Sapeva di dover essere cauto o avrebbe potuto perdere Faile per sempre, ma anche la troppa cautela poteva esserle fatale. Ieri sul presto aveva detto a coloro che stavano andando in avanscoperta a esplorare che dovevano arrivare più lontano, proseguire ancora, ritornare solo dopo un intero ciclo del sole a meno che non trovassero gli Shaido prima. Entro breve il sole sarebbe sorto, e al massimo poche ore dopo Elyas, Gaul e gli altri sarebbero ritornati; le Fanciulle e gli uomini dei Fiumi Gemelli, come lui sapeva, erano in grado di seguire le tracce di un’ombra oltre l’acqua. Per quanto gli Shaido si muovessero veloci, gli esploratori erano più rapidi. Non avevano l’impaccio di famiglie, carri e prigionieri. Stavolta sarebbero stati in grado di dirgli esattamente dov’erano gli Shaido. Ci sarebbero riusciti. Se lo sentiva nelle ossa. Quella certezza gli scorreva nelle vene. Avrebbe trovato Faile e l’avrebbe liberata. Questo veniva prima di tutto, perfino della vita, finché fosse vissuto abbastanza a lungo da riuscirci; tuttavia era un martello, adesso, e se c’era un modo per farcela, qualunque modo, intendeva martellare questi Shaido fino a ridurli a dei rottami. Gettando da parte le coperte, Perrin si infilò di nuovo i guanti d’arme, raccolse la sua ascia dal punto dove giaceva accanto a lui, una lama a mezzaluna bilanciata da una pesante punta, e rotolò fuori all’aperto, alzandosi in piedi sulla gelida neve calpestata. Tutt’attorno a lui i carri erano disposti su file, in quelli che erano stati i campi di Brytan. L’arrivo di altri forestieri, così tanti e armati, con i loro stendardi stranieri, era stato più di quanto i sopravvissuti del piccolo villaggio potessero sopportare. Non appena Perrin li aveva lasciati andare, quei pietosi individui rimasti erano fuggiti nella foresta, portando quel che potevano sulle spalle e su slittini. Erano corsi via tanto veloci come se Perrin fosse un altro Shaido, non guardandosi indietro per paura che li stesse seguendo.
Mentre lasciava scivolare il manico dell’ascia attraverso il grosso occhiello sulla sua cintura, un’ampia ombra accanto a un carro vicino si fece più alta e divenne un uomo avvolto in un mantello che nell’oscurità sembrava nero. Perrin non fu sorpreso: le vicine linee dei cavalli ammorbavano l’aria con il puzzo di diverse migliaia di animali, destrieri, cavalli di ricambio e da traino, per non parlare del fetore del letame, ma al risveglio aveva colto l’odore dell’individuo. L’odore d’uomo spiccava sempre. Inoltre, Aram era sempre lì quando Perrin si svegliava, in attesa. Una falce di luna calante bassa nel cielo diffondeva ancora luce sufficiente affinché lui potesse distinguere il volto dell’altro uomo, anche se non chiaramente, e l’elsa dal pomo d’ottone della sua spada che sporgeva diagonalmente dalla sua spalla. Aram era stato un Calderaio, un tempo, ma Perrin non pensava che lo sarebbe stato più, anche se indossava una vivida giubba a strisce tìpica dei Calderai. Aram ora aveva un’aria di minacciosa serenità che le ombre gettate dalla luna non potevano nascondere. Era in piedi come pronto a estrarre quella spada e, da quando Faile era stata rapita, la rabbia sembrava essere una parte permanente del suo odore. Molto era cambiato quando Faile era stata rapita. Quantomeno, Perrin comprendeva la rabbia. Prima della cattura di Faile non la capiva, non proprio.
«Vogliono vederti, lord Perrin» disse Aram, facendo un brusco gesto col capo verso due forme indistinte più lontano tra le file dei carri. Le parole uscirono in una nebbiolina, nell’aria fredda. «Ho detto loro di lasciarti dormire.» Quello era un difetto di Aram: badare a lui fin troppo, senza che gli venisse chiesto.
Fiutando l’aria, Perrin separò gli odori di quelle due ombre dal lezzo dei cavalli che li celava. «Li vedrò ora. Preparami Stepper, Aram.» Cercava di essere in sella prima che il resto dell’accampamento si svegliasse. In parte era dovuto al fatto che non riusciva a stare fermo troppo a lungo. Stare fermo voleva dire non raggiungere gli Shaido. In parte era per evitare di condividere la compagnia di qualcuno che poteva evitare. Sarebbe andato lui stesso con gli esploratori se gli uomini e le donne che si occupavano di quel compito non fossero stati molto più capaci di lui.
«Sì, mio signore.» Una scabrosità si insinuò nell’odore di Aram mentre si allontanava arrancando nella neve, ma Perrin ci fece a malapena caso. Solo qualcosa di importante avrebbe fatto balzar fuori Sebban Balwer dalle sue coperte al buio, e per quanto riguardava Selande Darengil...
Balwer appariva pelle e ossa perfino in un mantello voluminoso, il suo volto smagrito quasi del tutto nascosto nel profondo cappuccio. Se fosse stato dritto invece che ingobbito, avrebbe superato al massimo di una spanna la donna cairhienese, che pure non era alta. Con le braccia avvolte attorno a sé, stava saltellando da un piede all’altro, cercando di sfuggire al freddo che di certo si stava infiltrando attraverso i suoi stivali. Selande, in giacca e brache scure da uomo, si sforzava di ignorare la temperatura malgrado i pennacchi bianchi che contrassegnavano ogni suo respiro. Stava tremando, ma riusciva a essere tracotante anche stando immobile, con un lato del suo mantello gettato all’indietro e una mano guantata sull’elsa della sua spada. Anche il cappuccio del suo mantello era abbassato, mettendo in mostra capelli tagliati corti tranne per la coda legata alla nuca con un nastro scuro. Selande era a capo di quegli sciocchi che volevano imitare gli Aiel... Aiel che portavano spade. Il suo odore era molle e denso, come una gelatina. Era preoccupata. Balwer odorava... deciso, ma d’altra parte era sempre così, anche se non c’era mai alcun calore nella sua decisione, solo concentrazione.
L’ometto ossuto smise di saltellare per fare un rigido inchino affrettato. «Lady Selande ha notizie che ritengo tu debba sentire dalle sue labbra, mio signore.» L’esile voce di Balwer era asciutta e precisa, proprio come il suo proprietario. Avrebbe avuto lo stesso tono se il suo collo fosse stato sul ceppo del boia. «Prego, mia signora.» Balwer era solo un segretario – il segretario di Faile e di Perrin – un individuo modesto e meticoloso più che altro, e Selande era una nobildonna, ma lui fece suonare quelle parole come qualcosa di più di una richiesta. Lei gli scoccò una tagliente occhiata di traverso, smuovendo la spada, e Perrin si tese pronto ad afferrarla. Non pensava che avrebbe davvero estratto la spada contro l’uomo, ma d’altra parte non si fidava abbastanza di lei o di ciascuno dei suoi assurdi amici per escludere quella possibilità. Balwer si limitò a osservarla, la sua testa inclinata da un lato, e il suo odore trasmise impazienza, non preoccupazione. Con uno scatto della testa, Selande rivolse la propria attenzione a Perrin. «Ti vedo, lord Perrin Occhidoro» esordì nell’animato accento di Cairhien, ma, conscia che lui aveva poca pazienza per la sua finta cerimoniosità aiel, si affrettò a proseguire. «Ho appreso tre cose, stanotte. La prima, la meno importante: Haviar ha riferito che Masema ieri ha inviato un altro cavaliere indietro verso Amadicia. Nerion ha cercato di seguirlo, ma l’ha perso.»
«Riferisci a Nerion che ho detto che non deve seguire nessuno» le disse bruscamente Perrin. «E di’ lo stesso a Haviar. Dovrebbero saperlo!
Il loro compito è osservare, ascoltare e riferire quello che vedono e sentono, nient’altro. Mi capisci?» Selande rispose con un rapido cenno del capo, un aculeo di paura che si insinuava nel suo odore per un momento. Paura di lui, suppose Perrin, paura che fosse adirato con lei. Gli occhi gialli in un uomo mettevano a disagio la gente. Tolse il palmo dalla sua ascia e serrò entrambe le mani dietro la schiena. Haviar e Nerion erano altri delle due dozzine di giovani sciocchi di Faile, uno Tarenese, l’altro Cairhienese. Faile aveva usato quella marmaglia come suoi occhi e orecchie, un fatto che ancora lo irritava per qualche ragione, anche se lei gli aveva detto in faccia che spiare era compito di una moglie. Un uomo doveva ascoltare per bene quando pensava che sua moglie stesse scherzando: poteva non essere così. L’idea di spiare lo metteva a disagio, ma se Faile poteva usarli a quel modo, allora poteva farlo anche suo marito, quando ce n’era bisogno. Solo quei due, però. Masema sembrava convinto che tutti tranne gli Amici delle Tenebre fossero destinati a seguirlo, presto o tardi, tuttavia sarebbe potuto diventare sospettoso se in troppi avessero lasciato il campo di Perrin per unirsi a lui.