Gea aveva interrogato in merito uno dei prigionieri.
— Meglio morti che schiavi — aveva spiegato quello.
Un gran bel sentimento, opinava Gea, ma non era stata certo lei ad instillarglielo. Maledizione, gli umani si adattavano alla schiavitù come bere un bicchier d'acqua. Perché mai i titanidi no?
Va bene, d'accordo. Se Gea aveva un pregio, era la duttilità. Visto che quelli non volevano sgobbare da vivi, allora li avrebbe fatti sgobbare da morti. Uno zombi titanide sarebbe stato capace di svolgere il lavoro di cento umani.
Ma le cose non erano andate così lisce. I cadaveri titanidi trasformati in zombi risultavano più deboli degli originali, mancavano di coordinazione e tendevano ad incurvarsi al centro come cavalli dal dorso insellato. Un'indagine tecnico-fisiologica le aveva mostrato che era tutta colpa della struttura scheletrica. Dal punto di vista tassonomico, i titanidi non erano vertebrati. Possedevano infatti una spina dorsale cartilaginea, dotata di flessibilità e robustezza assai superiori a quelle dell'alquanto precario impianto osseo formante la colonna vertebrale degli umani e degli angeli. Il problema sorgeva dal fatto che nei cadaveri la cartilagine si decomponeva, e i necrofidi se ne cibavano. Di conseguenza, i titanidi gliela facevano in barba anche da morti.
Gea avrebbe pensato che quello era proprio un fetente di mondo, se non si fosse ricordata che era stata lei a crearlo.
Qual miglior momento avrebbe potuto scegliere il messaggero proveniente dall'Ingresso MGM per presentarlesi dinnanzi, porgerle il taccuino e inginocchiarsi tremebondo ai suoi piedi, consapevole di come la dea solitamente reagisse alle cattive notizie?
Gea, una volta tanto, ebbe invece una reazione misurata. Prese il taccuino, occhieggiò il nome, sospirò, e con indifferenza lo scagliò via di piatto mandandolo a rimbalzare sui tetti di tre teatri di posa.
Quanto a riferimenti filmici, Cirocco Jones l'aveva surclassata. Per ben due volte in un sol giorno le aveva rivolto contro i suoi stessi miti prediletti.
— Minacciata dal Mago di Oz e beffata da Obi-wan… — mormorò.
Decisamente le ci voleva una pausa. Magari un nuovo festival, perché no? Vediamo… Film sul cinema! Pareva proprio un'ottima idea. Si guardò attorno in cerca del suo archivista, e lo vide timorosamente rimpiattato dietro l'angolo di un edificio. Gli fece segno di avvicinarsi.
— Sto andando in Sala Proiezione Uno — gli disse. — Portami Effetto Notte di Truffaut, tanto per cominciare.
L'archivista scribacchiò sulla sua agenda.
— Party Selvaggio - borbottò Gea. — Scegli un paio di pellicole di Hitchcock. Due qualsiasi andranno bene. Il Viale del Tramonto. E poi… qual è quel film sul crollo del sistema hollywoodiano?
— Luci, Motore, Astione! — rispose pronto l'archivista.
— Esatto. Voglio tutto pronto fra dieci minuti.
Gea arrancò lungo l'aurea via, depressa come non lo era da secoli. Jones aveva fatto un buon lavoro, oggi.
Con parte della sua mente continuò a dedicarsi al problema della forza-lavoro. Bisognava che si approvvigionasse di altri profughi a Bellinzona. Il grosso guaio era che d'ora in avanti avrebbe dovuto praticamente coccolarla, la sua manodopera umana, perché quando gli moriva non avrebbe fatto altro che restarsene morta. Un brutt'affare davvero.
Si chiese anche come far cessare il ristagno demografico che affliggeva la città. I voli benedetti per la Terra continuavano, ma le astronavi avevano incominciato a tornare indietro con un sacco di posti vuoti.
Desiderò quasi di non averla mai iniziata, quella guerra.
UNDICI
Le origini della città di Bellinzona giacevano, come tanti altri aspetti della grande ruota, avvolte nel mistero.
I primi esploratori umani penetrati in Dione avevano rilevato la presenza di una estesa città di legno, completamente deserta. Essa riposava su robuste palificazioni affondate in profondità nelle rocce esistenti sotto la superficie del lago, e possedeva strade di recente costruzione estese fino alle colline rocciose che s'innalzavano ad attorniare la Baia della Menta Piperita. Verso sud, dopo un tratto di territorio relativamente pianeggiante, si saliva a un valico che dava accesso a una fitta foresta, dilagante a racchiudere l'intera zona. Vivevano, in quell'intrico vegetale, bestie selvagge e aggressive, ma sempre meno temibili delle sabbie mobili, delle febbri perniciose, delle piante velenose e carnivore. Non dava affatto l'idea d'essere un luogo in cui a qualcuno sarebbe piaciuto vivere.
Cirocco Jones aveva visitato quei luoghi molto prima degli "esploratori", ma non s'era minimamente presa il disturbo di rivelare a chicchessia l'esistenza della città fantasma, apparsa chissà come in un momento imprecisato del suo cinquantesimo anno da Maga. Anche lei ne era rimasta alquanto perplessa, essendo quello sfoggio urbanistico affatto privo di apparente utilità.
Appariva ideato in scala umana, a ogni modo. V'erano edifici d'imponenti dimensioni e fabbricati più piccoli. I vani delle porte non lesinavano in altezza, ma di solito i titanidi dovevano chinare il capo per poterli varcare.
Dopo lo scoppio della Guerra, all'inizio dell'ininterrotto flusso di profughi, Cirocco aveva per breve tempo nutrito in cuor suo l'illusione che Gea, nella consapevolezza che prima o poi un conflitto di proporzioni planetarie avrebbe finito per devastare completamente la Terra, si fosse voluta semplicemente fare promotrice dell'edificazione di un asilo sicuro. Ma l'influenza di Gea su Dione era minima, ed i suoi impulsi umanitari praticamente inesistenti. Qualcun altro aveva costruito il nucleo di Bellinzona, e con risultati di tutto rispetto. Il contributo di Gea era unicamente consistito, poi, nel procacciare la popolazione.
Cirocco sospettava che fossero stati i folletti, però non ne aveva alcuna prova. Non esisteva uno stile architettonico indubitabilmente attribuibile ai folletti. Tali creature avevano infatti innalzato strutture diversissime tra loro, che andavano dal Castello di Vetro alle Montagne dei Faraoni. Cirocco aveva spesso desiderato di potersi mettere in contatto con loro per rivolgergli alcune domande, ma neppure i titanidi avevano mai veduto un folletto.
Gli umani avevano ampliato il nucleo originario in una disordinata congerie di approssimative e precarie costruzioni. Le nuove banchine andavano in genere a basarsi su pontoni, e poi c'erano ovviamente le stipate flottiglie d'imbarcazioni. Comunque, nonostante imperassero ovunque incapacità ed incuria, alcuni dei più grandi edifici di Bellinzona potevano vantare un aspetto davvero imponente.
Per combattere Gea, Cirocco aveva bisogno di raccogliere un esercito. Bellinzona era l'unico luogo in grado di fornirle tanta gente, ma una disordinata turba di sbandati non avrebbe per nulla fatto al caso suo. Le serviva disciplina, e per ottenerla doveva trasformare quel bordello in un luogo civile, dargli una drastica ripulita… ed esercitarvi un ferreo, assoluto dominio.
Scelse dunque una grande, riccamente decorata costruzione della grandezza di un magazzino, che sorgeva sulla Palude dello Sconforto. Dal suo inquilino fisso, un uomo di nome Maleski proveniente da Chicago, l'edificio era stato battezzato la Borsa Merci. Cirocco aveva saputo diverse cose a proposito di quel Maleski, che a Bellinzona figurava come uno dei quattro o cinque capobanda più importanti. La situazione aveva un nonsoché d'irreale, ma decise che doveva semplicemente trattarsi di una di quelle strane cose che accadono nella vita. Stava semplicemente per scontrarsi con un gangster di Chicago in carne e ossa.
Allorché Cirocco e i cinque titanidi nerovestiti fecero discretamente irruzione nell'edificio, quasi tutti i presenti si trovavano raggruppati all'estremità opposta rispetto all'ingresso, e guardavano fuori dalle finestre fissando il cielo. Non si trattava di una coincidenza. Cirocco rimase immobile al centro della grande stanza, nella luce guizzante delle torce, aspettando che i padroni di casa si accorgessero della sua presenza.