Выбрать главу

«Cosa stai architettando?» chiese Perrin, cercando di non nascondere il sospetto. Forse le Sapienti avevano lasciato che Masuri si incontrasse con Masema, tuttavia continuavano ad affermare che ritenevano fosse meglio che quell’uomo morisse. Le Aes Sedai non potevano usare il Potere come un’arma a meno che non fossero in pericolo, ma le Sapienti non avevano una tale proibizione. Si chiese se fossero collegate. Ne sapeva più di quanto avrebbe voluto, sull’Unico Potere, e abbastanza sulle Sapienti da essere sicuro che Nevarin avrebbe avuto il controllo, nel caso avessero formato un circolo. Annoura aprì la bocca ma la richiuse di scatto a un tocco di avvertimento di Carelle, e studiò torva Masuri. La Sorella Marrone increspò le labbra e scosse lievemente il capo, il che non sembrò raddolcire Annoura. Le sue mani guantate tenevano le redini tanto strette da tremare.

Nevarin alzò lo sguardo verso Perrin oltre Berelain come se potesse leggergli nella mente. «Stiamo architettando di farti tornare sano e salvo all’accampamento, Perrin Aybara,» disse con durezza «te e Berelain Paeron. Stiamo architettando di far sopravvivere quante più persone possibile oggi e nei giorni a venire. Hai qualche obiezione?»

«Basta che non facciate nulla senza che ve lo dica io» replicò lui. Una risposta come quella poteva voler dire un sacco di cose. «Nulla.»

Nevarin scosse il capo dal disgusto e Carelle rise come se Perrin avesse appena fatto una battuta spassosa. Nessuna delle Sapienti parve pensare che ci fosse bisogno di altre risposte. Era stato ordinato loro di obbedirgli, ma i loro canoni di obbedienza non si adattavano a quelli che lui aveva imparato. Ai porci sarebbero cresciute le ali prima che potesse ottenere una risposta migliore da loro.

Avrebbe potuto mettervi un freno. Sapeva che avrebbe dovuto. Qualunque cosa le Sapienti avessero architettato, incontrandosi con Masema così lontano dagli altri nell’accampamento, quando quell’uomo sapeva di certo chi aveva rubato il suo documento seanchan, era come sperare di allontanare la mano dall’incudine prima del colpo del martello. Quando si trattava di eseguire degli ordini, Berelain era inaffidabile quanto le Sapienti, ma pensava che lo avrebbe ascoltato se avesse dato ordine di ritirarsi verso l’accampamento. Almeno lo credeva, nonostante il suo odore lasciasse intendere che non aveva intenzione di lasciarsi persuadere. Rimanere era un rischio insensato. Era sicuro di poterla convincere di questo. Tuttavia non voleva neanche fuggir via da quell’uomo. Parte di lui diceva che stava agendo da sciocco. La parte più vasta ribolliva di rabbia che trovava difficile controllare. Aram si insinuò accanto a lui con lo sguardo torvo, ma perlomeno non aveva estratto la sua spada. Agitare un’arma sarebbe stato come mettere un tizzone ardente in un fienile, e il momento di un confronto con Masema non era ancora giunto. Perrin poggiò una mano sulla propria ascia. Non ancora.

Malgrado i raggi di luce obliqui che penetravano attraverso i folti rami sopra di loro, la foresta nella sua interezza restava ammantata nelle fioche ombre del primo mattino. Perfino a mezzogiorno la luce qui sarebbe stata fievole. Prima gli giunsero i suoni: i tonfi smorzati di zoccoli nella neve, il pesante respiro di cavalli spronati ad andare più veloci; poi apparve una massa di cavalieri, una folla disordinata che scorreva verso nord attraverso gli enormi alberi quasi al galoppo malgrado la neve e il terreno accidentato. Non erano cento, ma due o tre volte tanti. Un cavallo rovinò al suolo con un acuto gemito finendo per schiacciare il proprio cavaliere, ma nessuno degli altri rallentò minimamente fin quando, a settanta od ottanta passi di distanza, l’uomo alla loro testa alzò una mano e all’improvviso tirarono le redini causando spruzzi di neve, mentre i cavalli schiumanti ansimavano e fumavano. Qua e là, delle lance si protendevano in mezzo ai cavalieri. La maggior parte non indossava alcuna armatura, e molti solo un pettorale o un elmo, tuttavia le loro selle erano cariche di spade, asce e mazze. Raggi di luce solare mettevano in risalto pochi volti, uomini dallo sguardo piatto e arcigno che davano l’impressione di non aver mai sorriso e che mai l’avrebbero fatto.

A Perrin venne in mente che poteva aver commesso un errore a non annullare l’ordine di Berelain. Ecco cosa provocavano le decisioni affrettate, o il lasciare che fosse la rabbia a pensare per lui. Tutti sapevano che lei cavalcava spesso fuori dall’accampamento di mattina, e poteva darsi che Masema volesse disperatamente recuperare il suo documento seanchan. Perfino con le Aes Sedai e le Sapienti, un combattimento in questi boschi sarebbe potuto degenerare in una sanguinosa lotta senza quartiere, dove uomini e donne potevano morire senza neanche vedere chi li aveva uccisi. Se non fosse sopravvissuto alcun testimone, la colpa sarebbe potuta ricadere su dei banditi o perfino sugli Shaido. Erano cose già accadute in passato. E anche se fossero rimasti dei testimoni, Masema non si sarebbe certo tirato indietro dall’impiccare qualche dozzina dei suoi stessi uomini e sostenere che i colpevoli erano stati puniti. Probabilmente avrebbe voluto mantenere in vita Perrin Ay bara almeno per un po’, e forse non si sarebbe aspettato le Sapienti o una seconda Aes Sedai. Un po’ poco a cui affidare cinquanta e passa vite. Molto poco a cui affidare la vita di Faile. Perrin allentò la sua ascia nell’occhiello della cintura. Accanto a lui, Berelain odorava di fredda calma e impassibile determinazione. Nessuna paura, stranamente. Nemmeno un po’. Aram odorava... eccitato.

Le due fazioni rimasero a guardarsi a vicenda in silenzio, finché alla fine Masema non cavalcò in avanti, seguito da soli due uomini, tutti e tre che si tiravano indietro i cappucci. Nessuno indossava un elmo o un qualunque pezzo d’armatura. Come Masema, Nengar e Bartu erano Shienaresi, ma come lui si erano rasati il codino, lasciando teste calve che ricordavano un teschio. L’arrivo del Drago Rinato aveva spezzato tutti i legami, inclusi quelli che vincolavano questi uomini a combattere l’Ombra lungo la Macchia. Nengar e Bartu portavano ciascuno una spada sulla schiena e un’altra appesa alla sella, e Bartu, più basso degli altri due, portava anche assicurati alla sella un arco da cavaliere e una faretra. Masema non aveva armi in vista. Al Profeta del lord Drago Rinato non ne serviva alcuna. Perrin fu lieto di vedere Gallenne osservare gli uomini che Masema aveva lasciato indietro, poiché nel Profeta c’era qualcosa che attirava l’occhio. Forse si trattava solo del suo ruolo, ma era più che sufficiente.

Masema fece fermare il suo slanciato sauro a pochi passi da Perrin. Il Profeta era un uomo cupo e minaccioso, di taglia media con una sbiadita cicatrice di freccia bianca sulla guancia, in una lisa giacca marrone e un mantello scuro con i bordi consunti. A Masema non importava nulla delle apparenze, men che mai delle proprie. Alle sue spalle, Nengar e Bartu avevano una frenesia nello sguardo, ma gli occhi infossati e quasi neri di Masema sembravano caldi come carboni in una forgia, come se le brezze fossero sul punto di attizzarli fino a farli luccicare, e il suo odore era la stridente, guizzante acutezza della pura follia. Ignorò le Sapienti e le Aes Sedai con uno sdegno che non si preoccupò di nascondere. Le Sapienti erano peggio delle Aes Sedai, ai suoi occhi: non solo erano colpevoli di blasfemia poiché incanalavano l’Unico Potere, ma per di più erano selvagge Aiel, un doppio peccato. Le Guardie Alate avrebbero potuto essere semplici ombre sotto gli alberi. «State facendo una scampagnata?» disse lanciando un’occhiata al canestro appeso alla sella di Perrin. Di norma, la voce di Masema era intensa quanto i suoi occhi, ma ora suonava beffarda, e le sue labbra si arricciarono mentre gli occhi si spostavano su Berelain. Aveva sentito le dicerie, ovviamente.

Un’ondata di rabbia percorse Perrin, ma lui la frenò, ricacciandola indietro. Ripiegandola assieme al resto, ripiegandola stretta. La sua rabbia aveva un solo bersaglio, e non l’avrebbe sprecata colpendone un altro. Cogliendo l’umore del suo cavaliere, Stepper snudò i denti verso il castrone di Masema e Perrin dovette dargli un brusco strattone con le redini. «C’erano Segugi Neri qui, stanotte» disse, non molto calmo, ma era il meglio che potesse fare. «Se ne sono andati, e Masuri non pensa che torneranno, quindi non c’è bisogno di preoccuparsi.»