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Sbadigliò, e richiuse la porta.

NOVE

Per cinque miriariv, mentre Pandemonio continuava i suoi interminabili vagabondaggi, in Iperione era proseguita senza soste l'edificazione dell'area permanente.

Imprenditori di primo piano erano stati i Fabbri Ferrai. Avevano predisposto l'intera zona, situata attorno al cavo verticale centromeridionale. Avevano costruito una strada fino alle grandi foreste che ammantavano le regioni sudoccidentali di Rea. Avevano scavalcato con arditi ponti il placido fiume Euterpe e il rapinoso Tersicore. Duecento chilometri quadrati di boscose colline s'erano visti completamente denudati, ed il legname era stato trasportato su autocarri a Pandemonio per esservi ripulito, segato, fresato, tagliato, accatastato, incastrato, inchiodato, scartavetrato e sagomato da cinquemila corporazioni di falegnami. Era stata impiantata una linea ferroviaria che moveva dalle miniere, fonderie e fucine di Febe attraverso miglia e miglia di terreno accidentato, valicando i monti Asteria e superando con un immenso ponte il letto stesso del possente Ofione nella zona crepuscolare ad occidente di Rea, e interminabili treni merci trasportavano la metallica ossatura di Pandemonio percorrendo gli estranei nastri d'acciaio. A ovest era stato sbarrato il fiume Calliope. Il lago creato dalla diga aveva adesso una lunghezza di venti miglia, e le sue acque tonavano attraverso turbine e generatori da cui l'energia elettrica veniva incanalata lungo cavi sospesi a tralicci risolutamente progredienti attraverso quello ch'era stato terreno di pascolo delle mandrie titanidi.

Nel corso dell'ultimo miriariv, quando l'opera di allestimento era giunta alla fase culminante, Gea aveva dirottato da Bellinzona un numero crescente di profughi umani per usarli come manodopera a Pandemonio. In certi momenti la forza lavoro aveva raggiunto le settantamila unità. Era un'occupazione gravosa, ma il vitto risultava adeguato. I lavoratori che reclamavano o morivano finivano trasformati in zombi, quindi le agitazioni operaie non costituivano assolutamente un problema.

Sarebbe divenuto il capolavoro di Gea.

Al momento della cattura di Adam, l'approntamento dell'area permanente era quasi terminato. Quando Gea vide l'ampiezza dei danni subiti dalle strutture del suo spettacolo itinerante, ordinò l'ultimo spostamento, sebbene rimanessero da compiere lavori per circa un chiloriv.

Il cavo centromeridionale aveva un diametro di cinque chilometri e un'altezza di cento chilometri, nel punto in cui attraversava la volta di Iperione e svaniva nella luce. Cinquecento chilometri oltre quel punto, il cavo raggiungeva il mozzo di Gea, dove insieme a molti altri andava a formare un colossale intreccio costituente l'ancoraggio su cui la struttura toroidale periferica faceva perno nella sua perenne rotazione. Il sistema di cavi era inoltre collegato all'intelaiatura di Gea, nelle profondità del bordo esterno, ed esplicava una funzione di controbilanciamento nei confronti della forza centrifuga che, altrimenti, avrebbe mandato in pezzi l'intera ruota. Quei cavi svolgevano il loro compito ormai da tre milioni di anni, e incominciavano a mostrare qualche segno di stanchezza.

Ogni cavo era composto di centoquarantaquattro trèfoli intrecciati, ciascuno dei quali aveva un diametro di circa duecento metri. Nel corso degli eoni i trèfoli si erano allungati e deformati, secondo un fenomeno definito — ma non da Gea, che ne aveva un concetto rudimentale — cedimento millenario. Di conseguenza, la base dei cavi verticali non era più una compatta colonna di cinque chilometri di diametro, bensì uno slanciato cono di trèfoli disuniti dell'estensione di circa sette chilometri. Fra i trèfoli si aprivano dunque ampi varchi, e risultava possibile procedere direttamente attraverso il cavo inoltrandosi in quella foresta di funi gigantesche, nel folto della quale pareva di trovarsi all'interno di una tenebrosa città composta di torreggianti grattacieli cilindrici senza finestre e senza sommità.

A parte il generalizzato cedimento, diversi trèfoli si erano spezzati. Esistevano su Gea centootto cavi, per un totale di 15.552 trèfoli. Di questi se ne potevano vedere troncati duecento, facenti parte dello strato esterno. Non c'era cavo, su Gea, che non presentasse almeno una lesione di quel genere, con la parte superiore del trèfolo arricciata a discostarsi dal corpo centrale come l'estremità d'una scheggia di legno spiccata dal tronco di un albero, e la parte inferiore abbandonata sul terreno, distesa per tratti che potevano essere di un chilometro come di settanta, a seconda dell'altezza alla quale s'era verificata la lacerazione.

Unica eccezione, il cavo centromeridionale d'Iperione. Mentre altri cavi avevano due, tre, o persino cinque strappi, quello che sorgeva dal centro di Nuovo Pandemonio era intatto, e levigatamente s'innalzava in prospettiva mozzafiato.

Gea picchiettò con mano distratta sul trèfolo accanto al quale aveva sostato, diede un'ultima occhiata verso l'alto, e discese nel cuore del suo regno. Solo lei sapeva dei trèfoli spezzati all'interno dei cavi, quelli che mai vedevano la luce. Erano quattrocento. Seicento componenti in avaria su un totale di oltre quindicimila, equivalevano a una quota di circa il quattro per cento. Non male, in un arco di tre milioni d'anni, pensò Gea. Poteva tollerare, correndo qualche rischio, fino ad un venti per cento. A quel punto avrebbe necessariamente dovuto incominciare a rallentare la velocità di rotazione. Ma naturalmente esistevano altri pericoli. Il cavo più debole era quello centrale di Oceano. Se in esso avessero ceduto diversi altri trèfoli, l'intero cavo si sarebbe potuto schiantare a causa dell'insostenibile aumento di tensione. Oceano sarebbe sprofondato; riversandosi nella depressione da entrambi i lati senza poterne più defluire, il fiume Ofione avrebbe formato un mare profondo; dal conseguente squilibrio sarebbe nata un'oscillazione che a sua volta avrebbe indebolito altri trèfoli…

Ma Gea non aveva alcuna voglia di starsi a preoccupare. Da molte migliaia di anni il suo motto era: Domani Si Vedrà.

Ella raggiunse dunque le aree di Nuovo Pandemonio ancora in costruzione, dove rimase un poco ad osservare falegnami e Fabbri Ferrai al lavoro su un teatro di posa più grande di qualunque altro mai costruito sulla Terra. Quindi volse un ampio sguardo d'insieme sullo Studio.

Nuovo Pandemonio si estendeva lungo un anello di due chilometri che cingeva l'area di sette chilometri occupata dalla base del cavo. Ne risultava una superficie di circa venticinque chilometri quadrati, corrispondenti a quasi dieci miglia quadrate.

A circondare completamente il terreno sul quale sorgeva lo Studio, era stato posto un muro di trenta chilometri di circonferenza, alto trenta metri. Sulla carta, per lo meno. Gran parte del muro appariva completo, ma alcune sezioni giungevano appena a due o tre metri. Esso era fatto di pietra basaltica estratta dagli altipiani meridionali, distanti quaranta chilometri, e trasportata a Pandemonio tramite un secondo tracciato ferroviario di fattura fabbroferraia. Ricordava, a grandi linee, l'impianto strutturale della Grande Muraglia cinese, pur risultando più alto e più largo. Lungo il bordo interno, inoltre, era arricchito da una linea a monorotaia.

All'esterno del muro si stendeva un fossato pullulante di squali.

Il corpo murario era interrotto ad intervalli regolari da dodici ingressi, che lo facevano assomigliare al quadrante di un orologio. Si trattava di portali ad arco alti venti metri — quanto bastava per consentire l'accesso a Gea senza costringerla a chinare la testa — collegati tramite ponti levatoi a solide strade sopraelevate. Ai lati di ogni ingresso, subito all'interno del muro, sorgevano due templi, uno di fronte all'altro, presidiati ciascuno da un Prete e dai suoi accoliti. Gea aveva studiato con grande cura l'ubicazione di quei templi, nella convinzione che un certo grado di ostilità fra i suoi discepoli favorisse sia l'instaurarsi di una migliore disciplina, sia il verificarsi d'interessanti ed impreviste circostanze. Cruente, per lo più.