Il primo era stato rotondo. Cirocco gli aveva dato una sola occhiata, e aveva ordinato che lo riportassero via.
— Questo non è il castello di Camelot — aveva commentato. — Qui non si terranno incontri fra eguali. Voglio un tavolo grande, lungo, con una grande poltrona in fondo da questa parte.
Robin capiva che per i titanidi si era trattato di un errore molto naturale. L'umana visione delle cose non sempre corrispondeva a quella dei titanidi, ed essi erano del tutto alieni dal considerare il vantaggio psicologico che Cirocco si riprometteva di ottenere per il solo fatto di star seduta a capotavola.
E così avevano portato un grande scranno, sul quale, ogni tanto, Cirocco si andava effettivamente a sedere.
Ma sempre più spesso, negli ultimi tempi, quella monumentale poltrona rimaneva vuota, ed era Robin a condurre le sedute dal suo posto abituale, alla destra del trono.
Altra gente, ora, si stava accomodando. Nova scaraventò rumorosamente nel bel mezzo del tavolo un'enorme pila di carte, poi occupò il proprio seggio. Levò lo sguardo a gettare una rapida occhiata a sua madre, annuì, quindi si diede a prendere appunti a matita in margine ad alcuni fogli.
Robin sospirò. Si domandò quanto avrebbe continuato, Nova, ad insistere con quell'atteggiamento. Oh, certo, si rivolgeva ancóra a sua madre, ma solo per stretti motivi di lavoro e con freddo distacco. Non c'erano risate, né scherzi, e neppure vivaci proteste, ma solo una sorda aggressività paludata di rigido, controllato, esasperante linguaggio burocratico. Robin avrebbe dato nonsoché, per una di quelle belle bisticciate a suon di urla che faceva ai vecchi tempi con sua figlia.
Diede un'occhiata al trono tuttora vacante. Cirocco Jones, affiancata dai suoi due primi consiglieri. La Vecchia Cagna e le due Streghe, aveva udito qualcuno mormorare. Quasi nessuno, nel Consiglio, si era reso conto della spaccatura esistente fra madre e figlia.
Stuart prese posto alla destra di Robin. Lei gli rivolse un cenno del capo e sorrise cortesemente, anche se le costava un certo sforzo. Quel tipo non le piaceva, ma bisognava riconoscere che era abile, efficiente, astuto e perspicace, quando gli girava. Era anche tremendamente ambizioso. In un'altra situazione avrebbe fatto del suo meglio per pugnalare Robin alle spalle. Ora come ora si limitava ad attendere il momento opportuno, aspettando di vedere se Cirocco avrebbe davvero mantenuto la promessa di cedere il potere in capo ad un anno terrestre. In caso affermativo, sarebbe successo un putiferio.
Trini sedette accanto a Nova, che si sporse a baciare sulle labbra la Prima Amàzzone. Robin si agitò a disagio sulla sedia. Non è che Trini le piacesse più di Stuart. Anzi, forse meno. Non riusciva quasi a credere che loro due avessero potuto essere amanti, anche solo per poche ore, vent'anni prima. Ora lei e Nova parevano fare coppia fissa. Robin non sapeva quanto vi fosse di genuino, in quell'atteggiamento. A Nova, naturalmente, la cotta per Cirocco non era passata affatto. Robin aveva la certezza che quelle plateali manifestazioni di affetto potessero spiegarsi, almeno in parte, col fatto che la ragazza era acutamente consapevole di quanto irritassero sua madre.
Accigliata, Robin distolse lo sguardo. O nuovo mondo mirabile…
Le altre sedie si andavano riempiendo. Conal prese posto in disparte, qualche metro alle spalle dello scranno di Cirocco, originale posizione dalla quale poteva seguire i lavori continuando a fumare un sigaro dopo l'altro. Non avrebbe detto una parola, ma avrebbe ascoltato tutto. Quasi nessuno, nel Consiglio, aveva la minima idea di quale fosse il suo ruolo. Robin sapeva che quella particolare collocazione rientrava in un preciso espediente. Volendo, Conal era abilissimo a circondarsi di una feroce aura da criminale incallito. Se ne restava dunque lì in silenzio, torvo e minaccioso, avvolto in spesse volute di fumo.
Cirocco si stravaccò sul trono, si addossò all'imponente schienale scivolando in avanti col fondo dei pantaloni, e poggiò gli stivali sopra il tavolo. Stretto fra i denti teneva un sigaro spento.
— Forza, gente, incominciamo — disse.
— Allora, Conal, che ti dicono le tue budella? — gli domandò Cirocco.
— Le mie budella? — Ci pensò su. — Che va meglio, Capitano. Non tantissimo, ma un po' meglio.
— L'ultima volta non ci credevi, che avrebbe funzionato.
— Tutti possono sbagliare.
Cirocco lo esaminò con occhio clinico. Conal, imperturbabile, resse il peso di quello sguardo.
All'inizio si era sentito tagliato fuori. C'era un lavoro per tutti, a quanto pareva, ma non per Conal. Be' sì, certo, si diceva in giro che avrebbe preso lui il comando dell'aviazione, se e quando, e poi era toccato a lui organizzare gli uomini della Riserva Aerea di Bellinzona. Potevano indossare le loro belle uniformi, se volevano, ma niente aeroplani, ancora per un bel pezzo.
Insomma, aveva avuto l'impressione che lo tenessero in disparte, e la cosa lo aveva amareggiato. Ma poi, un poco alla volta, si era reso conto che se il compito di Robin consisteva nel far da Sindaco supplente durante i periodi in cui Cirocco vagava fuori città impegnata in misteriose missioni, era a lui, Conal, che spettava il far da occhi e orecchie al Capitano.
Le sue mansioni rimanevano imprecisate, il che gli tornava proprio a fagiolo. In pratica trascorreva molte ore andandosene in giro un po' dappertutto, in una varietà d'abbigliamenti. Nessuno, tranne i membri del Consiglio e qualche appartenente alle alte sfere della polizia, sapeva che egli avesse qualcosa a che fare col governo della città. Poteva andare e venire a suo piacimento, e ascoltava quello che diceva la gente. Poi riferiva tutto a Cirocco. Non disponeva dei grafici computerizzati di Nova, non aveva l'esperienza di Robin né si dilettava nella elaborazione di minuziose teorie… però conosceva le segrete cose della città.
— Che mi dici di quella porcata del mercato nero?
— Sono d'accordo con Robin.
— Stai cercando di prendermi in giro o che? Anch'io son d'accordo con lei, ma a te non chiedo teorie, Conal. Da te voglio sentirmi dire la realtà com'è ora.
Conal rimase un po' sorpreso, da quella reazione. Ma, osservando meglio, si rese conto che Cirocco doveva essere sottoposta ad una tensione notevolissima.
— Il mercato nero non è poi quel gran problema che vorrebbe Nova. Di roba, in giro, ce n'è poca, e i prezzi sono parecchio salati.
— Il che vuol dire — commentò Cirocco — che di merce ne sparisce una quantità minima, alle banchine, e ciò nonostante siamo a corto di viveri. Quindi la scarsità di cibo è un fatto reale.
— Non c'è nessuno che patisce la fame. Ma un mucchio di gente vorrebbe che la manna avesse continuato a cadere.
Cirocco stette un poco a rimuginarci.
— E il dollaro?
Conal scoppiò a ridere.
— La gente dice che con un dollaro ci si fa un buon filtro per il caffè. Usane cinque o dieci, mettili insieme, e coi rimasugli di caffè che ci sono rimasti appiccicati potranno anche valere qualcosa. E poi, arrotolati, sono pure buoni per sniffarci la coca.
— Carta straccia, in altri termini.
— È quella legge economica di cui parlava Nova, e che secondo Robin voleva dire che il denaro cattivo caccia via il denaro buono.
— No — obiettò Cirocco. — Il fatto è che le monete d'oro vanno a finire sotto i materassi e in fondo alle vecchie calze. La gente tiene di conto la robina di valore e spende la robaccia che crea inflazione.
— Come ti pare. Quanto al problema della scuola, non credo che la situazione sia brutta come l'hanno dipinta loro stasera. C'è in giro un certo risentimento, quest'è vero, ma qui la maggior parte della gente, ad ogni modo, lo stava già imparando da sé, l'inglese, per lo meno quel tanto che gli serviva per tirare avanti. A rompergli le palle, piuttosto, è il fatto di dover imparare a parlare in buon inglese…