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Karede svuotò la coppa di Ajimbura senza esitazione.

Il Cercatore se ne andò così bruscamente come era entrato e, pochi momenti dopo essersi chiusa dietro di lui, la porta si aprì per lasciar entrare Ajimbura. L’ometto fissò con sguardo accusatorio la coppa a teschio fra le mani di Karede.

«Sai di questa diceria, Ajimbura?» Chiedergli se aveva origliato sarebbe stato come domandare se il sole sorgeva ogni mattina. In ogni caso, lui non lo negò.

«Io non mi sporcherei la lingua con certa immondizia, o supremo» disse, mettendosi dritto.

Karede si concesse un sospiro. Che la scomparsa della Somma Signora Tuon fosse dovuta a sé stessa o a qualcun altro, lei era in grave pericolo. E se la diceria era un qualche trucco di Mor, il miglior modo per sconfiggere il gioco di qualcun altro era farlo proprio. «Tira fuori il mio rasoio.» Sedendosi, si allungò per prendere la penna, trattenendo la manica della sua veste con la mano sinistra per non sporcarla d’inchiostro. «Poi troverai il capitano Musenge, quand’è da solo, e gli darai questo. Torna in fretta: ho altre istruzioni per te.»

Poco dopo mezzodì del giorno dopo, stava attraversando la baia sul traghetto che partiva ogni ora, stando al preciso rintocco delle campane. Era una chiatta ingombrante che si sollevava ogni volta che lunghe palate la spingevano nell’incostante superficie della baia. Le corde che assicuravano la mezza dozzina di carri coperti di tela di una commerciante alle assicelle del ponte stridevano a ogni sobbalzo, i cavalli pestavano gli zoccoli nervosamente e i rematori dovevano respingere carrettieri e guardie mercenarie che volevano svuotarsi lo stomaco oltre la murata. Lo stomaco di alcuni uomini non era fatto per l’acqua in movimento. La commerciante, una donna dal volto grassoccio con la pelle ramata, era a prua avvolta nel suo mantello scuro, tenendosi con facilità in equilibrio coi movimenti del traghetto, con lo sguardo fisso verso l’approdo sempre più vicino e ignorando Karede accanto a lei. La donna poteva aver capito che lui era seanchan, se non altro dalla sella sul suo castrone baio, ma un disadorno mantello grigio copriva la sua giacca verde orlata di rosso, perciò, anche se ci aveva fatto caso, per lei non sarebbe stato che un soldato semplice. Non un colono, però, per via della spada che aveva al fianco. Nella città forse potevano esserci stati occhi più acuti, malgrado tutto ciò che aveva fatto per sfuggirgli, ma non c’era nulla che potesse fare al riguardo. Con un po’ di fortuna aveva un giorno, forse due, prima che qualcuno si rendesse conto che non sarebbe tornato alla locanda a breve.

Balzando in sella non appena il traghetto cozzava forte contro i pali imbottiti di cuoio del molo d’approdo, fu il primo a scendere quando il cancelletto d’imbarco venne aperlo, mentre la commerciante stava ancora spronando i suoi carrettieri a salire in cassetta e i traghettatori allentavano la ruota del timone. Karede mantenne Aldazar a un passo lenlo sul selciato, ancora scivoloso per via della pioggia mattutina, di uno strascico di stereo di cavallo e dei residui di un gregge di pecore, e lasciò che il baio aumentasse l’andatura solo quando raggiunse la Via di Illian, anche se lo trattenne comunque dal procedere al trotto. L’impazienza era un vizio quando si cominciava un viaggio dalla durata ignota.

Delle locande fiancheggiavano la strada oltre l’approdo, edifici dai tetti piatti, ricoperti di intonaco bianco crepato e che si andava sfaldando, con insegne sbiadite o mancanti. Questa strada delimitava l’estremità nord del Rahad, e uomini vestiti in modo rozzo stravaccati su delle panche davanti alle locande lo osservarono passare con aria scontrosa. Non perché fosse seanchan: Karede sospettava che non sarebbero stati più bendisposti verso chiunque fosse a cavallo. Chiunque avesse avuto un paio di monete, se era per quello. Presto se li lasciò alle spalle, però, e nelle poche ore successive superò campi d’ulivi e piccole fattorie dove i braccianti erano tanto abituati ai passanti sulla strada che non alzavano lo sguardo dai loro compiti. In ogni caso vi era uno scarso andirivieni, una manciata di carretti di contadini dalle ruote alte e per due volte un convoglio mercantile che procedeva verso Ebou Dar, circondato da guardie assoldate. Molti dei carrettieri ed entrambi i mercanti portavano la barba tagliata secondo lo stile caratteristico di Illian. Sembrava strano che Illian continuasse i suoi commerci con Ebou Dar mentre combatteva per resistere all’impero, ma la gente da questo lato del Mare Orientale era spesso singolare, con strani costumi e poco corrispondente a quello che narravano le storie della patria del grande Hawkwing. Spesso non era affatto corrispondente. Bisognava comprenderli, naturalmente, se dovevano essere annessi all’impero, ma la comprensione era per altri, di rango più alto del suo. Lui aveva il suo compito.

Le fattorie lasciavano spazio a terreni boscosi e macchie, e la sua ombra si stava allungando di fronte a lui, con il sole a più di metà strada verso l’orizzonte, quando vide ciò che stava cercando. Più avanti, Ajimbura era accovacciato sul lato settentrionale della strada, suonando un flauto di canna, l’immagine di un ozioso perditempo. Prima che Karede lo raggiungesse, lui s’infilò il flauto dietro la cintura, raccolse il suo mantello marrone e scomparve fra i cespugli e gli alberi. Lanciando un’occhiata dietro di sé per assicurarsi che la strada fosse sgombra anche in quella direzione, Karede fece svoltare Aldazar verso la boscaglia nello stesso punto.

L’ometto era in attesa appena fuori dalla strada, fra una macchia di grossi pini, il più alto dei quali misurava almeno cento piedi. Fece il suo inchino ingobbito e si arrampicò sulla sella di un magro sauro con quattro zampe bianche. Insisteva nel sostenere che le zampe bianche su un cavallo portassero fortuna. «Da questa parte, supremo?» chiese, e quando Karede gli diede il permesso con un gesto, fece voltare il suo destriero verso il folto della foresta.

Dovettero cavalcare solo per un poco, non più di mezzo miglio, ma nessuno che fosse passato sulla strada avrebbe potuto sospettare quello che li aspettava lì in una vasta radura. Musenge aveva portato cento membri dei Sorveglianti su buoni cavalli e venti Giardinieri ogier, tutti in armatura completa, assieme ad animali da soma per trasportare provviste per due settimane. Il cavallo da soma che Ajimbura aveva portato fuori ieri, assieme all’armatura di Karede, doveva trovarsi fra quelli. Un gruppetto di sul’dam era in piedi accanto alle proprie cavalcature, alcune delle donne coccolavano sei damane al guinzaglio. Musenge cavalcò in avanti per incontrare Karede assieme a Hartha, il Primo Giardiniere, che col volto torvo procedeva a lunghi passi accanto a lui con la sua ascia ornata di nappe verdi sopra la spalla. Una delle donne, Melitene, la der’sul’dam della Somma Signora Tuon, salì sulla sella e si unì a loro.

Musenge e Hartha si portarono i pugni al cuore e Karede restituì loro il saluto, ma i suoi occhi andarono alle damane. A una in particolare, una piccola donna i cui capelli venivano accarezzati da una scura sul’dam dal volto squadrato. Il viso di una damane era sempre ingannevole – invecchiavano lentamente e vivevano per lunghissimo tempo – ma questa aveva una differenza che lui aveva imparato a riconoscere come propria di coloro che si facevano chiamare Aes Sedai.

«Quale scusa hai usato per farle uscire tutte insieme dalla città?» chiese.

«Esercizi, generale di stendardo» replicò Melitene con un sorriso beffardo. «Tutti credono sempre agli esercizi.» Si diceva che la Somma Signora Tuon in verità non avesse bisogno di alcuna der’sul’dam per addestrare la sua proprietà o le sue sul’dam, ma Melitene, con più grigio che nero nella sua lunga chioma, non era esperta solo nel proprio mestiere, e sapeva cosa lui le stava domandando realmente. Aveva richiesto a Musenge di portare un paio di damane, se poteva. «Nessuna di noi vuole essere lasciata indietro, generale di stendardo. Non per questo. Per quanto riguarda Mylen...» Doveva trattarsi della damane ex Aes Sedai. «Dopo che abbiamo lasciato la città, abbiamo detto alle damane perché stavamo andando. È sempre meglio che sappiano cosa aspettarsi. Stiamo calmando Mylen da allora. Lei ama la Somma Signora. Tutte la amano, ma Mylen la adora come se si fosse già seduta sul Trono di Cristallo. Se Mylen dovesse mettere le mani su una di queste Aes Sedai,» ridacchiò lei «faremo meglio ad agire in fretta per impedire che quella donna sia troppo malridotta per essere messa al guinzaglio.»