Capì che la prescienza era un’illuminazione che aveva in se stessa i limiti di quanto rivelava. Una combinazione di esattezza e di errori significativi. Vi interveniva una sorta d’indeterminazione di Heisenberg: la stessa energia delle sue visioni alterava, nel medesimo istante, le immagini.
E quello che percepiva era il nodo temporale di quella stessa caverna, un ribollire di possibilità concentrato in un punto, in cui l’azione più impercettibile (il dibattito di una palpebra, una parola irriflessiva, un granello di sabbia fuori posto) avrebbe agito su una leva gigantesca, moltiplicandosi in tutto l’universo. La violenza incombeva con un tal numero di variabili che il minimo movimento scatenava immense alterazioni nello schema.
Questa visione lo spinse a un’assoluta immobilità, ma anche questa immobilità era un’azione e avrebbe avuto le sue conseguenze.
Innumerevoli conseguenze, innumerevoli linee che si diramavano da quella caverna, e lungo la maggior parte di queste sequenze logiche vide il suo corpo, ucciso, e il sangue che sgorgava da un’orrenda ferita di coltello.
Mio padre, l’Imperatore Padiscià, aveva settantadue anni e tuttavia non ne dimostrava più di trentacinque, quando meditò la morte del Duca Leto e il ritorno degli Harkonnen su Arrakis. Raramente compariva in pubblico indossando qualcosa di diverso da un’uniforme dei Sardaukar e un elmetto da Burseg, nero, col leone imperiale ricamato in oro. L’uniforme ricordava a tutti la fonte prima del potere. Non era sempre così urtante: quando voleva, sapeva irradiare simpatia e sincerità. Ma, in questi ultimi tempi, a molti anni di distanza, mi sono chiesta se tutto, in lui, fosse realmente ciò che sembrava. Oggi, sono convinta che fosse un uomo il quale lottava, costantemente, contro le sbarre di una gabbia invisibile. Non dimenticate che era Imperatore, capo di una dinastia le cui origini si perdevano nel tempo. Ma noi gli negammo un figlio legittimo. Non è questa la più terribile sconfitta che possa subire un capo? Mia madre obbedì alle sue Sorelle Superiori, là dove Lady Jessica aveva disobbedito. Chi si mostrò più forte? La Storia ci ha già risposto.
Jessica si svegliò nell’oscurità della caverna e percepì l’agitarsi dei Fremen intorno a lei e l’acre odore delle tute distillanti. Il suo senso del tempo l’informò che presto sarebbe calata la notte, là fuori. Ma la caverna era ancora immersa nelle tenebre, isolata dal deserto dagli schermi di plastica che intrappolavano l’umidità del corpo.
Si era completamente abbandonata al sonno, dopo la grande fatica: questo sembrava suggerire che lei accettava inconsciamente la propria sicurezza personale, finché fosse rimasta in seno al gruppo di Stilgar. Si girò nell’amaca formata col mantello, scivolò coi piedi sul pavimento roccioso e si infilò gli stivali da sabbia.
Non devo dimenticarmi di stringerli a metà per consentire l’azione pompante della tuta, pensò. Quante cose da ricordare!
Sentiva ancora il sapore del cibo (carne di uccello, grano e miele di spezia, avvolti in una foglia) il pasto del mattino. Il tempo, qui, era invertito. Il giorno serviva al riposo, la notte all’attività.
La notte nasconde. La notte è più sicura.
Sganciò il mantello dai punti in cui era fissato, dentro la nicchia scavata nella roccia. Trovò al buio il lato superiore, e se l’avvolse intorno al corpo.
Come inviare un messaggio al Bene Gesserit? Come informarlo della loro fuga e della salvezza che avevano trovato nelle caverne di Arrakis?
All’estremità opposta della caverna si accesero alcuni globi luminosi. Vide tra la gente Paul, già vestito, il cappuccio gettato all’indietro che rivelava il profilo aquilino degli Atreides.
Si era comportato in modo così strano, prima di ritirarsi a dormire. Assente, come se fosse ritornato dal regno dei morti, non ancora del tutto cosciente, gli occhi vitrei, socchiusi, lo sguardo rivolto all’interno di se stesso. Questo le ricordò quanto le era stato detto, a proposito dei cibi impregnati di spezia: assuefazione.
Vi sono forse altri effetti collaterali? si chiese. Paul ha detto che la spezia aveva qualcosa a che fare con le sue capacità di preveggenza, ma è stato stranamente silenzioso quanto alle sue visioni.
Stilgar uscì alla luce, alla sua destra, e si avvicinò al gruppo sotto i globi. Jessica notò la sua andatura prudente, felina e il modo in cui giocherellava con la barba.
Un’improvvisa paura l’afferrò, mentre i suoi sensi le rivelavano la tensione del gruppo raccolto intorno a Pauclass="underline" le figure immobili, le posizioni rituali.
«Hanno il mio appoggio!» tuonò Stilgar.
Jessica riconobbe l’uomo che Stilgar affrontava: Jamis! Indovinò la rabbia nelle sue spalle irrigidite.
Jamis, l’uomo vinto da Paul!
«Tu sai le regole, Stilgar» disse Jamis.
«Chi le conosce meglio di me?» replicò Stilgar. La sua voce suonò distensiva, nel tentativo di placare gli animi.
«Scelgo il combattimento» ringhiò Jamis.
Jessica si precipitò attraverso la caverna, avvinghiandosi a un braccio di Stilgar.
«Cosa succede?» ansimò.
«La regola dell’amtal» spiegò Stilgar. «Jamis esige la prova che tu e tuo figlio siete le persone della leggenda.»
«Il suo campione dev’essere messo alla prova» disse Jamis. «Se il suo campione vince, allora è vero. Ma è detto…» si voltò a guardare quelli che si affollavano intorno a lui, «che non sceglierà il suo campione tra i Fremen. È dunque colui che l’accompagna!»
Vuole un duello con Paul! pensò Jessica.
Lasciò il braccio di Stilgar e avanzò di un passo. «Io sono il campione di me stessa» dichiarò. «Questo è il senso delle…»
«Tu non detterai le condizioni!» ruggì Jamis. «Le prove che ci hai dato non bastano. Stilgar questa mattina può averti suggerito le parole più adatte a ingannarci, e tu hai dovuto soltanto ripeterle.»
Potrei vincerlo, pensò Jessica, ma questo violerebbe la loro interpretazione della leggenda. E ancora si domandò in che modo fosse stata alterata l’opera della Missionaria Protectiva su questo pianeta.
Stilgar guardò Jessica e parlò a bassa voce, ma in modo che tutti lo udissero: «Jamis è uno che serba rancore, Sayyadina. Tuo figlio lo ha vinto, e…»
«È stato un caso!» gridò Jamis. «La stregoneria ha avuto la sua parte nel Bacino del Tuono. Io, ora, lo proverò!»
«…e anch’io l’ho vinto» continuò Stilgar. «Con questa sfida tahaddi cerca di vendicarsi anche di me. C’è troppa violenza in Jamis, non sarà mai un buon capo: troppa ghafla. troppa instabilità. La bocca piena di regole, ma il cuore rivolto al sarfa, all’abbandono di Dio. No, non sarà mai un buon capo. Finora l’ho risparmiato perché è un buon combattente, ma nulla più. Quando la rabbia lo travolge, è pericoloso per sé e per la sua gente.»
«Stilgaarrr!» ruggì Jamis.
E Jessica capì le intenzioni di Stilgar. Cercava di scatenare la furia di Jamis, perché sfidasse lui invece di Paul.
Stilgar fronteggiò Jamis, e Jessica udì nuovamente l’invito alla calma in quella voce tonante. «Jamis! È solo un ragazzo, e…»
«Tu l’hai chiamato uomo» ribatté Jamis. «Sua madre dice che ha superato la prova del gom jabbar. La sua carne è gonfia d’acqua. Quelli che hanno portato il suo sacco dicono che ci sono almeno due literjon d’acqua, là dentro. Due literjon! E noi a succhiare le tasche di raccolta alla prima goccia di rugiada!»