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…e guardò impotente Serpentone piroettare calciando di posteriore. Il pallone volò sibilando a insaccarsi nel bel mezzo della rete avversaria.

Bemolle in vantaggio per quattro a tre.

Erano ancora su quel risultato quando, a un solo centiriv dal termine, Mandolino segnò il suo primo gol in quella partita, rendendo incolmabile il vantaggio dei Bemolle. Serpentone e il resto della squadra corsero a congratularsi con Mandolino, che era ancora un principiante nel magnifico gioco del calcio. A Serpentone non passò neppure in mente di far notare che era stato lui, a segnare il punto della vittoria. A parte il fatto che aveva realizzato anche due delle altre reti. Egli era, senza alcun dubbio, il miglior calciatore di tutta Gea.

Soffiando come locomotive a vapore, grondanti sudore, i titanidi si abbandonarono a quel genere di scherzi pesanti che sono consueti dopo una partita assai combattuta. Serpentone divenne pian piano consapevole di un rumore estraneo, e per un attimo rimase sul chi vive: quel suono gli ricordava vividamente il giorno in cui era scoppiata la tremenda rivolta.

Ma poi vide che si trattava semplicemente d'un gruppetto di prigionieri assembratisi alla spicciolata sul bordo del campo, da dove gridavano e applaudivano.

Accadeva abbastanza spesso, negli ultimi tempi, che venissero ad osservare le partite dei titanidi. Oggi erano più numerosi della volta precedente. Serpentone si rese conto che, in effetti, il gruppo era andato infoltendosi giorno per giorno. A volte, dopo che i titanidi avevano finito di giocare, alcuni prigionieri entravano in campo anche loro per dare quattro calci alla palla.

Serpentone raccolse la sfera e la proiettò in un lancio alto e lungo. Andò a cadere in mezzo al gruppo dei prigionieri, tutti maschi, i quali si diedero a tiricchiarsela avanti e indietro nell'attesa che i titanidi sgombrassero il campo.

Chissà, pensò Serpentone, magari anche a loro sarebbe piaciuto formare delle squadre. Si diresse verso la linea laterale, e guardò gli umani correre a sparpagliarsi sul tappeto erboso. Si misero a giocare in venti o trenta, occupando solo una metà dello spropositato terreno a misura titanide e accettando di buon grado il disagio del fondo sconnesso.

Immerso nelle sue riflessioni, Serpentone se ne andò. Raggiunse gli altri titanidi sul versante occidentale della valle, si accovacciò ripiegando le zampe sotto il corpo, prese dalla sacca ventrale il blocco da disegno foderato in pelle e un carboncino, volse lo sguardo verso la circoscritta pianura, e s'immerse senza indugio in quella particolare condizione mentale che nulla aveva a che vedere con ciò che gli umani chiamano sonno, ma neppure equivaleva a un pieno stato di veglia.

Scrutò attentamente lo scenario che gli si parava dinnanzi. Laggiù alla sua destra, verso settentrione, si arcuava la Baia della Menta Piperita, con il lago Moira subito dopo. Rannicchiata sull'estremità sud, coperta dalla solita cappa di caligine, s'intravvedeva Bellinzona. Sulla verticale della città, tenendosi prudentemente a una quota di tre chilometri da quel pericoloso ricettacolo di fonti di calore, stazionava Finefischio.

Di fronte a Serpentone si stendeva per molti chilometri il tratto di territorio strappato alla giungla.

Ma lì non era come nelle giungle terrestri, dove il terreno, sorprendentemente, una volta ripulito si manifesta inconsistente e poco fertile. Il suolo di Gea obbediva a regole diverse. Le messi affondavano radici profonde, traendo vigore dal nutriente latte di Gea e dal calore endogeno. La fotosintesi giocava un ruolo marginale nel metabolismo delle piante che potevano essere coltivate alla fievole luce di Dione, e quindi nei campi se ne vedevano letteralmente di tutti i colori. Era come un immenso mosaico trapunto di messi. I terreni agricoli apparivano tutti di forma quadrata, fatta eccezione per quelli che seguivano il corso del fiume, i quali venivano sistemati a terrazze e allagati per coltivarvi varietà vegetali simili al riso. Sui confini dei quadrati correvano sentieri di terra lungo i quali gli umani trainavano carretti a mano, ricolmi di raccolto, fino alle banchine, ove le messi venivano imbarcate su grandi chiatte che discendevano il fiume raggiungendo la città. Sparse qua e là fra i campi si vedevano le ordinate file di tende ospitanti i lavoratori.

Cirocco preferiva definirli prigionieri. Serpentone riteneva che il termine schiavi sarebbe stato più adeguato, ma Cirocco insisteva a dire che c'era una differenza. Lui non aveva difficoltà a crederle. Il concetto di schiavitù risultava estraneo alla mente titanide, e quindi Serpentone era pronto ad ammettere che ci volesse un umano per cogliere certe sfumature.

Era, ancora una volta, una questione di gerarchie, altro concetto che i titanidi stentavano ad afferrare. Riconoscevano, sì, una certa autorità ai loro anziani, ed erano capaci di obbedienza al Capitano, ma qualunque ulteriore complicazione in fatto di rapporti fra superiori ed inferiori li confondeva tremendamente. I campi di lavoro, ad esempio, rispondevano all'autorità di un Guardiano, un ex Vigilante che a Serpentone non piaceva granché, ma tutto sommato non un cattivo soggetto. Costui era responsabile verso il Consiglio Municipale, per l'esattezza la Commissione alle Carceri. Il Consiglio era guidato da Cirocco Jones e dai suoi più stretti collaboratori: Robin, Nova, Conal.

Guardando in direzione opposta: il Guardiano comandava venti Capicampo, che a loro volta davano ordini a una dozzina circa di Sorveglianti, ciascuno dei quali si occupava di un certo numero di squadre di lavoro, ognuna controllata da un detenuto di fiducia.

Serpentone diede un'occhiata al blocco da disegno. L'aveva già sbirciato più volte, da quando era lì accovacciato, ma i suoi occhi non avevano inviato alcun messaggio al cervello. Stavolta constatò di aver tracciato un semplice schizzo in prospettiva della scena che aveva di fronte. Lo guardò con atteggiamento critico. Aveva lasciato fuori gli umani che percorrevano la strada. Poche linee esitanti adombravano le tende del campo più vicino. Serpentone si accigliò. Non era quello, ciò che la sua mente cercava. Strappò il foglio, lo accartocciò, lo gettò via. Poi volse di nuovo lo sguardo verso il campo.

Le tende erano in spessa tela di cànapa verde. Ciascuna ospitava dieci umani. Maschi e femmine trascorrevano le ore di sonno in ricoveri separati, tuttavia non veniva imposta l'astinenza sessuale. Sorveglianti e Capicampo venivano designati dal Guardiano, ma non sottoposti poi alla supervisione dei titanidi. Serpentone sapeva che in pratica si trattava di un errore. Certi Sorveglianti e Capicampo si dimostravano peggiori dei detenuti. Era stato possibile sorprenderne alcuni nell'atto di compiere brutalità a danno dei reclusi, dopo di che costoro si erano ritrovati a sgobbare in perizoma da prigionieri. Ma ormai la gente di quella risma stava bene attenta a esercitarla di nascosto, la sua crudeltà. I titanidi non potevano essere dappertutto.

Era un sistema poco funzionale, poco efficiente… ma il Capitano diceva che bisognava fare a quel modo lì.

Serpentone se n'era fatto un cruccio, i primi tempi, ma in séguito aveva approfondito la sua riflessione… ed eccolo là, il trabocchetto. Per quanto folle, era la tipica maniera in cui gli umani mandavano avanti i propri affari. Loro, a differenza dei titanidi, non erano in grado di percepire la menzogna e la malvagità, e avevano quindi dovuto elaborare quei caratteristici compromessi che in genere definivano "giustizia" o, con maggior precisione, "legge". Serpentone sapeva bene che la verità è un concetto relativo, un principio spesso impossibile da stabilire con esattezza, ma gli umani erano addirittura, nei suoi confronti, quasi completamente ciechi. La trappola, tanto più insidiosa quanto meno facile da individuare, consisteva nel fatto che se gli umani fossero giunti a fidare pienamente nella percezione titanide della Verità e del Male, avrebbero conseguito tutti i benefici di una società sana, mentre i titanidi sarebbero rimasti asserviti a quella umana esigenza.