Il sottobosco cresceva in viluppi sotto gli alberi, che erano per la maggior parte pini e abeti, con macchie di altri privi di foglie e ingrigiti dall’inverno, e il terreno, non più scosceso delle Colline Sabbiose nella loro patria, anche se più roccioso, non presentava problemi per Dannil e gli altri uomini dei Fiumi Gemelli, che si inerpicarono agevolmente su per il pendio con frecce incoccate e sguardo vigile, silenziosi quasi quanto la nebbiolina del loro respiro. Aram, lui stesso avvezzo a muoversi nei boschi, rimase vicino a Perrin con la spada sguainata. Una volta cominciò a tagliar via un groviglio di fitti rampicanti bruni finché Perrin non lo fermò mettendogli una mano sul braccio, tuttavia faceva poco più rumore di Perrin, il flebile scricchiolio di stivali nella neve. Non fu una sorpresa che Marline si muovesse fra gli alberi come se fosse cresciuta in una foresta piuttosto che nel Deserto Aiel, dove qualunque cosa potesse essere definita un albero era rara e la neve del tutto sconosciuta, anche se apparentemente tutti quei suoi bracciali e collane avrebbero dovuto emettere un qualche tintinnio mentre ondeggiavano, ma Annoura si arrampicò quasi con altrettanto minimo sforzo, arrancando un poco con le sue gonne ma evitando con agilità le spine acuminate di artiglio di gatto morto e viticci di aspetta un minuto. Di solito le Aes Sedai trovavano modi per sorprenderti. La donna riusciva anche a tenere d’occhio Grady, anche se l’Asha’man appariva concentrato nel mettere un piede davanti all’altro. Di tanto in tanto lui esalava un profondo sospiro e faceva una sosta per un minuto, osservando accigliato la cresta davanti a loro, ma in qualche modo non rimase mai indietro. Gallenne e Arganda non erano certo giovani né abituati a camminare quando potevano cavalcare, e il loro respiro si fece più pesante mentre salivano, talvolta crescendo da albero ad albero, ma ognuno teneva lo sguardo tanto sull’altro quanto sul terreno, entrambi riluttanti a lasciarsi sorpassare dall’altro. I quattro lancieri ghealdani, dal canto loro, slittavano e scivolavano, inciampavano su radici nascoste sotto la neve, si ritrovavano i foderi impigliati nei rampicanti e borbottavano imprecazioni quando cadevano sulle rocce o venivano punti dalle spine. Perrin iniziò a prendere in considerazione di rispedirli indietro ad aspettare coi cavalli. O quello, o dar loro una botta in testa e lasciarli lì per poi riprenderli al ritorno.
All’improvviso due Aiel sbucarono dal sottobosco di fronte a Elyas, veli scuri che nascondevano i loro volti fino agli occhi, mantelli bianchi che pendevano dalle loro spalle e lance e scudi tondi in mano. Erano Fanciulle della Lancia, a giudicare dall’altezza, il che non le rendeva meno pericolose di qualunque altro algai’d’siswai, e in un istante nove archi lunghi vennero tesi, puntando le frecce dalla punia larga ai loro cuori.
«Potresti farti male in quel modo, Tuandha» borbottò Elyas. «Ti credevo più accorta, Sulin.» Perrin fece cenno agli uomini dei Fiumi Gemelli di abbassare i loro archi e ad Aram di riporre la spada. Aveva fiutato i loro odori nello stesso momento di Elyas, prima che uscissero allo scoperto.
Le Fanciulle si scambiarono sguardi sbigottiti, ma si tolsero i veli scuri, lasciandoli pendere contro il loro petto. «Hai un’ottima vista, Elyas Machera» disse Sulin. Asciutta e col volto come cuoio, con una cicatrice lungo una guancia, aveva acuti occhi azzurri che potevano trapassare come punteruoli, ma ora apparivano comunque sorpresi. Tuandha era più alta e più giovane, e probabilmente era stata bella prima di perdere il suo occhio destro e riportare una marcata cicatrice che le correva all’insù dal mento sotto il suo shoufa. Le tirava un angolo della bocca in un sogghigno, ma era l’unico sorriso che mostrava.
«Le vostre giubbe sono diverse» disse Perrin. Tuandha guardò accigliata la sua, tutta grigia, verde e marrone, poi l’indumento identico di Sulin. «Anche i vostri mantelli.» Elyas era davvero stanco, per non averlo notato. «Non hanno incominciato a muoversi, vero?»
«No, Perrin Aybara» rispose Sulin. «Gli Shaido sembrano pronti a rimanere nello stesso posto per un po’. La scorsa notte hanno costretto gli abitanti della città, quelli che hanno lasciato andare, ad allontanarsi e a dirigersi a nord.» Scrollò lievemente la testa, ancora turbata che gli Shaido obbligassero a diventare gai’shain persone che non seguivano ji’e’toh. «I tuoi amici Jondyn Barran, Get Ayliah e Hu Marwin li hanno seguiti per vedere se riescono ad apprendere qualcosa. Le nostre sorelle della lancia e Gaul stanno facendo ancora una volta il giro del campo. Noi aspettavamo qui che Elyas Machera tornasse con te.» Di rado lei lasciava trasparire emozione nella sua voce, e ora non ce n’era alcuna, ma odorava di tristezza. «Vieni, ti mostrerò.»
Le due Fanciulle si voltarono per risalire il pendio e lui si affrettò a seguirle, dimenticando chiunque altro. A poca distanza dalla cresta le due si accucciarono, poi si misero sulle mani e sulle ginocchia, e lui le imitò, strisciando per le ultime spanne attraverso la neve fino a scrutare al di là di un albero oltre la sommità del crinale. La foresta terminava lì, riducendosi a cespugli sparpagliati e isolati germogli sul declivio. Perrin era alto abbastanza da vedere per diverse leghe, oltre ondeggianti dorsali simili a lunghe colline prive di alberi fino a dove ricominciava una scura fascia di foresta. Poteva vedere tutto ciò che voleva e molto meno di quanto gli serviva.
Aveva cercato di immaginare l’accampamento degli Shaido dalla descrizione di Elyas, ma la realtà sminuiva la sua fantasia. Mille passi più in basso era distesa una massa di basse tende aiel e di ogni altro tipo di tenda, una moltitudine di carri e carretti, persone e cavalli. Si estendeva per oltre un miglio in ogni direzione dalle grigie mura di pietra di una città a metà strada per l’altura successiva. Perrin sapeva che doveva estendersi allo stesso modo dall’altro lato. Non era una delle grandi città come Caemlyn o Tar Valon: lungo il lato che poteva vedere era larga meno di quattrocento passi, e pareva più stretta sugli altri, ma era comunque una città con alte mura, torri e quella che sembrava una fortezza all’estremità nord. Tuttavia l’accampamento degli Shaido la inghiottiva completamente. Faile si trovava da qualche parte in quell’enorme lago di persone.
Cercando a tentoni il cannocchiale nella sua tasca, si ricordò all’ultimo momento di coprire con una mano l’estremità del tubo per ripararla dalla luce. Il sole era una palla dorata quasi sopra di lui, circa a metà del suo percorso verso lo zenit. Un accidentale riflesso della lente avrebbe potuto rovinare tutto. Gruppi di persone comparvero nel cannocchiale, le loro facce nitide, almeno al suo occhio. Donne dai capelli lunghi con scialli scuri sopra le spalle, coperte da dozzine di lunghe collane, donne con meno ornamenti che mungevano capre, donne che indossavano il cadin’sor e talvolta portavano lance e scudi tondi, donne che scrutavano da profondi cappucci di pesanti vesti bianche mentre si affrettavano attraverso la neve già calpestata fin quasi a diventare fanghiglia. C’erano anche uomini e bambini, ma il suo occhio vorace passò oltre, li ignorò. Migliaia di migliaia di donne, solo contando quelle in bianco.