«Troppe» sussurrò Marline, e lui abbassò il cannocchiale per scoccarle un’occhiataccia. Gli altri si erano uniti a lui e alle Fanciulle, tutti distesi in fila nella neve lungo il crinale. Gli uomini dei Fiumi Gemelli si stavano affannando a tenere le corde dei loro archi fuori dalla neve senza sollevare le armi oltre l’orlo. Arganda e Gallenne stavano usando i propri cannocchiali per studiare il campo sottostante, mentre Grady teneva lo sguardo fisso giù per il pendio col mento appoggiato sulle mani, assorto tanto quanto i due soldati. Forse stava usando il Potere in qualche modo. Anche Marline e Annoura stavano fissando l’accampamento: la Aes Sedai che si umettava le labbra e la Sapiente con aria corrucciata. Perrin non pensava che Marline avesse avuto intenzione di parlare ad alta voce.
«Se pensi che me ne andrò solo perché ci sono più Shaido di quanti me ne aspettassi...» cominciò accalorandosi, ma lei lo interruppe, incontrando il suo cipiglio con uno sguardo pacato.
«Troppe Sapienti, Perrin Aybara. Dovunque guardo posso vedere una donna che sta incanalando. Appena per un attimo qui, un momento là – le Sapienti non incanalano tutto il tempo – ma sono ovunque. Troppe per essere le Sapienti di dieci sette.»
Perrin trasse un profondo respiro. «Quante pensi che ce ne siano?»
«Ritengo che forse tutte le Sapienti degli Shaido siano quaggiù» replicò Marline, calma come se stesse parlando del prezzo dell’orzo.
«Tutte coloro che sono in grado di incanalare.»
Tutte quante? Non aveva senso! Come potevano essere tutte riunite qui quando gli Shaido sembravano sparpagliati ovunque? Perlomeno Perrin aveva udito racconti di quelle che dovevano essere scorrerie degli Shaido per tutta Ghealdan e Amadicia, voci di incursioni qui in Altara molto prima che Faile venisse catturata e dicerie da ancora più lontano. Perché mai sarebbero state assieme? Se gli Shaido avevano intenzione di radunarsi qui, l’intero clan... No, doveva occuparsi di quello che sapeva per certo. Era già abbastanza preoccupante. «Quante?» chiese di nuovo, in un tono ragionevole.
«Non ringhiarmi contro, Perrin Aybara. Non so dire con esattezza quante Sapienti Shaido rimangano in vita. Perfino le Sapienti muoiono di malattia, morsi di vipera, incidenti. Alcune sono morte ai Pozzi di Dumai. Abbiamo trovato alcuni corpi lasciati indietro, e devono aver portato via quelli che potevano per dar loro adeguata sepoltura. Perfino gli Shaido non possono aver abbandonato tutte le tradizioni. Se tutte quelle che rimangono in vita sono qui sotto, assieme alle apprendiste in grado di incanalare, direi forse quattrocento. Forse più, ma meno di cinquecento. C’erano meno di cinquecento Sapienti Shaido in grado di incanalare prima che attraversassero il Muro del Drago, e forse cinquanta apprendiste.» La maggior parte dei contadini avrebbe mostrato più emozione parlando di orzo.
Ancora fissando l’accampamento degli Shaido, Annoura emise un suono strozzato, un mezzo singulto. «Cinquecento? Per la Luce! Mezza Torre da un solo clan? Oh, Luce!»
«Potremmo intrufolarci durante la notte,» mormorò Dannil più in là lungo la fila «nello stesso modo in cui vi siete introdotti in quell’accampamento di Manti Bianchi in patria.» Elyas emise un grugnito che avrebbe potuto significare qualunque cosa ma che certo non suonava fiducioso.
Sulin sbuffò in modo beffardo. «Noi non riusciremmo a intrufolarci in quell’accampamento, non con una qualche reale speranza di uscirne. Tu saresti legato come un capretto per lo spiedo prima ancora di superare le tende esterne.»
Perrin annuì lentamente. Lui stesso aveva pensato di introdursi col riparo delle tenebre e in qualche modo portar via Faile di nascosto. E le altre, naturalmente. Lei non se ne sarebbe andata senza le altre. Non aveva mai creduto davvero che potesse funzionare, però, non contro degli Aiel, e le dimensioni del campo avevano spento i suoi ultimi guizzi. Avrebbe potuto vagare per giorni in mezzo a così tanta gente senza trovarla.
All’improvviso si rese conto che non doveva più ricacciare indietro la disperazione. La rabbia rimaneva, ma era fredda come acciaio in inverno, ora, e non riusciva a individuare una singola goccia dello sconforto che aveva minacciato di sommergerlo prima. C’erano diecimila algai’d’siswai in quell’accampamento, e cinquecento donne in grado di incanalare – Gallenne aveva ragione su questo: preparati al peggio e tutte le tue sorprese saranno piacevoli – cinquecento donne che non avrebbero esitato a usare il Potere come un’arma; Faile era nascosta come un fiocco di neve in un prato coperto di neve, ma una volta messo assieme tutto questo disperarsi non aveva alcuno scopo. Bisognava mettersi a lavorare sodo o esserne soverchiati. Inoltre riusciva a comprendere il rompicapo, ora. Nat Torfinn aveva sempre detto che ogni rompicapo poteva essere risolto, una volta trovato dove spingere e dove tirare.
Verso nord e sud il terreno attorno alla città era stato sgombrato per una distanza maggiore rispetto a quella per l’altura dove lui si trovava disteso. Fattorie sparpagliate, nessuna di esse con fumo che si levava dal camino, punteggiavano il paesaggio, e degli steccati delimitavano i campi sotto la neve, ma più di un drappello di uomini che cercassero di avvicinarsi da qualunque direzione sarebbero stati così esposti che tanto sarebbe valso portare torce e stendardi e suonare le trombe. Sembrava esserci uria strada che conduceva grosso modo a sud attraverso le fattorie e un’altra più o meno a nord. Inutili per lui, probabilmente, ma non si poteva mai sapere. Jondyn avrebbe potuto riportare qualche informazione sulla città, anche se Perrin non riusciva proprio a immaginare quale utilità avrebbero potuto avere quando la città era in balìa degli Shaido. Gaul e le Fanciulle che stavano facendo il giro attorno all’accampamento sarebbero stati in grado di dirgli cosa c’era al di là dell’altura successiva. Un passaggio in quel rilievo aveva l’aspetto di una strada diretta da qualche parte a est. Stranamente un gruppo di mulini a vento si ergeva forse un miglio a nord della sella, le loro lunghe pale bianche che giravano lente, e sembrava essercene un altro sulla sommità dell’altura successiva. Una fila di archi, come un ponte lungo e stretto, si estendeva giù per tutto il pendio dai mulini a vento più vicini fino alle mura cittadine.
«Qualcuno sa cos’è quello? domandò indicandolo. Esaminandolo attraverso il cannocchiale non riuscì a intuire nulla eccetto che sembrava fatto della stessa pietra grigia delle mura. Era troppo stretto per essere un ponte. Gli mancavano le pareti laterali e non sembrava esserci nessun punto per attraversare.
«Serve per portare l’acqua» rispose Sulin. «Corre per cinque miglia, fino a un lago. Non so perché non abbiano costruito la città più vicina a esso, ma pare che la maggior parte della terra attorno al lago diventerà fango quando finirà il freddo.» Non esitava più su parole a lei inconsuete come fango, tuttavia su ‘lago’ rimaneva una punta di stupore, per l’idea di così tanta acqua in un unico luogo. «Pensi di interrompere il loro approvvigionamento d’acqua? Questo li farà uscire fuori di certo.»
Sulin comprendeva il fatto di battersi per l’acqua. La maggior parte delle contese nel Deserto prendeva le mosse dall’acqua. «Ma non credo che...»
I colori esplosero nella testa di Perrin, uno scoppio di sfumature talmente forte che vista e udito scomparvero. Tranne la vista dei colori stessi, perlomeno. Erano una marea immensa, come se tutte le volte che li aveva scacciati dalla sua testa avesse costruito una diga che ora avevano ridotto in frantumi in una silenziosa inondazione, turbinando in muti vortici che cercavano di risucchiarlo in profondità. Un’immagine prese forma lì in mezzo, Rand e Nynaeve seduti per terra l’uno di fronte all’altra, tanto nitidi che era come se si trovassero di fronte a lui. Perrin non aveva tempo per Rand, non ora. Non ora! Annaspando verso i colori come un uomo che affoga e cerca di raggiungere la superficie, lui... li... scacciò... via!