Perrin snudò i denti. I Mayenesi e le Sapienti stavano osservando, ma a cinquanta passi, con questo buio, sarebbe stato preso per un sorriso. Perdere il rispetto? Berelain aveva contribuito a privarlo di qualunque rispetto godesse una volta da parte della gente dei Fiumi Gemelli, per non parlare dei servitori di Faile. Ancora peggio, Faile gli aveva impartito qualche versione di quella lezione sul dovere di un nobile di dare alla gente ciò che si aspettava più di una volta. Quello che lui detestava era sentire questa donna, fra tutti, parlare come sua moglie.
«Di cosa stiamo parlando, allora? Del fatto che non ti fidi che la tua stessa gente sappia?»
Il volto di lei rimase impassibile e sorridente, tuttavia la sottostante corrente di paura nel suo odore si rafforzò. Non si avvicinava affatto al panico, ma lei si riteneva in pericolo. Le sue mani guantate erano strette attorno alle redini del baio. «Ho mandato i miei cacciatori di ladri a ficcanasare nell’accampamento di Masema, per stringere ‘amicizie’. Non è lo stesso che avere occhi e orecchie lì, ma hanno portato del vino che hanno fatto intendere di aver rubato a me, e hanno appreso un po’ di cose ascoltando.» Per un istante lei lo osservò con espressione interrogativa, inclinando il capo. Luce! Sapeva che Faile usava Selande e quegli altri idioti come spie! Era stata Berelain la prima a dirglielo. Era probabile che Gendar e Santes, i suoi cacciatori di ladri, avessero visto Haviar e Nerion nel campo di Masema. Avrebbe dovuto avvertire Balwer prima che lui cercasse di utilizzare Medore con Berelain e Annoura. Quello sarebbe stato certo un bel groviglio. Quando Perrin non disse nulla, lei proseguì. «Ho messo qualcos’altro in quel canestro oltre a pane e una gallina selvatica. Un... documento... che Santes ha trovato ieri sul presto, chiuso nello scrittoio da campo di Masema. Quello sciocco non ha mai guardato una serratura senza voler sapere quello che nasconde. Se doveva immischiarsi in quello che Masema teneva sottochiave, avrebbe dovuto memorizzarlo invece di prenderlo, ma quel che è fatto è fatto. Non lasciare che nessuno ti veda leggerlo dopo che mi sono presa tutta questa briga per nasconderlo!» aggiunse bruscamente mentre lui sollevava il coperchio del canestro, rivelando un fagotto avvolto nella stoffa e che emanava odori ancora più forti di uccello arrosto e pane caldo. «Ho visto gli uomini di Masema seguirti, prima. Potrebbero essere da qualche parte a osservarci in questo preciso momento!»
«Non sono uno sciocco» ringhiò. Sapeva degli osservatori di Masema. Molti dei seguaci di quell’uomo erano gente di città, e la maggior parte degli altri era talmente goffa nei boschi da far vergognare un ragazzo di dieci anni dei Fiumi Gemelli. Il che non voleva dire che uno o due non potessero essere nascosti da qualche parte fra gli alberi, tanto vicini da spiare dalle ombre. Si tenevano sempre a distanza, dato che i suoi occhi facevano credere loro che Perrin fosse qualche sorta di Progenie dell’Ombra semiaddomesticata, perciò di rado notava i loro odori, ma questa mattina aveva avuto altre cose per la testa. Spostando con le dita il panno per mettere in mostra la gallina selvatica, grossa quasi come un pollo di medie dimensioni, con la sua pelle marrone e croccante, strappò una delle zampe dell’uccello tastando sotto l’involto ed estraendo un pezzo di pesante carta color crema ripiegato in quattro. Incurante delle macchie d’unto, aprì il foglio sopra all’uccello, in modo un po’ goffo coi suoi guanti d’arme, e lesse mentre rosicchiava la coscia. Per chiunque lo stesse osservando, sarebbe parso intento a studiare quale parte della gallina selvatica aggredire dopo. Uno spesso sigillo di cera verde, rotto su un lato, recava l’impronta di quelle che a lui parvero tre mani, ognuna con l’indice e il mignolo alzati e le altre dita ripiegate. Le lettere scritte sul foglio con calligrafia fluente erano di forma strana, alcune irriconoscibili, ma con un po’ di sforzo il tutto era leggibile.
Il latore della presente è sotto la mia personale protezione. Nel nome dell’imperatrice, che possa vivere per sempre, fornitegli qualunque aiuto richieda al servizio dell’impero e non parlatene a nessuno tranne me.
Per il suo sigillo
«L’imperatrice» disse lui piano, come ferro che struscia contro la seta. Una conferma dei rapporti di Masema coi Seanchan, anche se lui personalmente non ne aveva bisogno. Non era il genere di cose su cui Berelain avrebbe mentito. Suroth Sabelle Meldarath doveva essere qualcuno di importante, per consegnare questo genere di documento.
«Questo decreterà la sua fine, una volta che Santes avrà testimoniato dove l’ha trovato.» Servizio dell’impero? Masema sapeva che Rand aveva combattuto i Seanchan! L’arcobaleno gli esplose in testa e venne spazzato via. Quell’uomo era un traditore!
Berelain rise come se lui avesse detto qualcosa di divertente, ma il suo sorriso pareva decisamente forzato, ora. «Santes mi ha detto che nessuno l’ha visto nella confusione di montare l’accampamento, perciò ho consentito a lui e a Gendar di tornare indietro con il mio ultimo barilotto di buon Tunaighan. H loro ritorno era atteso per un’ora dopo il buio, ma nessuno dei due s’è visto. Suppongo che possano essere rimasti lì a dormire, ma non hanno mai...»
Si interruppe per un suono spaventoso, fissandolo, e lui si rese conto di aver spezzato in due la coscia con un morso. Per la Luce, aveva strappato via tutta la carne dalla zampa senza accorgersene. «Sono più affamato di quanto pensassi » borbottò. Sputando il pezzetta d’osso nel palmo del suo guanto, lasciò cadere al suolo i pezzi. «Si può presupporre che Masema sappia che hai questo. Spero che tu stia mantenendo una forte guardia attorno a te in ogni momento, non solo quando esci per una cavalcata.»
«Gallenne dalla scorsa notte fa dormire cinquanta uomini attorno alla mia tenda» disse lei continuando a fissarlo, e lui sospirò. Era come se non avesse mai visto nessuno spezzare un osso in due con un morso prima d’ora.
«Cosa ti ha detto Annoura?»
«Voleva che glielo consegnassi affinchè potesse distruggerlo in modo che, se mi fosse stato chiesto, avrei potuto dire di non averlo e non sapere dove fosse, e lei avrebbe potuto suffragare le mie parole. Dubito che questo avrebbe soddisfatto Masema, però.»
«No, ne dubito anch’io.» Anche Annoura doveva saperlo. Le Aes Sedai potevano propugnare princìpi sbagliati, o perfino sciocchi in alcune occasioni, ma non erano mai stupide. «Ha detto che l’avrebbe distrutto o che avrebbe potuto farlo se tu gliel’avessi dato?»
Le sopracciglia di Berelain si corrugarono con aria pensierosa e le ci volle un momento per dire: «Che l’avrebbe distrutto.» Il baio saltellò con alcuni passi impazienti, ma lei lo riportò facilmente sotto controllo senza prestarvi attenzione. «Non riesco a pensare per quale altra ragione potrebbe volerlo» disse dopo un’altra pausa. «Masema non è certo suscettibile a... pressioni.» Intendeva ricatti. Perrin non riusciva a immaginare che Masema se ne stesse senza far niente anche in quel caso. In special modo se il ricatto proveniva dalle Aes Sedai. Mentre dissimulava strappando l’altra zampa dall’uccello, riuscì a ripiegare il pezzo di carta e a infilarselo nella manica, dove il suo guanto d’arme avrebbe impedito che cadesse. Era comunque una prova. Ma di cosa? Come poteva quell’uomo essere sia un fanatico del Drago Rinato, sia un traditore? Poteva forse aver preso il documento da...? Chi?