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La soluzione di Cirocco era molto più sensata: servirsi dei titanidi fin quando fosse stato indispensabile, non oltre. Essi avevano quindi ricoperto una molteplicità di ruoli, all'inizio, fungendo da poliziotti, giudici, giurie e carnefici, nell'intento d'inculcare nella popolazione la certezza che ogni atto malvagio sarebbe stato inevitabilmente punito.

Ma gli umani andavano poi divezzati da questo sistema, e ricondotti ai metodi propri della loro natura e della loro società. Il che, in effetti, stava progressivamente avvenendo. I tribunali si assumevano via via un carico sempre maggiore di procedimenti giudiziari, e se spesso commettevano inesattezze, be', questo era semplicemente il prezzo che gli umani dovevano pagare in cambio della libertà.

Serpentone chinò di nuovo lo sguardo verso il suo blocco da disegno. Vide raffigurate tre prigioniere femmine. Quella di centro era vecchia e stanca, con le mani irruvidite dai lavori di mietitura, i fianchi ravvolti in un lercio perizoma, ed il suo volto, scavato da rughe profonde, recava le vestigia di una bellezza portentosa. La più giovane del gruppo, che dal punto di vista umano avrebbe anche dovuto essere la più graziosa, era stata disegnata con la faccia di un mostro. Serpentone se la ricordava bene. Una creatura malvagia, che un giorno o l'altro sarebbe finita col cappio al collo. Guardando meglio, Serpentone si accorse di averle tracciato sul viso l'immagine di un patibolo. Strappò e accartocciò anche questo secondo foglio. Tornò a fissare la sua attenzione sul campo.

Al centro dell'area occupata dalla comunità s'innalzava la forca. Durante i primi giorni della conquista era stata utilizzata di frequente, ma ora lavorava molto meno. Dopo quell'unica, terribile sommossa, il corpo di guardia titanide aveva subito una progressiva diminuzione, e attualmente sarebbe appena bastato a formare sei squadre di calcio.

Sebbene vita da reclusi significasse impegno severo, era pur sempre meglio di quella che molti di loro avevano conosciuto a Bellinzona. Ai vecchi tempi il cibo non era mai stato un gran problema, ma adesso la manna non cadeva più, e i prigionieri di più fresca data parlavano di fame ed incertezza. Stava nascendo, è vero, un sistema economico, si stavano tracciando linee d'intervento sociale, c'era lavoro in quantità, ma la paga che uno poteva guadagnare gli bastava a malapena a sfamarsi per sé, senza contare che parecchie occupazioni erano più faticose e pericolose del lavoro nei campi. E poi c'erano i giorni che la flottiglia dei pescherecci faceva ritorno a reti vuote, o dai campi non arrivava nemmeno una chiatta, e tutti avevano fame.

Il vitto dei detenuti era ottimo e abbondante: il Guardiano aveva ordini assai precisi, in merito. La prigione era un posto sicuro. Quasi nessuno di quelli che c'erano finiti aveva interesse a cercare rogne.

I titanidi si limitavano quindi a pattugliare la terra di nessuno fra i campi e la città. Accadeva raramente che catturassero qualche fuggiasco, e ben poche cuccette risultavano vuote all'ora dell'appello.

Serpentone esaminò il suo nuovo disegno. Tre uomini pendevano dalle funi nel centro del campo. Due di loro erano stati individui malvagi, ricordò. Il terzo, invece, si era solo comportato da sciocco. Aveva ucciso un Sorvegliante di fronte a testimoni titanidi. Il Sorvegliante se l'era di certo meritato, ma la Legge era la Legge. Serpentone l'avrebbe lasciato vivere, quel poveraccio. Il giudice umano aveva deciso diversamente.

Strappò con rabbia anche questa pagina, e la gettò via. La sua mente continuava a girare intorno ad eventi che gli si erano conficcati nell'animo e il cui ricordo lo faceva patire. Era un luogo cattivo, quello, un luogo di sofferenza, un luogo umano nel quale nessun titanide avrebbe dovuto soffermarsi. I titanidi sapevano come comportarsi. Gli umani passavano invece la vita intera in una continua lotta per soggiogare la loro natura animalesca. Era indubbiamente possibile che in tutte quelle leggi, quelle prigioni, quelle forche, si concretizzasse la migliore soluzione che gli umani avrebbero mai trovato al paradosso della loro esistenza… ma quale tormento, per un titanide, esservi coinvolto!

Fissò le pupille nelle tenebrose profondità del raggio di Dione e cominciò a intonare un canto di mestizia, e lontananza, e acerbo desiderio per il Grande Albero che voleva dire casa. Altri intrecciarono alla sua le loro voci, mentre le mani di ciascuno continuavano spontaneamente a impegnarsi in semplici lavori. A lungo si levò quel canto.

Eppure, qualcosa di buono da compiere qui doveva esserci. Egli non si aspettava di cambiare il mondo. Non s'illudeva di mutare la natura umana… né l'avrebbe fatto, anche se avesse potuto. Gli umani avevano il loro destino. Il suo intento era modesto. Avrebbe semplicemente desiderato, nel suo passaggio breve di creatura viva, rendere il mondo un luogo appena un poco più decente. Non gli pareva poi di chieder troppo.

Infine, ancora una volta, chinò lo sguardo a considerare ciò che le sue dita avevano tracciato. Era il disegno di un umano sorridente. Che indossava calzoncini, scarpette, una maglietta a strisce. Tutto teso nello sforzo di calciare un pallone.

DICIOTTO

Robin prese posto alla destra dell'imponente seggio che coronava un'estremità dell'immenso tavolo del Consiglio, nella Sala Grande della Borsa Merci. Aprì la sua valigetta in pelle artisticamente lavorata — dono di Valiha e Virginale — e ne trasse un voluminoso fascio di carte che gettò sulla levigata superficie lignea. Quindi, volgendo attorno un'occhiata nervosa, tirò fuori un paio d'occhiali dalla montatura in filo metallico e li inforcò.

Si sentiva ancora piuttosto buffa, a portare quegli affari. Ai tempi della Congrega aveva periodicamente sofferto di un difetto visivo che, con l'avanzare dell'età, si era rivelato facilmente correggibile. Ma qui, senza più visite alla Fontana, gli occhi le stavano progressivamente peggiorando. E, Grande Madre, non c'era da meravigliarsene, dal momento che doveva passare le sue giornate immersa nell'esame d'infinite scartoffie.

Sapeva che quella situazione non avrebbe dovuto sorprenderla, eppure ancora non riusciva ad abituarcisi. Da tutti i punti di vista, tranne quello più importante, lei era Sindaco di Bellinzona. Sospettava che, se fosse nata cristiana, a quel punto già l'avrebbero fatta Papa.

Cirocco si era mostrata abbastanza ragionevole, quel giorno, sei chiloriv prima. Ragionevole, sì… ma fino a un certo punto. Oltre il quale aveva opposto una monolitica irremovibilità.

— Tu l'hai già fatta l'esperienza di guidare una grande comunità — le aveva spiegato Cirocco. — Io no. Per motivi che capirai più avanti, l'autorità ultima, a Bellinzona, bisogna che rimanga in mano mia. Però, vedrai, saranno moltissime le occasioni in cui farò affidamento su di te, e sul tuo giudizio. E so che ti dimostrerai all'altezza di questa impresa.

Be', era stata un'impresa per davvero. Ma ormai si stava ogni giorno di più riducendo a semplice routine: proprio il genere d'involuzione che maggiormente aveva detestato nel periodo in cui si era trovata al vertice della Congrega.

Passò una mano a lisciare il ripiano del tavolo, e sorrise. Era un mobile stupendo, costruito con il legno migliore, dal bordo interamente decorato con più leggiadri intagli di quelli che Robin riuscisse a contare. L'avevano fatto i titanidi, ovviamente, ed era il secondo tavolo che avesse tentato di adornare la Sala del Consiglio.