— Credo proprio di non averne avuto il tempo — rispose Robin.
— Oh, brava, così va molto meglio. Però dovresti trovarlo, sai, un momentino. È tanto, che Chris chiede di te…
Robin fu costretta a mordersi il labbro inferiore. Non aveva nulla da replicare, a una simile provocazione. Quel gioco stupido era durato anche troppo a lungo.
— Dimmi un po' — riprese Gea dopo una ponderata pausa. — Hai mai sentito parlare delle Convenzioni di Ginevra sull'uso delle armi?
— Vagamente — rispose Robin.
— E non lo sapevi che l'uso dei gas venefici è considerato immorale? Vedi, te lo chiedo perché son sicura che Cirocco deve avervi riempito la testa con un sacco di scemenze sui buoni e sui cattivi. Come se certe categorie esistessero davvero. Ma anche se fosse, allora rispondimi a questa domanda. Ti pare giusto che i buoni non debbano rispettare le norme di guerra internazionali?
Robin aggrottò per un attimo la fronte, poi scrollò il capo, chiedendosi se in effetti non potesse essere pericoloso rimanere ad ascoltare Gea. Forse quella era capace di gettar loro addosso un maleficio anche per radio, inducendoli a qualche follia…
Ma Cirocco non aveva mai accennato a niente del genere.
— Sei una vecchia gallina rimbecillita, Gea — le disse.
— Peste e corna…
— …non farebbero il minimo effetto a quella tua brutta pellaccia. Ma le parole ti arrivano dritte fin dentro le budella, vero? Cirocco me l'aveva detto. E quanto all'uso dei gas, hai controllato la tua popolazione umana? Gliel'hai data un'occhiata agli elefanti e ai cammelli e ai cavalli?
— Mi pare che stiano tutti bene — ammise Gea in tono dubbioso.
— Esatto. Non prenderla come un'offesa personale, Gea, vecchia cagna. Si dà il caso che abbiamo trovato il modo di sterminare una calamità pubblica che una volta chiamavamo necròfidi. E allora ce ne andiamo in giro a rendere un servizio alla collettività. E Pandemonio, guarda un po', figurava pure lui nel programma d'irrorazione. Voglio augurarmi che la cosa non ti sia stata di troppo incomodo…
— No, non troppo, ma… come sarebbe a dire una volta? Perché, adesso come li chiamate?
Aha! Dritta dentro ci sei cascata, brutta schifosa!
— Adesso li chiamiamo i vermi solitari di Gea. Spero che tu abbia un gabinetto abbastanza grande.
Robin udì la risata di Nova. E parve che quest'ultima battuta avesse definitivamente mandato Gea fuori dei gangheri. Dapprima giunse loro un urlo incoerente, penetrante, tanto che Robin dovette abbassare il volume, e pareva che non dovesse finire mai, finché non andò a trasformarsi in un diluvio d'imprecazioni oscene, orribili minacce, invettive pressoché incoerenti. Durante un'incerta tregua intervenne Nova…
— Ragazzi, ma quella è un fenomeno! Che ne dite, magari a cose fatte potremmo metterla a esibirsi in qualche luna park, eh?
— Macché — disse Conal. — Non pagherebbe nessuno per andarla a vedere. Lo sanno già tutti com'è fatta la merda.
Breve pausa di silenzio.
— Giovanotto — si udì poi la gelida voce di Gea — un giorno ti farò pentire d'esser nato. Nova, è stata un'osservazione scortese, a dir poco, ma credo di poter comprendere. Dev'essere dura, per te. Dimmi, che effetto ti fa sapere che quell'orribile individuo si fotte tua madre?
Il labile intervallo di quiete che subentrò stavolta aveva un sapore affatto differente. Robin sentì che lo stomaco le si raggricciava.
— Madre, che cosa…
— Nova, osserva il silenzio radio. E ricorda quel che ti ho detto circa la propaganda. Gea, la conversazione è finita.
Non le sembrò, tuttavia, d'avere avuto l'ultima parola. Propaganda era un gran bel termine con cui riempirsi la bocca, ma ciò non significava che le sarebbe riuscito di continuare a mentire a Nova.
Gea posò il suo ricetrans e rimase a osservare i tre aerei che svanivano a occidente, mentre un senso di amarezza profonda la pervadeva.
Sebbene le componenti logica ed emotiva del suo cervello non funzionassero più a dovere come un tempo — circostanza a lei ben nota, e della quale aveva smesso da un pezzo di preoccuparsi — le sue facoltà di non mediata elaborazione numerica s'erano mantenute integre. Sapeva quanti zombi fossero andati perduti. Circa il quaranta per cento della manodopera impiegata a Pandemonio era consistita in nonmorti… ora doppiamente morti. Il che era già un pasticcio, senza poi considerare che dal punto di vista del rendimento sul lavoro uno zombi valeva quanto cinque umani vivi, forse anche sei. Gli zombi erano più forti, e non avevano bisogno di dormire e nemmeno di fermarsi ogni tanto a riposare. Potevano nutrirsi di sozzure che un maiale si sarebbe strozzato solo a guardarle. Benché non fossero in grado di manovrare aggeggi complessi tipo un registratore a nastro, se la cavavano però egregiamente come idraulici, elettricisti, macchinisti, falegnami… insomma, in tutta quella gamma di attività specializzate che risultano essenziali alla realizzazione di un film. Con un minimo di attenzione li si poteva far durare sei o sette chiloriv. Erano convenienti anche in punto di morte: quando uno zombi sentiva avvicinarsi la fine, l'ultimo suo atto consisteva nello scavarsi una fossa e distendercisi dentro.
Problemi, quanti problemi…
Le corporazioni di falegnami, così efficacemente utilizzate nell'àmbito del festival itinerante, s'erano dimostrate non abbastanza versatili per le necessità di Nuovo Pandemonio. Alcuni degli edifici che avevano innalzato cadevano già a pezzi. Avrebbe potuto cercare di sviluppare una nuova varietà di provetti falegnami… ma doveva riconoscere, seppure a malincuore, che le sue capacità di manipolazione genetica stavano rapidamente degenerando. Le rimaneva sempre da sperare che al prossimo parto, invece di altri cammelli e draghi, avrebbe dato alla luce qualcosa di più utile e in grado di riprodursi, ma sapeva bene di non poterci contare.
Ecco che cosa capitava, a essere mortali. Perché lei pure lo era. E non solo nel senso che di lì a centomila anni l'immensa ruota conosciuta come Gea avrebbe perduto le sue ultime risorse rigenerative e sarebbe morta; soggetto alle intrinseche fragilità della carne era anche il gigantesco clone Monroe in cui lei aveva scelto di concentrare tanta parte delle sue energie vitali.
Sospirò, poi si rianimò un pochino. Il buon cinema nasce dalle avversità, non certo da un'ininterrotta serie di successi. Bisognava che parlasse col reparto sceneggiature, dando ordine d'inserire questo nuovo smacco nel grandioso affresco epico della sua esistenza, vent'anni di lavorazione. Le ultime bobine avrebbero dovuto aspettare un bel pezzo, prima d'essere girate.
Nel frattempo, bisognava trovare una soluzione.
Ripensò ancora una volta ai titanidi. Iperione ne era pieno.
— Titanidi! — urlò Gea, facendo trasalire tutto Pandemonio nel raggio di mezzo chilometro.
Fra le sue tante creazioni, i titanidi si erano rivelati certo la più riottosa. Le erano sembrati una buona idea, a suo tempo. E rimanevano tuttora assai gradevoli a vedersi. Li aveva realizzati nei primi anni del '900 come una sorta di prototipo umano, ma poi s'era accorta di averli costruiti meglio del previsto. E continuavano a superare i parametri progettuali.
Quando, nei primi tempi della preparazione del luogo su cui sarebbe sorto lo Studio, la manodopera aveva incominciato a rappresentare un problema, Gea era naturalmente giunta alla determinazione di mettere all'opera anche i titanidi. Ad assumerli aveva inviato i Fabbri Ferrai, che però erano sempre tornati a mani vuote. Davvero sorprendente. Ma non lo sapevano che lei era Dio?
Quegl'indisciplinati quadrupedi erano difficili da catturare vivi, ma Gea era riuscita ugualmente ad acchiapparne qualcuno.
Che però non aveva svolto neanche un briciolo di lavoro. Non collaboravano nemmeno a torturarli. Tutti quelli che erano in grado di farlo, si suicidavano. E dire che, a sua conoscenza, mai si era verificato un suicidio titanide prima della costruzione dello Studio. Amavano troppo la vita.