Si mise a sedere sul bordo del letto. Cos'è che desideri, Cirocco? Niente stelle cadenti, ma perché non lo esprimi lo stesso, il tuo desiderio, ora che nessuno ti guarda?
Ecco, sarebbe bello poter avere qualcuno col quale condividere la vita…
Si sentì un'ingrata non appena formulato quel pensiero. Aveva i suoi amici, i migliori del mondo. Era sempre stata fortunata, con le amicizie. Non era sola, dunque, a portare quel fardello.
Esisteva però un particolare genere di compagnia che a lei era mancato. Molte volte aveva pensato che fosse arrivata finalmente l'occasione giusta, si era illusa di avere incontrato l'uomo adatto… Ma cos'è questa cosa che chiamano amore? Forse lei non lo sapeva ancora. Era vissuta abbastanza a lungo da essere rimasta a corto di dita per contare tutti i suoi quasi-amori. Il primo, quando aveva quattordici anni. E poi quel ragazzo all'università… come si chiamava?
Riflettendoci si domandò se non fosse stata quella, la sua ultima vera occasione. In séguito, nel ruolo di Capitano, nella posizione di candidata al comando, non c'era più stato spazio per l'amore. Una quantità di amanti, sì, nel senso fisico del termine, ma innamorarsi sul serio avrebbe ostacolato la sua carriera. Poi, una volta assunto il ruolo di Maga… c'era sempre stato qualcosa che aveva continuato a mettersi di mezzo.
Era stata persino disposta a fare uno strappo alla regola. Visto che l'uomo ideale non si faceva vivo, perché non ripiegare su una donna ideale? Pensare che c'era andata così vicino, con Gaby… Sì, con lei avrebbe potuto funzionare. E poi quei cari titanidi. Aveva generato due figli, con loro. Uno alla maniera titanide, con il concorso di una retromadre. E uno alla maniera umana, portandolo nel suo stesso seno. Da tanto tempo non pensava più a lui. Era tornato sulla Terra, e non le aveva mai scritto. Adesso era morto.
Benissimo, Cirocco, basta così con questo desiderio. La faccenda dei tre desideri non funziona, con le stelle — a parte il fatto che di stelle in vista qui in giro non ce n'è — ma per te vogliamo fare un'eccezione, e concedertene due al prezzo di uno.
Si rendeva ben conto che anche il solo fatto di avere un amante l'avrebbe aiutata un poco.
Niente di più facile, tra l'altro.
Si asciugò una lacrima che le scendeva lungo la guancia. C'erano cinque titanidi, là fuori. Ciascuno di loro sarebbe stato volentieri suo amante… persino nel modo frontale, che loro non prendevano certo alla leggera. Ma erano decine d'anni che non faceva più l'amore con un titanide. Non le pareva giusto. Tutto quel che avrebbe dovuto fare sarebbe stato andare giù da loro e rivolgere una semplice domanda. Potevano dirle di no?
Conal…
Scivolò ginocchioni sul pavimento, e lì rimase. Il suo volto era tutto rigato di lacrime, adesso.
Conal era, e sempre era stato, a sua completa disposizione. Anche con lui, sarebbe bastato chiedere. Ma lei non avrebbe mai, mai potuto portarselo a letto. Le era sufficiente pensare a quello che gli aveva fatto, per sentire la nausea salirle in gola. Nessun uomo era mai stato privato della propria dignità com'era capitato a lui. Diventarne l'amante dopo un fatto del genere costituiva una stravaganza talmente grossolana e innaturale che neppure poteva immaginarla.
Robin… una creatura così dolce che Cirocco stentava a crederci. Che razza di coriacea, irascibile, indisponente, velenosa cagna era stata vent'anni prima! Qualunque persona sana di mente avrebbe detto che sarebbe stato meglio affogarla appena nata. E probabilmente proprio per questo a Cirocco era piaciuta tanto. Ma con Robin non era mai scoccata quella particolare scintilla d'attrazione, nulla comunque da paragonarsi al sentimento che l'aveva unita a Gaby. Meglio così, d'altronde. Robin avrebbe già avuto abbastanza problemi con Conal, senza che ci si mettesse anche quella vecchiaccia di una Maga a romperle le scatole.
Pose le mani sulle fresche, lucide, levigate assi del pavimento, poi si chinò sino a poggiarvi una guancia. Si accorse di avere gli occhi offuscati. Tirò su col naso e se lo stropicciò, si asciugò il pianto, spinse uno sguardo assente lungo il pavimento sino al filo di luce che trapelava sotto la porta. Non si vedeva un granello di polvere. Avvertiva il penetrante profumo di limone della cera da legno. Si rilassò, ma poi le spalle incominciarono a tremarle.
Nova…
Oh, dìo, no, non voleva essere l'amante di Nova. Voleva essere Nova. Avere diciottenni, ed essere giovane, e ignara, e incontaminata, e innocente, e innamorata. Innamorata di una vecchia strega stanca. Le avrebbe dato sofferenza, quell'amore destinato a finir male. Ma che… dolce sofferenza doveva nascere dall'esser giovani e avere il cuore infranto per la prima volta.
Singhiozzava forte, adesso, senza poi far troppo chiasso, ma incapace di dominarsi.
E pensò a Nova che lucida e levigata come una foca fendeva l'acquazzurra, rivide l'alta figura inelegantemente appesa alle funi del suo paracadute oscillare in folle crescendo e poi librarsi come un angelo senz'ali, ricordò l'affamata ragazza occhilucenti risalvento fare onore al banchetto titanide, immaginò la fanciulla che sola sola nella sua stanza mescolava la pozione destinata a portarle l'amore.
Si abbandonò completamente all'émpito delle sue lacrime. Giacque prona sul pavimento fresco e pianse per ciò ch'era stato, per ciò che era, per ciò che sarebbe venuto.
Un angolino della sua mente continuava a mormorarle che faceva meglio a sfogarsi ora.
Non ce ne sarebbero state molte, dopo, di occasioni.
Conal aveva l'impressione di essere rimasto a chiacchierare con Robin per ore intere.
La conversazione si era spostata dal progetto di Cirocco — che a Conal sembrava ancora un pochino irreale — ad altri argomenti. Parlare con Robin gli risultava facile, ultimamente.
Gli parve che lei cominciasse a mostrarsi insonnolita, e si rese conto di esserlo lui pure. Nova continuava a dormire raggomitolata nella sua seggiolona. Ma tutti i titanidi avevano sgombrato il campo senza che lui s'avvedesse di nulla. D'accordo, i titanidi riuscivano certo a muoversi in silenzio, ma questo era assurdo. Erano stati in cinque, attorno a quel tavolo, e non li aveva visti andare via?
Notò che Robin gli stava sorridendo.
— Ma dov'eravamo con la testa? — gli disse, e sbadigliò. Poi si sporse a dargli un bacio sulla guancia. — Sono pronta per il letto.
— Anch'io. Ciao a dopo.
Quando Robin se ne fu andata, rimase un poco lì a sedere in mezzo ai miseri resti del gran banchetto. Quindi si alzò anche lui e si diresse verso le scale.
Nel centro della stanza accanto c'era Virginale, immobile come una statua. Teneva le orecchie tese avanti e verso l'alto, e fissava con tremenda intensità un certo punto del soffitto. Conal stava per dire qualcosa, ma accortasi della sua presenza Virginale gli sorrise brevemente e uscì. Conal si strinse nelle spalle e salì al secondo piano.
Lì trovò Valiha e Cornamusa, altrettanto immobili, anche loro a orecchie ritte. E avevano un'aria sofferente.
Non si accorsero di lui finché non fu giunto loro accanto, poi gli diedero un'occhiata di sfuggita, e senza neppure salutarlo presero a muoversi lentamente verso le scale che lui aveva appena salito.
Ma che diavolo stavano combinando?
Lasciò perdere con una scrollata di spalle, ed entrò nella sua stanza. Poi ci ripensò, riaprì la porta e sporse fuori la testa. Rieccoli là tutti e due in posizione di ascolto. E per le scale c'era Rocky, e anche lui tendeva le orecchie guardando in alto.
Conal osservò attentamente il soffitto cui i titanidi parevano tanto interessati, ma non vide un bel niente.
Stavano forse ascoltando qualcosa su al terzo piano? Ma c'erano solo stanze vuote. E comunque non si sentiva nulla.
Poi, sommessamente, Rocky incominciò a cantare. Dopo un po' Cornamusa e Valiha si unirono a lui, quindi fu la volta di Serpentone e Virginale, comparsi in punta di piedi. Era una polifonia vocale melodiosamente sussurrata, e per Conal non aveva più senso d'ogni altro loro canto.