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«Non c’è niente da ridere» brontolò Hartha. L’Ogier era ancora più segnato e ingrigito di Musenge, con lunghi baffi grigi e occhi come pietre nere che guardavano fissi fuori dal suo elmo. Era stato un Giardiniere da prima che nascesse il padre di Karede, forse anche prima di suo nonno. «Non abbiamo un bersaglio. Stiamo cercando di intrappolare il vento in una rete.» Melitene si ricompose in fretta e Musenge cominciò a sembrare più torvo di Hartha, se mai era possibile. In dieci giorni le persone che cercavano avevano certo messo molte miglia dietro di sé. Il migliore che la Torre Bianca poteva mandare non sarebbe stato tanto prevedibile da dirigersi a est dopo aver tentato l’espediente di Jehanna, né tanto stupido da puntare troppo vicino al nord, tuttavia questo lasciava un’area molto vasta e in espansione da perlustrare. «Allora dobbiamo iniziare ad allargare le nostre reti senza indugio,» disse Karede «e allargarle come si deve.»

Musenge e Hartha annuirono. Per i Sorveglianti della Morte quello che andava fatto sarebbe stato fatto. Perfino intrappolare il vento.

5

La forgiatura di un martello

Correva con facilità nella notte nonostante la neve che ricopriva il terreno. Era una cosa sola con le ombre nel muoversi attraverso la foresta, la luce lunare chiara ai suoi occhi come quella del sole. Un vento freddo arruffava la sua spessa pelliccia e all’improvviso recò un odore che gli fece rizzare i peli del collo, e il suo cuore cominciò a battere all’impazzata per un odio più grande di quello per i Mai-Nati. Odio e una certezza di morte imminente. Non c’erano scelte da fare, non ora. Corse più veloce, verso la morte.

Perrin si svegliò di soprassalto nella profonda oscurità che precede l’alba, sotto uno dei carri di rifornimenti dalle alte ruote. Il freddo si era insinuato dal terreno fin nelle sue ossa, nonostante il suo pesante mantello foderato di pelliccia e due coperte, e c’era una brezza intermittente, non tanto forte o costante per poter essere definita un vento leggero, ma gelida. Quando si sfregò il volto con le mani guantate, della brina scricchiolò fra la sua corta barba. Perlomeno sembrava che non fosse scesa altra neve durante la notte. Troppo spesso si era svegliato coperto di un fine manto malgrado il riparo di un carro, e la nevicata rendeva difficile il compito degli esploratori. Desiderò essere in grado di parlare con Elyas nello stesso modo in cui parlava coi lupi. Così non avrebbe dovuto sopportare questa interminabile attesa. Aveva addosso la stanchezza come una seconda pelle: non riusciva a ricordare quand’era stata la sua ultima buona notte di sonno. Comunque il sonno o la sua mancanza non sembravano importanti. In questi giorni solo il fervore della rabbia gli dava la forza per continuare a muoversi. Non pensava che fosse stato il sogno a svegliarlo. Ogni notte si coricava aspettandosi degli incubi, e ogni notte arrivavano. Nei peggiori trovava Faile morta o non la trovava affatto. Quelli lo facevano destare tremante e sudato. Con qualunque situazione meno orribile seguitava a dormire, e si era quasi ridestato solo quando i Trolìoc lo stavano facendo a pezzi vivo per il pentolone o quando un Draghkar gli stava mangiando l’anima. Questo sogno stava svanendo in fretta, come tutti i sogni, tuttavia si ricordava di essere un lupo e di aver fiutato... Cosa?

Qualcosa che i lupi odiavano più dei Myrddraal. Qualcosa che un lupo sapeva che l’avrebbe ucciso. La consapevolezza che aveva avuto nel sogno era svanita, ne rimaneva solo una vaga sensazione. Non era stato nel sogno dei lupi, quel riflesso di questo mondo dove i lupi morti seguitavano a esistere e i viventi potevano andare a consultarli. Il sogno dei lupi rimaneva sempre nitido nella sua testa dopo averlo lasciato, che ci fosse arrivato consapevolmente o no. Tuttavia anche questo sogno sembrava reale e in qualche modo urgente.

Disteso immobile sulla schiena, mandò la sua mente a cercare, a percepire i lupi. Aveva provato a usarli per essere aiutato nella sua caccia, ma senza successo. Convincerli a interessarsi alle azioni dei duegambe era a dir poco difficile. Evitavano grossi gruppi di uomini e, per loro, mezza dozzina era una quantità già sufficiente per starne alla larga. Gli uomini spaventavano le prede, e molti di loro cercavano di uccidere un lupo a vista. I suoi pensieri non trovarono nulla, ma poi, dopo un po’, toccò i lupi a una certa distanza. Non poteva essere sicuro di quanto fossero lontani, ma era come afferrare un sussurro quasi sulla soglia dell’udito. Molto distanti. Questo era strano. Nonostante i villaggi sparsi, i manieri e perfino l’occasionale cittadina, questo era il paese più adatto ai lupi, per la maggior parte ricoperto da foreste incontaminate, con abbondanza di cervi e selvaggina più piccola.

C’era sempre un cerimoniale nel parlare con un branco di cui non facevi parte. Educatamente, inviò il suo nome fra i lupi, Giovane Toro, condivise il proprio odore e ricevette il loro in risposta: Cacciafoglia e Alto Orso, Coda Bianca, Piumaa e Foschia di Tuono, e parecchi altri. Era un branco di dimensioni notevoli e Cacciafoglia, una femmina con un contegno di calma sicurezza, ne era il capo. Piuma, intelligente e all’apice della propria forza, era il suo compagno. Avevano udito di Giovane Toro, non vedevano l’ora di parlare con l’amico del leggendario Dente Lungo, il primo due-gambe che aveva imparato a parlare coi lupi dopo un intervallo di tempo che portava con sé la sensazione di Epoche svanite nelle nebbie del passato. Era tutto un torrente di immagini e ricordi di odori che la sua mente tramutava in parole, allo stesso modo in cui le parole a cui pensava in qualche modo diventavano immagini e odori che loro potevano comprendere.

C’è qualcosa che voglio sapere, pensò, una volta esaurite le presentazioni. Che cosa mai potrebbe odiare un lupo ancor più dei Mai Nati? Cercò di rievocare l’odore del sogno, per aggiungerlo, ma era svanito dalla sua memoria. Qualcosa che un lupo sa che significa morte. Gli rispose il silenzio e un fremito di paura si andò a mischiare con odio, ostinazione e riluttanza. Aveva percepito paura dai lupi in precedenza – sopra ogni cosa temevano gli incendi che imperversavano nella foresta, o così avrebbe detto – ma questo era il genere di paura pungente che faceva venire a un uomo la pelle d’oca, lo faceva tremare e sobbalzare per cose che solo immaginava. Intrecciata con la determinazione di andare avanti a ogni costo, era una sensazione vicina al terrore. I lupi non provavano mai quel genere di timore. Questi invece sì.

Uno a uno svanirono dalla sua consapevolezza, un atto deliberato per chiuderlo fuori, finché non rimase soltanto Cacciafoglia. L’Ultima Caccia sta arrivando, disse infine, e poi anche lei scomparve. Vi ho forse offeso?, trasmise lui. Se l’ho fatto, è stato per ignoranza. Ma non ci fu risposta. Questi lupi, perlomeno, non gli avrebbero parlato di nuovo, non a breve.

‘L’Ultima Caccia sta arrivando.’ Era quello il modo in cui il lupi chiamavano l’Ultima Battaglia, Tarmon Gai’don. Sapevano che sarebbero stati presenti al confronto finale fra la Luce e l’Ombra, anche se non erano in grado di spiegarne il perché. Alcune cose erano predestinate, certe come il fatto che il sole e la luna sorgessero e tramontassero, ed era destino che molti lupi morissero nell’Ultima Caccia. Quello che temevano era qualcosa d’altro. Perrin aveva la netta sensazione che anche lui ci sarebbe stato, perlomeno che fosse destinato a esserci, ma se l’Ultima Battaglia fosse arrivata troppo presto, non vi avrebbe partecipato. Davanti a sé aveva un compito al quale non poteva – non voleva! – sottrarsi, nemmeno per Tarmon Gai’don. Scacciando dalla propria mente sia le paure innominabili sia l’Ultima Battaglia, si sfilò i guanti e tastò la tasca della giacca per prendere il pezzo di fune di pelle grezza conservato lì dentro. Come rituale mattutino, le sue dita fecero un altro nodo in modo meccanico, poi scivolarono giù per la corda, contando. Ventidue nodi. Ventidue mattine da quando Faile era stata rapita.