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Stilgar fissò Jessica. «È vero? C’è acqua nel vostro zaino?»

«Sì.»

«Due literjon?»

«Due literjon.»

«A cosa vi serviva tanta ricchezza?»

Ricchezza? pensò Jessica. E avvertì il gelo improvviso nella voce di Stilgar.

«Là dove io sono nata, l’acqua cade dal cielo e scorre sulla terra in larghi fiumi» disse. «In quel mondo gli oceani sono così vasti che da una riva è impossibile scorgere l’altra. Non sono stata educata alla vostra disciplina dell’acqua. Non ho mai dovuto pensare come voi.»

Un sospiro s’innalzò dalla folla, intorno a lei. «L’acqua cade dal cielo… e scorre sulla terra.»

«Sai che alcuni tra noi hanno perduto l’acqua delle tasche di raccolta per incidenti, e saranno in pericolo prima di aver raggiunto Tabr, questa notte?»

«Come potevo saperlo?» Jessica scosse la testa. «Se ne hanno bisogno, dai loro l’acqua del nostro zaino.»

«Questo volevi fare con la tua ricchezza?»

«Volevo salvare delle vite.»

«Allora accettiamo la tua benedizione, Sayyadina.»

«Non ci comprerai con la tua acqua!» gridò Jamis. «E tu, Stilgar, non riuscirai a rivolgere contro di te il mio furore. Ho capito, sai? Vuoi che io ti sfidi prima di aver provato le mie parole.»

Stilgar l’affrontò: «Sei proprio deciso a sfidare questo fanciullo, Jamis?» la sua voce si era fatta insinuante.

«Lei dev’essere sfidata!»

«Anche se ha il mio appoggio?»

«Invoco la legge dell’amtal» ribatté Jamis. «È il mio diritto.»

Stilgar annuì. «Allora, se il ragazzo non ti farà a pezzi, dovrai affrontare il mio coltello, dopo. E questa volta, la mia lama non si fermerà.»

«Non potete far questo» disse Jessica. «Paul è soltanto…»

«Tu non puoi intervenire, Sayyadina» l’interruppe Stilgar. «Oh, so che puoi vincermi e quindi puoi vincere chiunque di noi. Ma non puoi trionfare su di noi tutti insieme. Questo dev’essere. È la legge dell’amtal!»

Jessica non parlò più, ma lo fissò alla luce gialla dei globi luminosi, scoprendo la rigidità demoniaca che all’improvviso era scesa sui suoi tratti. Poi il suo sguardo si soffermò su Jamis, osservò la sua espressione accigliata, meditativa, e pensò: Avrei dovuto accorgermene prima. È un tipo silenzioso, che rumina dentro di sé e accumula rabbia. Avrei dovuto esser pronta.

«Se farai del male a mio figlio» disse Jessica, «dovrai affrontare anche me. Ti sfido. Ti farò a pezzi come un…»

«Madre!» Paul venne avanti e le appoggiò una mano sul braccio: «Se avessi una spiegazione con Jamis…»

«Una spiegazione!» lo beffeggiò Jamis.

Paul tacque e lo fissò. Non aveva paura di lui. Jamis era maldestro nei movimenti ed era caduto così presto nel loro breve scontro, la notte prima, sulla sabbia. Ma Paul percepiva ancora il ribollire del nodo in quella caverna e vedeva ancora se stesso, morto, il coltello piantato nel corpo. Erano state così poche le vie di fuga per lui, in quella visione…

Stilgar ordinò: «Sayyadina, ora tu devi ritirarti dove…»

«Smettila di chiamarla Sayyadina!» gridò Jamis. «Questo dev’essere ancora provato. Sa la preghiera. E allora? Non c’è bambino, fra noi, che non la sappia!»

Ha parlato abbastanza, pensò Jessica. Ho la chiave. Potrei immobilizzarlo con una sola parola. Esitò. Ma non posso fermarli tutti.

«Allora tu ne risponderai a me» disse Jessica. La sua voce si era distorta in un lamento, e l’ultima parola servì a incatenarlo.

Jamis la fissò spaventato.

«T’insegnerò il dolore» continuò Jessica con la stessa voce. «Ricordalo, mentre combatti. Al confronto della tua sofferenza il gom jabbar sarà una gioia. Ti contorcerai con tutto il tuo…»

«Sta gettando un incantesimo su di me!» gridò Jamis. Strinse il pugno e lo portò dietro l’orecchio: «Invoco il silenzio su di lei!»

«Così sia, allora» disse Stilgar. Lanciò uno sguardo imperioso a Jessica. «Se parlerai ancora, Sayyadina, sapremo che è stata la tua stregoneria, e dovrai pagare.» La invitò a farsi indietro.

Alcune mani l’afferrarono e la spinsero via, ma sentì che non erano male intenzionate. Vide Paul separato dagli altri, e il viso da elfo di Chani che si piegava verso di lui per bisbigliargli qualcosa all’orecchio, mentre accennava a Jamis col capo.

Si formò un cerchio. Furono portati altri globi luminosi, tutti regolati sul giallo.

Jamis entrò nel cerchio, si sfilò il manto e lo gettò tra la folla. Restò immobile, nella sua tuta distillante color grigio nuvola, rattoppata e macchiata. Piegò la testa sulla spalla e inghiottì una rapida sorsata dalla tasca di raccolta. Poi si raddrizzò e si sfilò anche la tuta, porgendola con cautela a uno degli uomini. Poi, attese: indossava soltanto un panno intorno ai fianchi e aveva ai piedi una stretta fascia di tessuto. Impugnava un cryss nella destra.

Jessica vide la ragazza Chani che aiutava Paul e gli porgeva un cryss. Paul prese l’arma, la soppesò controllando l’equilibrio. E Jessica ricordò che era stato addestrato prana e bindu, nervo e fibra. Che gli era stato insegnato a battersi alla morte da uomini come Idaho e Gurney Halleck, leggendari già fra i contemporanei. Il ragazzo sapeva i trucchi Bene Gesserit e aveva un aspetto fiducioso e disteso.

Ma ha solo quindici anni, pensò, ed è privo di scudo! Devo fermarlo. Dev’esserci un mezzo… Alzò gli occhi e vide Stilgar che la fissava.

«Non puoi impedirlo» le disse. «Non devi parlare.»

Jessica si portò una mano alla bocca, e pensò: Ho instillato la paura nella mente di Jamis. Sarà più lento e maldestro… forse. Se potessi pregare… pregare veramente!

Ora Paul era solo, dentro il cerchio. Aveva soltanto i calzoni da combattimento, che portava sotto la tuta, e impugnava il cryss con la destra. I suoi piedi erano nudi, sulla roccia corrosa. Idaho lo aveva più volte ammaestrato: «Quando dubiti del terreno resta a piedi nudi». E le parole di Chani erano ancora vive nella sua coscienza: «Dopo una parata, Jamis balza a destra. È un’abitudine che tutti conosciamo. E mirerà agli occhi, per poi colpire mentre li chiudi. E… attento: combatte con entrambe le mani. Il suo coltello salterà da una mano all’altra».

Ma così intenso era stato il suo addestramento, giorno dopo giorno, ora dopo ora, che gli sembrava di sentire in tutto il corpo il meccanismo delle reazioni istintive che gli erano state inculcate.

Le parole di Gurney Halleck gli balzarono ancora alla mente: «Il buon combattente deve pensare simultaneamente alla punta e al taglio del coltello, e alla guardia. La punta può tagliare, il taglio può pugnalare, e la tua guardia può anche agganciare la lama dell’avversario».

Esaminò il cryss. Non c’era alcuna guardia: solo un sottile anello sull’impugnatura, per proteggere la mano. Si ricordò, all’improvviso, che ignorava del tutto la resistenza della lama. Non sapeva neppure se poteva essere spezzata.

Jamis cominciò a scivolare verso destra, lungo il cerchio, sul lato opposto a quello di Paul.

Paul si rannicchiò su se stesso e in quell’istante si rese conto di non avere uno scudo, mentre tutto il suo addestramento alla lotta era basato sulla presenza di quel sottile schermo intorno a lui, che esigeva la più grande rapidità nel difendersi, mentre l’attacco era calibrato sulla lentezza necessaria a penetrare nello scudo del nemico. Nonostante tutti gli avvertimenti dei suoi istruttori, Paul si rendeva conto, ora, che lo scudo faceva intimamente parte delle sue reazioni.