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Aghi avvelenati? Prima di entrare al servizio di Perrin, l’ultimo impiego di Balwer era stato come segretario presso una nobildonna murandiana caduta in ristrettezze economiche che non poteva più permettersi di’tenerlo con sé. Il Murandy doveva essere un posto più turbolento di quanto Perrin non pensasse. «Non vedo ragione per cui tu debba lasciare il mio servizio. Limitati a dire ciò che vuoi che io faccia e lascia decidere me, non tentare di pungolarmi. E dimenticati l’adulazione.»

«Non adulo mai, mio signore. Ma sono esperto nel conformarmi ai bisogni del mio padrone: è un requisito della mia professione.» L’ometto fece un’altra riverenza. Non era mai stato così formale prima. «Se non hai ulteriori domande, mio signore, posso andare a trovare lady Medore?» Perrin annuì. Balwer si inchinò per l’ultima volta, indietreggiando, poi sgattaiolò verso l’accampamento, il suo mantello svolazzava dietro di lui mentre zigzagava attraverso i pali acuminati come un passerotto che saltella sulla neve. Era uno strano individuo.

«Non mi fido di lui» borbottò Aram, seguendo Balwer con lo sguardo. «E non mi fido di Selande e di quella sua marmaglia. Si metteranno con le Aes Sedai, ricordatelo.»

«Devi fidarti di qualcuno» disse Perrin in tono aspro. La domanda era: di chi? Volteggiando sulla sella di Stepper, diede di talloni nelle costale del suo destriere. Un martello era inutile a riposo.

6

L’odore di un sogno

L’aria rigida sembrava fresca e pulita nel naso di Perrin mentre galoppava dentro la foresta, le brezze colme del freddo della neve che zampillava a spruzzi sotto gli zoccoli di Stepper. Qui fuori, poteva dimenticarsi dei vecchi amici disposti a credere il peggio in base alle voci. Poteva tentare di dimenticare Masema, e le Aes Sedai, e le Sapienti. Gli Shaido erano conficcati dentro il suo cranio, però, un rompicapo di ferro che non avrebbe ceduto per quanto lui lo torcesse. Voleva tirare fino a farlo a pezzi, ma questo non funzionava mai con il rompicapo di un fabbro.

Dopo un breve scatto, rallentò il suo cavallo al passo, provando una punta di colpevolezza. L’oscurità sotto la volta della foresta era profonda e affioramenti di roccia fra gli alti alberi ammonivano che altri erano nascosti sotto la neve, un centinaio di punti che potevano rompere la zampa di un cavallo in corsa, e questo senza contare buchi di marmotte e tane di volpi o di tassi. Non era il caso di correre il rischio. Una corsa al galoppo non avrebbe liberato Faile un’ora prima, e nessun cavallo poteva mantenere a lungo quel ritmo in ogni caso. La neve qui arrivava fino al ginocchio nei punti in cui si era ammassata, e anche altrove era abbastanza alta. Lui cavalcò a nordest, però. Gli esploratori sarebbero arrivati da quella direzione, con notizie di Faile. Notizie degli Shaido, perlomeno la loro ubicazione. Ci aveva sperato così tanto, aveva pregato perché accadesse, ma oggi sapeva che sarebbe successo. Tuttavia il saperlo non faceva che aumentare la sua ansia. Trovarli era solo il primo passo per la soluzione del rompicapo. La rabbia faceva guizzare la sua mente da un pensiero all’altro, tuttavia, qualunque cosa dicesse Balwer, Perrin sapeva di essere metodico, nella migliore delle ipotesi. Non gli riusciva di pensare velocemente, e mancandogli l’intelligenza, la metodicità sarebbe dovuta bastare. In un modo o nell’altro.

Aram lo raggiunse, spronando il suo grigio a una corsa, e rallentò per cavalcare solo a poca distanza dietro e da un lato rispetto a lui, come un cane fedele. Perrin lo lasciò fare. Aram non odorava mai a suo agio quando Perrin lo faceva camminare accanto a lui. L’ex Calderaio non parlò, ma mulinelli nell’aria gelida portarono il suo odore, un miscuglio di rabbia, sospetto e malumore. Sedeva in sella teso quanto una molla da orologio fin troppo contratta e osservava la foresta attorno a loro con aria torva, come se si aspettasse che gli Shaido potessero balzar fuori da dietro l’albero più vicino.

In verità, quasi qualunque cosa si sarebbe potuta nascondere alla maggior parte degli uomini in questi boschi. Dove il cielo era visibile attraverso la volta di alberi, aveva una definita tinta grigio scuro, ma per il momento ammantava la foresta in ombre più fosche della notte, e gli alberi stessi erano massicce colonne di oscurità. Tuttavia perfino una taccola dalle ali nere che si spostava su un ramo coperto di neve, le sue penne che si arruffavano contro il freddo, e un balestruccio cacciatore, più nero della stessa oscurità, entrambi che sollevavano la testa per guatarsi a vicenda, attirarono l’attenzione di Perrin. Colse anche l’odore di entrambi. Un flebile aroma di uomo provenne dall’alto di un’imponente quercia, con un largo soppalco di rami grossi quanto un pony. Le ronde a cavallo di Ghealdani e Mayenesi giravano attorno al campo a poche miglia di distanza, ma lui preferiva contare sugli uomini dei Fiumi Gemelli nell’area più vicina all’accampamento. Non aveva abbastanza uomini per circondare completamente il campo, tuttavia erano abituati alle foreste e a cacciare animali che avrebbero potuto cacciarli a loro volta, avvezzi a notare movimenti che sarebbero sfuggiti a un uomo che pensava in termini di soldati e guerra. Gatti di montagna scesi dalle pendici in cerca di pecore potevano acquattarsi in piena vista, e orsi e cinghiali selvatici erano noti per aggirare i loro inseguitori e tendergli agguati. Da rami a trenta o quaranta piedi sopra il suolo, gli uomini potevano vedere qualunque cosa si muovesse sotto in tempo per avvertire l’accampamento, e coi loro archi lunghi potevano esigere un caro prezzo da chiunque avesse cercato di superarli con la forza. Tuttavia la presenza della guardia toccò appena la sua mente come la presenza della taccola. Era concentrato su ciò che c’era più avanti, attraverso gli alberi e le ombre, assorto per scorgere il primo segno degli esploratori di ritorno.

All’improvviso Stepper gettò indietro la testa e sbuffò una nebbiolina dalle froge, con gli occhi che ruotavano per la paura mentre si fermava di colpo, e il grigio di Aram nitrì e scartò. Perrin si sporse in avanti per dare delle pacche sul collo allo stallone tremante, ma la sua mano si immobilizzò quando colse una traccia di odore, una puzza di zolfo bruciato nell’aria che gli fece quasi rizzare i peli sulla nuca. Come zolfo bruciato: era solo una pallida imitazione di quell’odore. Era un lezzo di... qualcosa di negativo, qualcosa che non apparteneva a questo mondo. L’odore non era nuovo – non avrebbe mai potuto definire quel fetore ‘fresco’ – ma neanche vecchio. Un’ora, forse meno. Forse all’incirca verso l’ora in cui si era svegliato. L’ora in cui aveva sognato questo odore.

«Cosa c’è, lord Perrin?» Aram stava avendo difficoltà nel controllare il suo grigio, che danzava in cerchi dibattendosi contro le redini e volendo correre in qualunque direzione sempre che lo portasse lontano da lì, ma perfino trattenendo le briglie riuscì a estrarre la sua spada col pomello a testa di lupo. Si allenava con essa ogni giorno, per molte ore di seguito quando poteva, e quelli che ne capivano dicevano che era bravo. «Tu puoi essere in grado di distinguere un filo nero da uno bianco con questa poca luce, ma per me non è ancora giorno. Non riesco a vedere bene nulla.»

«Metti via quell’affare» gli disse Perrin. «Non serve. Le spade non servirebbero a molto comunque.» Dovette persuadere il suo destriere tremante a procedere, ma seguì l’odore disgustoso, scrutando il terreno ricoperto di neve davanti a sé. Conosceva quell’odore, e non solo dal sogno.

Gli ci volle poco per trovare quello che stava cercando, e Stepper emise un nitrito riconoscente quando Perrin lo fece fermare a breve distanza da un affioramento di pietra grigia simile a una lapide, largo due passi, che sorgeva alla sua destra. La neve tutt’intorno era liscia e senza segni, ma tracce di cani coprivano la lastra di pietra inclinata, come se una muta vi si fosse arrampicata sopra correndo. Luce fioca e ombre o meno, erano evidenti agli occhi di Perrin. Orme più grandi del palmo della sua mano, premute nella pietra come se fosse stata fango. Diede un’altra pacca sul collo di Stepper. Non c’era da meravigliarsi che l’animale fosse spaventato.