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Funzionava abbastanza bene. Ma il tasso di natalità era in crescita, la mortalità infantile diminuiva rapidamente, e schiere di falegnami erano di continuo indaffarati giù ai moli e all'opera su per le colline, impegnati nella costruzione di nuovi alloggi.

Conal aveva deciso che la città gli piaceva. Ci si respirava un'atmosfera nuova e stimolante. Era vivace ed attiva, come egli ricordava ch'era stata Fort Reliance prima della guerra. Nei locali pubblici, ad ascoltare le chiacchiere degli avventori, si sentivano un sacco di lamentele, ma il fatto stesso che la gente non temesse di esprimere il proprio scontento aveva la sua importanza. Voleva dire che in molti c'era la speranza di riuscire a migliorare quello che non andava ancora per il verso giusto.

Conal superò, in rapida successione, uno dei nuovi parchi — un grande bacino galleggiante di forma quadrata attrezzato con percorsi per minigolf, reti da pallavolo, cesti per pallacanestro, adorno di alberi e arbusti in vaso — un ospedale, una scuola. Tutte cose che a Bellinzona, solo sette chiloriv prima, sarebbero state inimmaginabili. Si fece da parte per lasciar passare un titanide al galoppo con una donna incinta fra le braccia, diretto all'ingresso di emergenza dell'ospedale.

All'interno della scuola vide ragazzi che sedevano sul pavimento e sospiravano aspettando la fine della lezione, come han sempre fatto tutti gli scolari di questo mondo. Nei parchi non c'era mai pericolo che le attrezzature sportive rimanessero un momento inutilizzate. Tutte cose che a Conal scaldavano il cuore. Non si era davvero reso conto, prima, di quanto gli fossero mancate.

Non che avesse intenzione di restare a vivere a Bellinzona. Meditava, una volta terminato il periodo di transizione e consegnata la città alle cure di un governo locale legalmente costituito, di riprendere la sua vita di prima, di tornare ad essere un nomade conosciuto per tutta la Grande Ruota, un amico del Capitano. Ma sarebbe stato bello sapere che quel posto esisteva.

Svoltò nell'ingresso di un edificio a lui familiare, e corse su per tre rampe di scale. La porta si aprì docilmente sotto l'invito della sua chiave, ed egli entrò.

Gli avvolgibili erano chiusi. Robin era a letto. Pensò che dormisse. Andò nella piccola stanza da bagno e si diede una bella sciacquata in un catino d'acqua, usando anche un po' di quel sapone duro e ruvido che da qualche tempo si poteva trovare al mercato nero. Poi si lavò i denti, e servendosi d'un vecchio rasoio si fece la barba con gran cura. Tutte abitudini relativamente inedite, per lui, ma ormai li aveva praticamente dimenticati i vecchi tempi, quando prima di decidersi a fare un bagno bisognava che i vestiti gli stessero in piedi da sé.

S'infilò a letto, facendo piano per non disturbare il suo sonno.

Ma Robin si girò subito verso di lui, perfettamente desta, e vogliosa.

— Non ci riuscirai mai — gli disse, come spesso faceva. Lui annuì, e la prese fra le braccia, e riuscì tutto alla perfezione.

VENTI

Dopo la chiacchierata con Conal, Cirocco Jones raggiunse il luogo in cui era certa di trovare Cornamusa. Si mosse adottando quella sua tecnica particolare, quello sgusciare inavvertibile che tanto confondeva Robin quando la Maga lo usava per comparire d'improvviso alle sedute del Consiglio. Nessuno si accorse minimamente di lei.

Cirocco si disse che poteva anch'essere l'ultima volta che riusciva a muoversi in quel modo. Il fatto d'ignorare da cosa le venisse quella capacità, le rendeva ancora più difficile credere di poterla conservare, dopo quello che si apprestava a fare.

Montò a cavalcioni di Cornamusa, e il titanide abbandonò la città al galoppo. Ben presto furono nel folto delle giungle meridionali di Dione, non lontano da Tuxedo Junction.

Giunsero al limitare della Fontana della Giovinezza, e Cirocco discese.

— Non ti allontanare — raccomandò a Cornamusa. — Un poco mi ci vorrà.

Il titanide annuì, e scomparve nella giungla. Cirocco si liberò d'ogni indumento, poi s'inginocchiò sulla sabbia. Aprì lo zaino e ne trasse il barattolo contenente Spione. Il prigioniero ammiccava con aria stordita. Lei lo rovesciò a terra, dove quello rimase vacillante vomitando un fiume di confuse imprecazioni. Per poterne trarre qualcosa di sensato, bisognava dargli il tempo di riaversi.

Cirocco esaminò il proprio corpo, con la medesima circospezione che avrebbe adottato nei confronti di un oggetto estraneo e potenzialmente pericoloso. Le costole sporgevano. Il petto continuava ad essere più abbondante del normale, e le cosce svettavano sode e piene, ma le ginocchia si stavano facendo ossute. I capelli erano nuovamente striati di grigio. Avvertiva un ventaglio di rughe sottili attorno agli occhi e agli angoli della bocca.

Appioppò un buffetto sul muso a Spione e lui di rimando le sputò, ma fu più che altro un gesto riflesso, privo di vera convinzione. Senza attendere l'inevitabile richiesta, Cirocco tirò fuori la bottiglia dallo zaino, e servendosi del solito contagocce erogò sette bei goccioloni dentro le avide fauci sollevate.

Spione schioccò soddisfatto le labbra, inalberando quindi l'espressione che, nell'ambito del suo limitato repertorio di mimica facciale, passava per un sorriso.

— La vecchia strega ha un attacco di generosità, oggi — commentò.

— La vecchia strega non ha nessuna voglia di stare a fare i giochetti. Lo vuoi sapere da che parte incomincio a scorticarti vivo se non parli? O t'è venuta a noia com'è venuta a me?

Spione rimase in equilibrio su una zampa, mentre con l'altra si grattava dietro l'orecchio.

— O dai, su, veniamo al sodo.

— Ottimo. Come sta Adam?

— Meravigliosamente. E vuole tanto bene alla sua gran nonnona. Un giorno di questi Gea lo terrà, mi si passi l'espressione, in palmo di mano.

— E Chris com'è?

— Parecchio giù di corda. I giorni che gli gira un po' meglio pensa ancora di poter conquistare cuore e mente di suo figlio, il sovrammenzionato Adam. I giorni che vede più nero pensa invece di averlo già perduto. Negli ultimi tempi vede quasi sempre nero. Aiutato dal fatto che Gea lo infila a recitare dentro qualcuno dei suoi teleprogrammi, affibbiandogli certe particine antipatichine dove vedessi che gli tocca fare, per guadagnarsi… pane e companatico.

Spione ammiccò, si accigliò.

— Avrò mica confuso le metafore?

Cirocco ignorò la domanda.

— E… Gaby?

Spione le diede un'occhiata di traverso.

— Finora non me l'avevi mai chiesto di lei.

— Te lo chiedo adesso.

— Potrei dirti ch'è tutta un'invenzione della tua immaginazione.

— E io potrei ficcarti la testa su per il buco del culo.

— Dio — replicò Spione facendo una smorfia. — Vorrei che tale operazione fosse inattuabile con me così come lo sarebbe su di te.

— Ma lo sai bene che così non è.

— Vedrò di ricordarmelo. — Sospirò. — Gaby… sta preparando uno scherzo della malora. Tu lo capisci a che mi riferisco. Gaby cammina su un filo sottile. Nemmeno te lo immagini, quant'è sottile. Lasciala in pace.

— Ma se non la vedo da…

— Lasciala in pace, Capitano.

Si scrutarono fissamente. Una simile uscita meritava senza dubbio una punizione. E Cirocco si domandò che cosa potesse significare, il fatto di sentirsi invece disposta a fargliela passar liscia, questa volta. Stava cambiando qualcosa? Oppure era semplicemente troppo stanca per prendersela?