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«Il mio nome è Mat, non... quell’altra cosa» disse, balzando in piedi e tastandosi l’anca con cautela. Con sua sorpresa, non gli faceva ancora più male per aver sbattuto contro il pavimento. Tuon inarcò un sopracciglio e soppesò la tazza con una mano. «Non potevo certo dire alle persone dello spettacolo che avevo rapito la Figlia delle Nove Lune» disse lui esasperato.

«La Somma Signora Tuon, bifolco!» disse Selucia in tono gelido.

«Lei è sotto il velo!» Velo? Tuon aveva indossato un velo a palazzo, ma da allora non più.

La donna minuta fece un gesto aggraziato, come una regina che concedeva un permesso. «Non ha importanza, Selucia. È ignorante, ancora. Dobbiamo educarlo. Ma tu cambierai questa storia, Giocattolo. Io non sarò una serva.»

«È troppo tardi per cambiare qualunque cosa» disse Mat, tenendo d’occhio quella tazza. Le sue mani parevano fragili, con quelle lunghe unghie ora tagliate, ma lui si ricordava di quanto fossero veloci.

«Nessuno ti sta chiedendo di essere una serva.» Luca e sua moglie conoscevano la verità, ma bisognava trovare per tutti gli altri una ragione per cui Tuon e Selucia erano confinate in questo carrozzone e sorvegliate. La soluzione perfetta era stata quella di dire che fossero un paio di servitrici, sul punto di essere cacciate per furto, che avevano intenzione di tradire la fuga della loro padrona col suo amante. Perlomeno, sembrava perfetto a Mat. Per la gente dello spettacolo, non faceva che contribuire al romanticismo. Quando lo stava spiegando a Luca, aveva pensato che Egeanin stesse per ingoiarsi la lingua. Forse sapeva come l’avrebbe presa Tuon. Per la Luce, desiderava quasi che i dadi si fermassero. Come faceva un uomo a pensare con quelli nella testa?

«Non potevo lasciarti indietro a lanciare l’allarme» proseguì in tono paziente. Quello era vero, quantomeno. «So che comare Anan te l’ha spiegato.» Meditò se dire che aveva farfugliato in preda al nervosismo quando aveva detto che lei era sua moglie – Tuon doveva pensare che fosse un completo babbeo! – ma sembrava meglio non rivangarlo. Se Tuon era disposta a lasciar perdere la faccenda, tanto meglio. «So che te l’ha già detto, ma prometto che nessuno ti farà del male. Non cerchiamo alcun riscatto, vogliamo solo andarcene con la testa ancora attaccata al collo. Non appena troverò un modo per mandarti a casa sana e salva, lo farò. Lo prometto. Farò in modo che tu stia a tuo agio il più possibile fino ad allora. Il resto ti toccherà sopportarlo.»

I grandi occhi scuri di Tuon crepitavano come fulmini in un cielo notturno, ma lei disse: «Starò a vedere quanto valgono le tue promesse, Giocattolo.» Ai suoi piedi, Selucia soffiò come un gatto, la sua testa appena girata come per obiettare, ma Tuon mosse la mano destra e la donna dagli occhi azzurri arrossì e restò in silenzio. Con i propri servitori di rango più elevato, il Sangue usava qualcosa di simile al linguaggio delle mani delle Fanciulle. Mat desiderò poter comprendere i segni.

«Rispondi a una domanda, Tuon» esordì.

Pensò di aver sentito Setalle mormorare: «Sciocco.» Selucia serrò la mascella e uno sguardo pericoloso scintillò negli occhi di Tuon, ma se lei continuava a chiamarlo ‘Giocattolo’, che Mat fosse folgorato se le avrebbe attribuito un qualche titolo onorifico.

«Quanti anni hai?» Aveva udito che era solo di pochi anni più giovane di lui, ma guardandola infagottata in quel vestito pareva impossibile.

Con sua sorpresa, quella scintilla pericolosa avvampò. Non solo come un fulmine, stavolta. Era tale da poterlo friggere lì dov’era. Tuon raddrizzò le spalle e si erse in tutta la sua altezza. Per quella che era: Mat dubitava che potesse arrivare a cinque piedi senza tacchi, pur allungandosi. «Il quattordicesimo giorno del mio vero nome giungerà fra cinque mesi» disse con una voce tutt’altro che fredda. In effetti, avrebbe potuto riscaldare il carrozzone meglio della stufa. Mat ebbe un moto di speranza per un momento, ma lei non aveva concluso. «No; voi mantenete i vostri nomi di nascita qui, vero? Allora sarà il ventesimo giorno del mio nome. Sei soddisfatto, Giocattolo? Temevi di aver rapito una... bambina?» Tuon sibilò quasi quell’ultima parola. Mat agitò le mani di fronte a sé, cercando freneticamente di scacciare quell’allusione. Una donna cominciava a sbuffargli contro come una teiera e, se aveva un po’ di cervello, doveva trovare un modo per calmarla, e in fretta. Lei teneva la tazza tanto stretta che si vedevano i tendini sul dorso della sua mano, e lui non voleva mettere alla prova la sua anca con un’altra caduta sul pavimento. A ripensarci, non era certo che lei ce l’avesse messa tutta nel tentare di colpi rio la prima volta. Le sue mani erano rapidissime. «Volevo solo saperlo, ecco tutto» si affrettò a dire. «Ero curioso, per fare conversazione. Io stesso ho solo qualche anno di più.» Venti. E addio alla speranza che fosse troppo giovane per sposarsi per altri tre o quattro anni. Qualunque cosa si losse frapposta fra lui e il giorno del suo matrimonio sarebbe stata la benvenuta. Tuon, la testa inclinata, lo studiò con sguardo sospettoso, poi lanciò la tazza sul letto accanto a comare Anan e si mise a sedere di nuovo sullo sgabello, ponendo estrema cura nel sistemare le sue voluminose gonne di lana come se si trattasse di un abito di seta. Ma continuò a esaminarlo attraverso le sue lunghe ciglia. «Dov’è il tuo anello?» domandò.

Istintivamente, tastò col pollice il dito della sua mano sinistra dove di solito portava il lungo anello. «Non lo metto sempre.» Non quando tutti nel palazzo di Tarasin sapevano che lo portava. In ogni caso, quell’oggetto sarebbe risaltato sul suo rozzo abbigliamento da sfaccendato. Non era neanche il suo sigillo, comunque: solo un pezzo di prova di un intagliatore. Strano, la sua mano pareva sensibilmente più leggera senza. Troppo leggera. E strano che lei lo rimarcasse. D’altra parte, perché no? Per la Luce, quei dadi gli incutevano paura delle ombre e lo facevano sussultare a ogni sospiro. O forse si trattava solo di lei, un pensiero che lo metteva a disagio.

Si spostò per andarsi a sedere sul letto libero, ma Selucia vi volteggiò sopra così velocemente da far invidia a qualunque acrobata e vi si distese con la testa appoggiata sulle mani. Per un momento la sua sciarpa si spostò di traverso, ma lei si affrettò a raddrizzarla, fissandolo orgogliosa e fredda come una regina per tutto il tempo. Mat guardò l’altro letto, e comare Anan appoggiò il suo ricamo per un tempo sufficiente a lisciarsi le gonne in modo ostentato, facendo capire che non intendeva condividerne nemmeno un pollice. Che fosse folgorata, si stava comportando come se stesse proteggendo Tuon da lui! Le donne sembravano sempre far comunella in modo da non dare mai a un uomo una possibilità. Be’, Mat era riuscito a impedire che Egeanin prendesse il comando finora, e di certo non sarebbe certo stato messo sotto da Setalle Anan o da una prosperosa cameriera di una nobildonna o dall’arrogante Somma Signora Figlia delle Nove dannate Lune! Solo die non poteva certo scacciare una di loro per trovare un posto a sedere. Appoggiandosi contro un mobile a cassetti ai piedi del letto su cui comare Anan era seduta, cercò di pensare a cosa dire. Non aveva mai avuto problemi nel trovare cosa dire alle donne, ma il suono di quei dadi pareva ottundergli il cervello. Tutte e tre le donne gli rivolsero sguardi di disapprovazione – ci mancava solo che una di loro gli dicesse di non stare scomposto! – perciò sorrise. La maggior parte delle donne pensava che il suo sorriso migliore fosse affascinante.

Tuon esalò un lungo respiro che non suonava per niente affascinato. «Ti ricordi il volto di Hawkwing, Giocattolo?» Comare Anan sbatté le palpebre dalla sorpresa e Selucia si alzò a sedere sul letto accigliandosi. Verso di lui. Perché mai doveva accigliarsi verso di lui?