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— Presto, presto, prestoprestopresto! — uggiolò Spione saltellando freneticamente.

— Benissimo. Apri la bocca.

Cirocco gli diede le due gocce pattuite, e quello parve calmarsi. E, curiosamente, prendere anche un poco di colore. Al bianco-giallastro piuttosto malaticcio che aveva avuto sin dall'inizio, si andò sostituendo un colorito decisamente rubicondo.

Saltò giù dal bordo del barattolo e si mise a camminare avanti e indietro sul cruscotto. Robin, affascinata, ne seguiva ogni mossa.

Il demone continuò a passeggiare per qualche minuto. Man mano che l'alcool gli faceva effetto, incominciò a barcollare. Però era anche evidente che il suo sguardo si andava gradualmente rivolgendo, con sempre maggior insistenza, verso una ben definita zona del cielo. Balzò goffamente verso il parabrezza e vi premette contro la sua faccia ripugnante, come per vedere meglio. Alla fine ruttò, e indicò con una zampa.

— È per di lassù — disse, e stramazzò.

QUATTORDICI

— Conal, gira venti gradi a sinistra e sali a quaranta chilometri. Aumenta la velocità a due zero zero chilometri orari.

— Venti gradi a sinistra, quaranta, duecento. Roger, Capitano.

Eseguì immediatamente la virata, aumentò la spinta, e controllò attentamente che l'aereo facesse il resto secondo quanto previsto.

Come un orologio, pensò con soddisfazione. Fuori, le ali stavano rientrando dalla posizione a tre quarti di apertura, accentuando nel contempo leggermente l'inclinazione a freccia.

— Perché pensi che abbia deciso così? — chiese Nova.

— Non lo so — rispose Conal. In realtà una certa idea ce l'aveva, ma sarebbe stata troppo complicata da spiegare, e poi gli era stato ordinato di non parlare mai a nessuno di Spione, senza specifica autorizzazione di Cirocco.

— Non riesco proprio a capirla — ammise Nova.

— Ti assicuro che non sei la prima.

— Conal, avete indossato le tute antiproiettile?

— No, Cirocco. Dobbiamo?

— Penso di sì. Noi le abbiamo messe. Non c'è nessun motivo particolare, tranne il solito.

— A che serve portarle se poi non le usiamo, vero, Capitano?

— Esatto.

— Le mettiamo subito. — Si rivolse a Nova. — Ce la fai a pigliarle? Sono quei fagotti azzurri.

Nova armeggiò con uno degli indumenti ripiegati finché non riuscì ad aprirlo. Era una tuta bluchiaro, leggera, lievemente rigida, senza maniche né gambali. I filamenti di carbonio intessuti attraverso il robusto tessuto sintetico avrebbero arrestato qualunque proiettile di piccolo calibro, garantendo una certa protezione anche contro armi più pesanti e schegge di bomba.

— E se uno viene colpito alla testa? — chiese Nova.

— In caso di necessità indosseremo anche gli elmetti, i gambali e le maniche. Ti serve aiuto?

— Posso farcela da me. — Si alzò dal sedile, e si tirò giù i pantaloni fino alle caviglie. L'aereo diede uno scarto improvviso verso destra, e Nova rivolse all'esterno uno sguardo preoccupato. — Che succede? C'è qualcosa che non va?

— No no, niente — rispose Conal tossicchiando nervosamente. — Ehm, pensavo che l'avresti messa sopra i pantaloni.

— Ha importanza? — replicò lei, e si sfilò la maglietta. Stavolta l'aereo sbandò soltanto un poco.

— No, nessuna importanza — rispose Conal, e allungò una mano verso l'alto a srotolar giù dalla sua piccola nicchia la tendina divisoria.

La sentì, dall'altra parte, esalare un lungo sospiro di sopportazione, poi Nova diede uno strattone all'estremità inferiore della tendina e la fece riarrotolare. Gettandole uno sguardo vide che la ragazza si teneva gl'indumenti davanti al corpo. Gli occhi le fiammeggiavano di esasperazione.

— Posso parlarti un minuto? Va bene così? Sono decente?

Conal inghiottì. — È che… Nova, così non basta.

Lei si passò una mano fra i capelli, poi se li tirò con un gesto in cui si mescolavano fastidio e delusione.

— D'accordo, mia madre me l'aveva detto, ma proprio non mi ci raccapezzo, e allora forse me lo potrai spiegare tu. Non è che ti fa senso guardarmi, vero?

— No, per niente.

— È questo che non riesco a capire. Così mi fai sentire brutta.

— Mi dispiace, — Gesù, da dove incominciare, come fare a spiegarglielo? Non era nemmeno sicuro di riuscire a spiegarselo per sé, figuriamoci a lei. — Maledizione, il fatto è che sono scombussolato perché ti desidero e non ti posso avere. Vederti mi manda su di giri, va bene?

— Va bene, va bene! Grande Madre, non capisco perché ti preoccupi tanto di andare su di giri, ma cercherò di collaborare. Coprirò i punti che Robin mi aveva detto di coprire. Però credevo di averlo già fatto. E allora dimmelo tu, signor uomo maschio, cos'è che devo coprire?

— Per quel che me ne frega puoi anche buttarli tutti quanti fuori del fottuto finestrino, i tuoi vestiti — disse Conal a denti stretti. — Sono cavoli tuoi, non miei.

— Oh, no, non vorrei scombussolarti. Non vorrei farti perdere il tuo precario autocontrollo. Che la Madre me ne scampi. - Risbatté giù la tendina, ma pochi secondi dopo la rialzò di quel tanto che le bastava per sbirciarci sotto.

— Un'altra cosa. Non ho avuto tempo di far pipì, prima del decollo. Mi tocca aspettare finché non atterriamo?

Conal aprì uno scomparto sul cruscotto e le porse una vaschetta di forma curiosa, poi estrasse dal suo alloggiamento il tubo a depressione.

— Devi agganciare il tubo a quest'affare, poi… lo appoggi a…

— Ci arrivo anche da me, sai! E immagino che pure per questo bisognerà isolarsi.

— Se non ti dispiace.

La sua risposta fu più un ringhio che una parola, poi riabbassò un'altra volta la tendina. Conal tirò avanti a pilotare, tutto agitato, cercando d'ignorare i rumori che provenivano dall'altra parte.

Sette anni prima, per una cosa del genere sarebbe potuto tranquillamente diventar matto. Per non parlare di quello che avrebbe potuto combinare, col caratteraccio che si ritrovava a quei tempi!… Da allora aveva imparato un mucchio di cose. Il carattere era rimasto sempre quello, ma veniva tenuto strettamente e permanentemente sotto controllo.

Per calmarsi adottò le procedure che aveva duramente imparato a sue spese, e quand'ebbe finito si sentì uno sciocco, come sempre accadeva, per essersi fatto così trasportare dall'ira. La ragazza agiva secondo la propria logica, e dal suo punto di vista lui si stava comportando proprio come un deficiente.

Diavolo, pensò, anche dal mio punto di vista. E rimpianse di essersi lasciato andare a quello scontro verbale. La ragazza aveva ragione. La sua nudità non voleva certo essere una provocazione nei confronti di Conal.

Magari fosse riuscito a dire le cose con la stessa chiarezza con cui gli veniva di pensarle! Ma sapeva, per amara esperienza, che quasi mai le parole prendono la forma giusta.

Quando Nova sollevò la tendina, Conal vide che s'era reinfilata i pantaloni sopra la tuta antiproiettile. La maglietta l'aveva ripiegata e cacciata fra la schiena e il sedile. Sedeva a spalle ben diritte, e guardava rigidamente avanti.

Conal stette molto attento a non ridere, benché ne avesse voglia. Si sentiva decisamente meglio. Adesso era lei che faceva la figura della stupida. Non sapeva come liberarsi della rabbia che la rodeva, e ciò dava a Conal una sensazione di superiorità. Una deliziosa sensazione. Nova era ancora così giovane.