Выбрать главу

Non era stata quella l'operazione più rognosa. Un altro signorotto aveva resistito per quasi cento riv. I titanidi avevano stretto d'assedio l'edificio in cui stava asserragliato, accendendo falò tutt'in giro per dare un po' di sudarella a chi stava dentro. Finalmente le truppe fedeli al boss avevano gettato a rotolare fuori della porta la testa del loro beneamato, e si erano arrese. Nel corso di quell'azione erano caduti tre titanidi.

Complessivamente, Rocky era a conoscenza della morte di una dozzina di titanidi. Le perdite umane si contavano a migliaia, concentrate soprattutto nei primi quaranta riv e con un'altra breve impennata allorché era entrato in vigore il disarmo generale. Ormai le bande erano state tutte disperse. Gli umani occhieggiavano Rocky con sospetto e paura, ma già da un pezzo nessuno aveva più tentato atti ostili nei suoi confronti.

Egli dunque percorreva senza fretta il giro di ronda, spada inguainata a picchiettargli contro la zampa anteriore sinistra, in cerca di turbative ed augurandosi di non trovarne. Di tanto in tanto gli capitava d'imbattersi in uno di quegli umani che Cirocco definiva pazzi, ma secondo Rocky era proprio gente con la testa bacata. Gli umani erano tutti pazzi, ben si sapeva, di solito però tale condizione assumeva i connotati d'una stimolante e piacevolissima stravaganza. In un limitato numero di casi, tuttavia, si manifestava qualcosa d'altro. Il termine umano per definire costoro era psicopatici, ma Rocky lo trovava insignificante. Erano quelli che a suo parere meritavano di venire uccisi a vista, gente nei cui confronti non aveva senso domandarsi se andasse eliminata, ma solo quando.

Ma il Capitano aveva detto che nessuno doveva essere ucciso a meno che non si facesse cogliere, per usare la sua espressione, "con le mani nel sacco" in flagrante delitto capitale.

E a Rocky, ora come ora, di sicuro andava benissimo così. Ne aveva vista abbastanza di gente ammazzata. Che gli umani se li schiacciassero pure da soli, i loro pidocchi.

Preferì dirottare il proprio pensiero verso argomenti più gradevoli. Allargò le labbra in un bel sorriso, facendo trasalire una donna umana che, dopo breve esitazione, gli sorrise di rimando. Rocky sollevò verso di lei, in segno di saluto, il suo ridicolo copricapo, poi si diede una grattatina sotto la camicia. Quei vestiti che gli toccava indossare gli davano una noia del diavolo. Persino il Capitano, ogni tanto, andava assecondato nella sua follia. Portate le uniformi, aveva detto, e Rocky obbediva, e non la smetteva di grattarsi.

Udì riverberarsi in mente gl'indistinti, oscuri pensieri di Tamburina, e di nuovo sorrise.

Tamburina era sua figlia. Piccola piccola, ancora. Valiha aveva tenuto un po' con sé l'uovo semifecondato aspettando il momento opportuno per abbordare la Maga. Cirocco aveva concesso l'autorizzazione, e così, un decariv prima dell'invasione di Bellinzona, era toccato a Serpentone attivare l'uovo nel grembo di Rocky. Ove adesso la nascitura s'annidava giunta al terzo decariv di vita. Null'altro ancora che una minuscola concentrazione di cellule proliferanti, con un cervellino grande come una noce direttamente derivato dall'uovo di Valiha. All'interno della struttura cristallina di quell'uovo erano presenti reticoli molecolari organizzati assai diversamente rispetto a quelli del cervello umano. V'era già, ad esempio, geneticamente instillata la capacità di cantare. Anche molte delle cose imparate da Valiha nel corso della sua esistenza si trovavano già immagazzinate in quel microcosmo, compresa la conoscenza della lingua inglese. C'erano ricordi della vita di Valiha e di tutte le sue antemadri, in una linea ininterrotta risalente fino alla prima antemadre dell'Accordo Madrigale, Violone. Rappresentati in minor misura erano anche gli antepadri e i retropadri, nell'unica forma d'immortalità che avesse senso per un titanide. Lungi da lui ogni atteggiamento sciovinista, a Rocky sembrava proprio che si trattasse di un sistema più dignitoso rispetto all'inverecondo marasma della genetica umana. Gli umani si evolvevano pagando l'orribile prezzo dell'anormalità fisica e mentale, soggetti alla fredda spietatezza del caso, attraverso un'infinita schiera d'infelici che senza averne alcuna colpa venivano urlanti al mondo del tutto privi d'ogni possibilità di sopravvivenza. Nel migliore dei casi, un essere umano consisteva in una serie di compromessi fra geni dominanti e geni recessivi. E l'unica memoria razziale impressa nelle ottuse menti dei neonati umani discendeva, a quanto era dato di capire, da fameliche bestie vissute sugli alberi prim'ancora che Gea avesse iniziato a girare.

Stava tutta lì, secondo Rocky, la spiegazione di quel cancro chiamato Bellinzona.

Ciascun titanide otteneva una solida, essenziale, concreta educazione dalla propria antemadre già durante lo stadio di uovo, molto prima di conseguire un sia pur minimo grado di autocoscienza. Infallibili meccanismi all'opera nelle strutture dell'uovo in mutazione filtravano lo sperma coinvolto nel rapporto frontale, traendone tutte le informazioni e peculiarità che avrebbero potuto tornare utili, eseguivano prove simulate, respingevano le caratteristiche indesiderabili, e poi si consolidavano in un agglomerato pronto allo sviluppo definitivo. L'uovo non prendeva il DNA alla rinfusa, il buono mescolato col cattivo, ma compiva una cernita, ne valutava il risultato e utilizzava i soli elementi in grado di fornire un esito ottimale.

Se il titanide in embrione acquisiva dall'antemadre la totalità delle sue nozioni pratiche e gran parte delle memorie razziali, era però dalla retromadre che derivava tutto il resto. E riteneva Rocky che proprio in ciò consistessero gli elementi più importanti… anche se, essendo appunto lui, nella fattispecie, a fungere da retromadre, non era da escludersi che la sua potesse essere un'opinione interessata.

Tamburina era viva, e cosciente, e in costante comunicazione con Rocky. Non si trattava di un contatto verbale, anche se Tamburina possedeva già un suo vocabolario, e neppure musicale, anche se la piccina trascorreva ore intere ad intonare gli strani canti del grembo. Man mano che la struttura cerebrale si sviluppava trasformandosi in qualcosa di assai simile al cervello umano, ma con un uovo cibernetico a farle da nucleo, Rocky pervadeva ogni successiva stratificazione col suo amore, il suo canto… la sua anima.

Sotto diversi aspetti la gravidanza rappresentava, per un titanide, la parte più bella dell'esistenza.

Rocky interruppe la comunicazione con sua figlia nell'istante stesso in cui percepì l'inconfondibile sentore della violenza. Era una sensazione che permeava l'aria, un mutamento d'atmosfera che gli era capitato d'avvertire spesso, negli ultimi tempi.

Guardando innanzi lungo la strada maestra ne individuò la scaturigine. Provò un senso di stanchezza, e si domandò come avessero fatto i poliziotti umani a cavarsela sul lavoro. Le situazioni erano tutte così prevedibili, eppure ciascuna di loro si presentava così pericolosamente diversa…

Estrasse dalla sacca ventrale l'arma di ordinanza e ne controllò il caricatore. Si trattava di un ordigno di genere completamente diverso rispetto a quello che aveva di malavoglia portato con sé il giorno, da cui tanti riv ormai lo separavano, in cui era venuto a Bellinzona per operare con il suo Capitano. Era un'arma del ventiduesimo secolo, questa, progettata e costruita tenendo conto delle particolari condizioni ambientali di Gea. Gran parte dei princìpi fondamentali rimanevano i medesimi, differivano però i materiali. La pistola di Rocky, infatti, non conteneva metallo. Aveva l'aspetto di un lungo, sottile cilindro di cartone unito a un'impugnatura. Attorno alla parte mediana della canna carboceramica aggettavano brevi alette che, al momento dello sparo, emettevano per un attimo un vivo bagliore rossastro. Nell'impugnatura, che risultava troppo piccola per la mano di Rocky, erano immagazzinati quaranta minuscoli razzi dalla punta di piombo. Il proiettile veniva spinto attraverso la canna con relativa lentezza, poi accelerava violentemente, infrangendo la barriera del suono entro un metro dalla bocca.