Jamis lanciò la sfida rituale: «Possa il tuo coltello scheggiarsi e spezzarsi!»
Questo coltello può spezzarsi, allora, pensò Paul.
Anche Jamis non aveva scudo, ma non era addestrato a usarlo e non era vittima di inibizioni.
Paul fissò il suo avversario sul lato opposto del cerchio. Il corpo di Jamis sembrava cuoio teso su uno scheletro disseccato. Il suo cryss lanciava riflessi lattei nella luce gialla dei globi.
Paul ebbe un brivido di paura. All’improvviso si sentì solo e nudo in quella confusa luminosità gialla, al centro dei Fremen. La prescienza l’aveva nutrito d’innumerevoli esperienze, facendogli intravedere le grandi correnti del futuro, le decisioni e le spinte che le guidavano. Ma questo non era il futuro: era il vero, l’adesso. La morte era presente in un numero infinito di possibilità.
In quell’istante il minimo gesto avrebbe cambiato il futuro. Bastava un colpo di tosse tra gli spettatori, un attimo di distrazione, un’impercettibile variazione di luce, un’ombra ingannatrice.
Ho paura, si disse Paul.
Avanzò a sua volta, cautamente, sul lato opposto a quello di Jamis, ripetendo in silenzio la litania Bene Gesserit contro la paura: «La paura uccide la mente…» Fu come un getto d’acqua fresca. Sentì i muscoli sciogliersi; un solo istante e fu calmo e pronto.
«Bagnerò il coltello nel tuo sangue» ringhiò Jamis. E all’ultima parola balzò contro di lui. Jessica colse il movimento e soffocò un urlo.
Ma dove Jamis aveva colpito, non c’era già più nessuno. Paul, ora, era alle spalle di Jamis e avrebbe potuto trafiggere facilmente la sua schiena indifesa.
Colpisci, Paul! Ora! urlò Jessica nella sua mente.
Colpì. Con misurata lentezza. Un gesto fluido, coordinato, che diede a Jamis la possibilità di schivare, indietreggiare e balzare a destra.
Paul batté in ritirata, raccogliendosi su se stesso. «Prima devi trovarlo, il mio sangue» esclamò.
Jessica riconobbe in suo figlio il lento agire del combattente avvezzo allo scudo e valutò il pericolo di quest’arma a doppio taglio. Le reazioni di Paul avevano l’impeto e la vivacità della giovinezza ed erano il risultato di un addestramento sconosciuto ai Fremen. Ma anche l’attacco era condizionato alla necessità di penetrare uno scudo. Uno scudo avrebbe respinto un affondo troppo veloce, lasciando penetrare invece il contrattacco lento e sornione. Occorrevano astuzia e un perfetto controllo per penetrare uno scudo.
Paul l’ha capito? si chiese Jessica. Deve!
Jamis attaccò di nuovo. I suoi occhi, neri come l’inchiostro a quella luce, lampeggiarono, il suo corpo fu una macchia confusa nella luce gialla dei globi.
Ancora una volta, Paul lo schivò e attaccò troppo lentamente.
E ancora.
E ancora.
Tutte le volte, il contrattacco di Paul arrivò troppo tardi.
Jessica vide allora una cosa, e sperò che a Jamis sfuggisse. Le reazioni difensive erano fulminee, ma ad ogni parata Paul assumeva l’esatta posizione che gli avrebbe permesso di deviare in parte sul suo scudo i colpi di Jamis.
«Tuo figlio sta forse giocando, con quel povero pazzo?» chiese Stilgar. Ma prima che Jessica potesse rispondere, le intimò il silenzio: «Scusami, tu non devi parlare».
Ora, i due avversali giravano l’uno intorno all’altro: Jamis puntava il coltello in avanti, a braccio teso; Paul, ripiegato su se stesso, teneva il coltello in basso.
Una volta ancora Jamis attaccò, balzando a destra dove Paul si era portato per schivare il colpo.
Paul non indietreggiò, e parò il colpo con la propria lama, colpendo la mano di Jamis che impugnava il cryss. Un attimo e il ragazzo era già fuori tiro, piroettando a sinistra e ringraziando Chani dentro di sé per l’avvertimento.
Jamis indietreggiò fino al centro del cerchio, sfregandosi la mano ferita. Il sangue zampillò per un attimo, poi si fermò. Stralunò gli occhi (due voragini oscure) e studiò Paul con improvvisa diffidenza.
«Ah, gli ha fatto male» mormorò Stilgar.
Paul tese i muscoli, pronto a balzare, e, dopo il primo sangue, interpellò l’avversario come gli avevano insegnato: «Ti arrendi?»
«Aahhh!» ruggì Jamis.
Un mormorio di collera salì dai presenti.
«Calma!» esclamò Stilgar. «Il ragazzo ignora le nostre regole.» Poi, rivolgendosi a Pauclass="underline" «Nessuno può arrendersi, nel tahaddi. La morte è l’unica conclusione».
Jessica vide Paul inghiottire a fatica: Non ha mai ucciso un uomo così… in un duello all’ultimo sangue. Riuscirà a farlo?
Lentamente, seguendo i movimenti di Jamis, Paul si spostò verso destra. Il ricordo delle variabili che aveva intravisto nel ribollire del tempo in questa caverna ritornava a perseguitarlo. La sua nuova percezione gli diceva che c’erano troppe decisioni, in questo combattimento, perché tra le innumerevoli strade possibili una si distinguesse chiaramente fra le altre. Le variabili si moltiplicavano, e appunto per questo il nodo temporale della caverna era confuso. Come una gigantesca roccia in mezzo a un fiume, che creasse correnti e vortici.
«Falla finita, ragazzo» mormorò Stilgar. «Non giocare con lui.»
Paul avanzò all’interno del cerchio, confidando nella sua rapidità.
E Jamis invece indietreggiò, perché si era reso conto all’improvviso che davanti a lui, nel cerchio del tahaddi, non c’era affatto uno straniero rammollito, facile preda per un cryss.
Jessica lesse la disperazione sul viso del Fremen. Ora è il momento in cui è più pericoloso, pensò. È disperato e può fare qualsiasi cosa. Ha scoperto che Paul non è un fanciullo come quelli della sua razza, ma una macchina da combattimento addestrata fin dall’infanzia. La paura che ho seminato in lui è sbocciata.
Scoprì dentro di sé un vago senso di pietà per Jamis… una pietà dominata dalla coscienza del pericolo che correva suo figlio.
Jamis potrebbe fare qualsiasi cosa… Un gesto inatteso. Jessica si chiese se Paul avesse intravisto anche questo futuro, se stesse rivivendo questa esperienza. Ma osservò i suoi movimenti, il sudore che gli stillava dalla fronte e dalle spalle, la tensione dei suoi muscoli, e vide in lui l’attenzione più profonda. E per la prima volta capì quanto fosse incerto il potere del figlio.
Paul cercava il combattimento, adesso, ma continuava a spostarsi senza attaccare. Aveva visto la paura impadronirsi di Jamis e il ricordo della voce di Idaho fluì dalla sua memoria: «Quando il tuo avversario ti teme, lascerai che la paura cavalchi da sola, che completi la sua opera… che si trasformi in terrore. L’uomo terrorizzato lotta contro se stesso. Alla fine attacca per disperazione. È il momento più pericoloso, ma si può esser certi che l’uomo terrorizzato compirà un errore. Tu sei stato addestrato per cogliere questi errori e per approfittarne».
La folla rumoreggiò sempre più forte.
Sono convinti che Paul stia giocando con Jamis, pensò Jessica. Pensano che sia inutilmente crudele.
Ma nello stesso tempo percepì nella folla un’eccitazione sotterranea, come se i Fremen godessero dello spettacolo. Jamis era sempre più teso. E Jessica colse l’istante in cui questa tensione esplose… come lo stesso Jamis… o Paul.
Jamis saltò, fintò e colpì in basso con la destra, ma la mano era vuota. Il cryss era balzato nella sinistra.
Jessica s’impietrì.
Ma Paul era stato avvertito da Chani: «Jamis combatte con entrambe le mani». Il suo addestramento aveva già assimilato quel trucco: «Pensa al coltello e non alla mano che lo stringe», gli aveva sempre detto Gurney Halleck. «Il coltello è più pericoloso della mano e può trovarsi ugualmente nella destra o nella sinistra.»