redini attraverso un anello sul collare del cavallo. «Quando una donna comincia a urlare, l’unica cosa da fare è allontanarsi, se ci tieni alla pelle, e non possiamo certo abbandonare queste al lato della strada.» Ma anche lui lanciò un’occhiata al carrozzone e scosse il capo incredulo. Non c’era davvero nulla che Mat potesse fare tranne andare dentro. E così fece. Ci vollero solo due tentativi, con un sorriso fisso in volto, per convincersi a salire la corta rampa di scalini di legno dipinto sul retro del carrozzone. Non era spaventato, ma qualunque sciocco avrebbe saputo che era il caso di essere nervosi.
Malgrado la mancanza di finestre, l’interno del carrozzone era ben illuminato, con quattro lampade a specchio che bruciavano buon olio, per cui non c’era alcun odore di rancido. D’altra parte, con il lezzo proveniente dall’esterno era difficile a dirsi. Doveva trovare un posto migliore dove sistemare il suo carro. Un piccolo forno di mattoni, con una porticina e un ripiano per cucinare entrambi di ferro, rendeva il posto caldo e accogliente, paragonato a fuori. Non era un grosso carro, e ogni pollice di parete disponibile era coperto di mobiletti o scaffali o pioli per appendere vestiti, strofinacci e cose del genere, ma il tavolo che poteva essere abbassato su delle corde era assicurato al soffitto e le tre donne dentro il carrozzone non stavano certo strette. Non avrebbero potuto essere più diverse, quelle tre. Comare Anan era seduta su una delle due strette cuccette incassate nelle pareti: una donna regale con punte di grigio nei capelli, apparentemente concentrata sul suo tombolo da ricamo e senza aver affatto l’aria di una sorvegliante. Un grosso cerchio d’oro era appeso a ciascuna delle sue orecchie e il suo coltello nuziale pendeva da una stretta catenina d’argento, l’elsa con le sue pietre bianche e rosse sistemata nell’incavo esposto dalla stretta scollatura del suo abito modellato secondo la foggia di Ebou Dar, con un lato della gonna cucito in alto per mettere in mostra delle sottane gialle. Portava un altro coltello, dalla lama lunga e ricurva, infilato dietro la sua cintura, ma quella era soltanto l’usanza di Ebou Dar. Setalle si era rifiutata di travestirsi in alcun modo, il che andava più che bene. Nessuno aveva motivo di darle la caccia, e trovare vestiti per tutti gli altri era stato già un problema di per sé. Selucia, una donna graziosa con la carnagione color crema, era seduta a gambe incrociate sul pavimento fra i letti, una sciarpa scura che copriva la sua testa rasata e un’espressione fosca in viso, anche se di norma era tanto solenne da far sembrare frivola comare Anan. I suoi occhi erano azzurri come quelli di Egeanin e più penetranti, e aveva protestato ancor più di Egeanin per aver perso il resto dei suoi capelli. Non le piaceva neanche il vestito blu scuro alla moda di Ebou Dar che le era stato dato, e affermava che la profonda scollatura era indecente, ma la nascondeva in modo tanto efficace quanto una maschera. Erano pochi gli uomini che, rivolta un’occhiata al notevole seno di Selucia, sarebbero stati in grado di concentrarsi a lungo sul suo viso. Lo stesso Mat avrebbe potuto godersi la vista per un momento o due, ma c’era Tuon, seduta sull’unico sgabello del carrozzone, con un libro dalla rilegatura in cuoio aperto in grembo, e riusciva a malapena a guardare qualsiasi altra cosa. La sua futura moglie. Luce!
Tuon era minuta, non solo bassa ma anche magra come un fanciullo, e un vestito largo di lana marrone, comprato da una delle persone dello spettacolo, la faceva assomigliare a un bambino con indosso i vestiti della sorella maggiore. Non era affatto il suo genere di donna, specialmente con quei capelli neri a spazzola cresciuti in pochi giorni a coprirle il cuoio capelluto. Però, ignorando quel dettaglio, era graziosa, in modo contenuto, col suo volto a forma di cuore e le labbra piene, i suoi occhi come scure polle liquide di serenità. Quella completa calma quasi lo innervosiva. Nemmeno una Aes Sedai sarebbe stata nelle sue condizioni. I maledetti dadi nella sua testa non aiutavano certo le cose.
«Setalle mi tiene informata» disse in freddo tono strascicato mentre lui chiudeva la porta dietro di sé. Era arrivato al punto di poter cogliere la differenza fra gli accenti seanchan; quello di Tuon, rispetto a quello di Egeanin, faceva sembrare che quest’ultima avesse la bocca piena di poltiglia, ma tutti suonavano lenti e strascicati. «Mi ha detto la storia che hai messo in giro su di me, Giocattolo.» Tuon insisteva a chiamarlo a quel modo, quando erano al palazzo di Tarasin. A lui non importava, allora. Be’, non molto.
«Il mio nome è Mat» cominciò. Non la vide lanciare la tazza di terracotta che aveva in mano, ma riuscì a gettarsi sul pavimento appena in tempo perché andasse a infrangersi contro la porta invece che contro la sua testa.
«Sono forse una serva, Giocattolo?» Se prima la voce di Tuon era stata fredda, ora era gelido ghiaccio invernale. Alzò appena la voce, ma del ghiaccio aveva anche la durezza. La sua espressione avrebbe fatto sembrare allegro il giudice di un’impiccagione. «Una serva ladra?» Il libro scivolò dal suo grembo mentre lei si alzava e si chinava ad afferrare il vaso da notte bianco con coperchio. «Una serva disonesta?»
«Quello ci servirà» disse Selucia in tono deferente, togliendo il vaso tondeggiante dalle mani di Tuon. Mettendolo con cautela da parte, si accucciò ai piedi di Tuon come se fosse pronta a scagliarsi lei stessa contro Mat, per ridicolo che fosse. Anche se non c’era nulla che sembrasse ridicolo in quel momento.
Comare Anan si allungò verso uno degli scaffali sopra la sua testa e porse a Tuon un’altra tazza. «Di queste ne abbiamo parecchie» mormorò.
Mat le scoccò uno sguardo indignato, ma i suoi occhi nocciola luccicarono dal divertimento. Divertimento! Si supponeva che dovesse sorvegliare quelle due!
Qualcuno batté un pugno alla porta. «C’è bisogno d’aiuto, lì dentro?» chiamò Harnan con voce incerta. Mat si domandò a chi lo stesse chiedendo.
«Abbiamo tutto sotto controllo» rispose Setalle, spingendo con calma il suo ago attraverso il tessuto teso sul suo tombolo. A vederla, chiunque avrebbe pensato che per lei il ricamo era la cosa più importante. «Torna al tuo lavoro. Non perdere tempo.» La donna non era di Ebou Dar, ma di certo aveva assimilato le usanze di quel luogo. Dopo un momento, vi fu un tonfo di stivali che scendevano gli scalini al di fuori. Pareva che anche Harnan fosse rimasto fin troppo a Ebou Dar. Tuon rigirò la nuova tazza fra le mani come per esaminare i fiori che vi erano dipinti, e le sue labbra si incresparono in un sorriso tanto impercettibile che sarebbe potuto essere frutto dell’immaginazione di Mat. Era più che graziosa quando sorrideva, ma era uno di quei sorrisi che stava a indicare che lei era al corrente di cose che Mat non conosceva, Gli sarebbe venuta l’orticaria, se lei avesse continuato a farlo. «Non si dirà in giro che io sono una serva, Giocattolo.»