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Si poteva incidere la sorprendentemente morbida cotenna dell'animale con la spada od il coltello; tanto a lui non gliene fregava niente lo stesso.

Si trovavano poesie: "O voi, che al gran verme in su i coglioni, scrivendo andate fanfaluche e strafalcioni…"

Comunicazioni urgenti: "Sammy, telefona a casa!"

Pubblicità: "Ore liete? Cercate di George, Quinta Legione, Tenda Dodici."

Critiche: "Sonja Kolskaya cià le pulci!"

Filosofia: "Esercito fottuto!"

Suggerimenti utili: "Vaffartelometterinculo!"

E patriottismo: "MORTE A GEA!!!!!"

Quest'ultimo messaggio lo si ritrovava ripetuto in lungo e in largo per tutta la spira. C'erano poi toccanti elogi funebri in memoria di amici caduti, nostalgici lamenti per la casa lontana comuni ai soldati di tutti i tempi e di tutti i paesi, ed anche un frammento di storia: "Kilroy è stato qui."

Cirocco pensava che l'incontro col verme delle sabbie poteva considerarsi una vera fortuna. L'esercito aveva un gran bisogno di qualche diversivo. La traversata di Mnemosine si stava rivelando, per quegli uomini, un'esperienza infernale.

La temperatura toccava agevolmente i sessanta gradi, e di rado scendeva sotto i quarantacinque. Il fatto che il tasso di umidità fosse assai modesto rendeva un poco più tollerabile quel tormento, ma nient'altro soccorreva ad alleviare i disagi delle truppe. Non c'era neppure la notte, a portare sollievo, né una provvidenziale brezzolina che trascorresse a mitigare l'alito delle sabbie roventi.

Affrontare il deserto geano richiedeva strategie alquanto diverse da quelle efficacemente adottabili, ad esempio, nel Sahara. La luce solare scendeva giù fiacca come tè allungato. Non era in grado di abbronzare e tanto meno scottare chicchessia. Quindi nessuno indossava cappelli né indumenti protettivi di alcun genere. Molti, anzi, preferivano addirittura spogliarsi nudi, in modo che il sudore potesse evaporare il più in fretta possibile. Altri portavano invece abiti leggerissimi, per evitare che i liquidi corporei si disperdessero troppo rapidamente.

Nessuno dei due sistemi serviva a granché. E poi avevano abbastanza acqua da poter compiere l'intera traversata senza ricorrere al razionamento, quindi Cirocco lasciò che ciascuno si regolasse come preferiva. Il problema, semmai, era non rovinarsi i piedi e riuscire a prender sonno, ogni tanto.

Vennero riesumati e distribuiti in giro certi vecchi aggeggi portati da Dione. Assomigliavano a racchette da neve, ed erano fatti di robuste canne intrecciate. Ci voleva una certa pratica per camminare con quegli affari ai piedi, ma ne valeva la pena. Tutto il calore, in effetti, proveniva dal basso, risalendo attraverso la sabbia, che in certi punti era talmente bollente da poterci cuocer sopra il rancio. Calzando le racchette, il peso del corpo veniva distribuito su una superficie più ampia, e quindi non si affondava più. Anzi, di solito si riusciva persino ad evitare che le suole stesse degli stivali venissero a contatto col terreno.

Anche i titanidi avevano le loro racchette da sabbia, in versione superrinforzata. Ma le Jeep, poverine, se la passavano decisamente malaccio, e non facevano altro che elevare strazianti barriti.

Accamparsi era un vero incubo.

La gente dormiva in piedi, appoggiandosi ai carri. Molti preferivano approntare giacigli di fortuna accatastando quel che di più adatto gli capitava a tiro… tende ripiegate, indumenti, qualunque cosa si prestasse a fornire un po' d'isolamento… e poi ci si stipavano sopra esausti, risvegliandosi poi di soprassalto boccheggianti, fradici di sudore, angosciosamente attanagliati da incubi in cui sognavano di bruciare.

Meglio era, invece, dormire durante la marcia. I soldati lo facevano a rotazione, arrampicandosi in cima ai carri e racimolando qualche ora di sonno finché non li andavano a svegliare quelli del turno successivo. Ma c'era sempre chi si addormentava nel camminare, stramazzando a terra e ribalzando su con un urlo.

Si verificarono casi di sfinimento e disidratazione. L'Aviazione faceva la spola, provvedendo a trasportare i casi più gravi direttamente sul confine di Oceano. Ciò nonostante si ebbero anche dei morti, sebbene non tanti quanti Cirocco aveva temuto.

Giunti alla zona crepuscolare fra Mnemosine ed Oceano, sui bordi del tiepido lago entro cui l'Ofione riemergeva dal suo viaggio nelle viscere di Gea, Cirocco accordò una breve sosta, durante la quale gli uomini poterono finalmente riposare sdraiandosi sulla nuda terra. Quindi, forzando il passo, condusse l'esercito sulle rive del più grande mare di Gea, esteso ad occupare il sessanta per cento dell'intera regione di Oceano e chiamato anch'esso, semplicemente, Oceano.

Le sue acque erano fresche. Lungo il litorale cresceva una striscia di vegetazione. Le affrante Legioni si liberarono di quel poco che avevano ancora indosso, e s'immersero nel mare. Lanciando grida gioiose, le Jeep corsero anch'esse a diguazzar tra i flutti. I titanidi si spinsero a nuotare al largo, bizzarramente somiglianti, con quel loro torso umano a pelo d'acqua, ad altrettanti inverosimili mostri di Loch Ness.

Ancora una volta Cirocco riunì i suoi Generali, per discutere come regolarsi con gli uomini troppo indeboliti dalla traversata di Mnemosine. Cercò di tener loro celati i propri timori, e le parve di non esserci riuscita. Oceano rappresentava per lei una grande incognita. Lo aveva percorso numerose volte, e sempre sperimentando una paura profonda. Si trattava di una reazione difficile da motivare, visto che nulla di particolarmente grave le era mai accaduto in quella regione. Ma Gaby si era sempre rifiutata di parlarne, e ciò la preoccupava.

Fu dunque deciso che i militari giudicati dal corpo sanitario troppo debilitati per sobbarcarsi la traversata di Oceano avrebbero dovuto attestarsi lì, sulla sponda occidentale. Nessuno sarebbe rimasto a proteggerli. In caso di attacco, dovevano cavarsela da sé.

Cirocco fece veder loro cosa mangiare e cosa evitare, quindi, dopo aver rimandato la partenza il più a lungo possibile, s'inoltrò col suo esercito in Oceano.

QUATTORDICI

I carri viaggiavano leggeri come non mai. Le particolari attrezzature utilizzate durante la marcia nella giungla erano state abbandonate sul confine occidentale del deserto. Il materiale da deserto era a sua volta rimasto a far compagnia ai convalescenti sul limite orientale. In Oceano non c'era bisogno di portarsi dietro scorte d'acqua, e l'equipaggiamento invernale, scarrozzato per tanto tempo e tanta strada in attesa di trovare un impiego, adesso era tutt'uno con le truppe in marcia. Ammesso che le Jeep apprezzassero il diminuito fardello, non lo davano comunque a vedere.

Il cammino attraverso Oceano li condusse lungo la sponda meridionale del mare, oltre il punto in cui il grande mantello di ghiaccio incominciava a formarsi, e fin sul ciglio di uno dei tre immensi ghiacciai che si protendevano dagli altipiani meridionali. In quella zona lo strato ghiacciato era spesso più di cento metri, quindi perfettamente in grado di sopportare il peso dell'intero esercito con un ampio margine di sicurezza.

In Oceano, proprio come in Mnemosine, la Circum-Gea non si era mai spinta. Sarebbe stato folle cercar di mantenere in quelle zone ingrate un tracciato permanente. Il tragitto più agevole passava attraverso il mare solidificato. Sebbene esso non fosse perfettamente livellato — la pressione dei ghiacciai provocava infatti gigantesche fratture, sospingendo immensi lastroni a sollevarsi, incrociarsi e accavallarsi caoticamente — era purtuttavia possibile seguirvi un percorso ragionevolmente pianeggiante. Ora che gli angeli avevano usato tutta la dinamite di cui avrebbero mai avuto bisogno, i superstiti aerei di Conal, con voli regolari, di quella roba ne portavano a tonnellate, e gli esploratori se ne servivano per aprire la Strada all'esercito in modo rapido ed efficace.

Mentre procedevano nel lucore notturno di Oceano, marciando verso il loro primo accampamento, scorsero una figura ben nota ingigantire da est. Era Finefischio, il cui comportamento sconfinava ancora una volta nell'inesplicabile. Gli aerostati avevano l'abitudine di traversare Oceano mantenendosi sempre ad alta quota: eppure eccolo scendere ed avvicinarsi, come se in quel luogo lo attendesse un improrogabile appuntamento.