E Paul aveva colto l’errore di Jamis: un attimo di esitazione dopo quel salto che avrebbe dovuto disorientarlo, mentre passava il coltello da una mano all’altra.
C’era la luce gialla nella caverna, e la gente lo fissava con i suoi occhi neri, enormi. Ma a parte questo, tutto era simile a una lezione in palestra. Gli scudi non contavano, quando lo stesso movimento dell’avversario poteva essere usato contro di lui. Paul, con uguale rapidità, si passò il coltello da una mano all’altra, balzò di fianco e colpì dal basso in alto il petto di Jamis che stava precipitandosi su di lui, poi scivolò di lato e vide l’uomo crollare.
Jamis cadde col viso all’ingiù, come uno straccio, rantolò, girò gli occhi verso Paul, poi giacque immobile sul pavimento roccioso. I suoi occhi spenti lo fissarono come perle di vetro nero.
Uccidere di punta non è artistico, aveva detto un giorno Idaho a Paul, ma questo non deve frenare la tua mano quando ne avrai l’occasione.
I Fremen si precipitarono in avanti, riempiendo il cerchio, urtando Paul, e si affollarono concitati intorno al corpo di Jamis. Qualche istante dopo alcuni di essi corsero via nelle profondità della caverna trasportando un fagotto avvolto in un mantello.
Sul pavimento roccioso non c’era più nulla.
Jessica si fece largo verso suo figlio. Le sembrò di nuotare in un mare di schiene avvolte in mantelli e puzzolenti, un mare stranamente silenzioso.
Ecco il momento terribile, pensò. Ha ucciso un uomo grazie all’evidente superiorità dei suoi muscoli e della sua mente. Non devo permettergli di gioire di questa vittoria.
Superò gli ultimi uomini e si trovò in uno stretto spazio dove due Fremen barbuti aiutavano Paul a indossare la tuta distillante.
Jessica fissò il figlio. Aveva gli occhi brillanti e ansimava. Sembrava accettare l’aiuto dei Fremen con indifferenza.
«Si è battuto con Jamis e non ha neanche un graffio» commentò uno degli uomini.
Chani si teneva in disparte, gli occhi puntati su Paul. Jessica indovinò la sua eccitazione e vide l’ammirazione sul suo viso da elfo.
Bisogna far presto, pensò Jessica.
Mise il massimo disprezzo nella voce e nell’atteggiamento, e disse: «Ebbene… come ci si sente, a essere un assassino?»
Paul s’irrigidì, come se l’avesse schiaffeggiato. Incontrò gli occhi gelidi della madre e il sangue gli affluì al viso. Involontariamente lanciò un’occhiata al punto dov’era crollato Jamis.
Stilgar si fece largo a sua volta e raggiunse Jessica, dopo aver seguito il corpo di Jamis nelle profondità della caverna. Le sue parole ebbero una sfumatura amara: «Quando sarà il tempo di sfidarmi per strapparmi il burda, non credere di poter giocare con me come hai fatto con Jamis».
Jessica vide che le parole di Stilgar, dopo le sue, s’imprimevano profondamente in Paul, completando l’opera. L’errore di questa gente… era utile, adesso. Si guardò intorno e vide nei volti che li circondavano le stesse cose che vi scorgeva Paul. Ammirazione, sì, e paura… e odio, in alcuni. Guardò Stilgar e comprese il perché del suo fatalismo, e come egli aveva visto il combattimento.
Paul fissò sua madre: «Tu sai com’è stato» disse.
Lei percepì il ritorno alla ragione, il rimorso. Fece scorrere gli occhi sulla gente, e dichiarò: «Paul non aveva mai ucciso un uomo con una lama».
Stilgar la fronteggiò, incredulo.
«Non giocavo, con lui» disse Paul. A sua volta affrontò sua madre, lisciandosi le pieghe della tuta e lanciando un’occhiata al sangue che imbrattava il pavimento. «Io non volevo ucciderlo.»
Jessica vide che, lentamente, Stilgar accettava la verità; l’uomo portò alla barba una mano dalle vene prominenti, con un gesto pieno di sollievo. Si udì un mormorio di assenso tra la folla.
«È per questo che gli hai chiesto di arrendersi» disse Stilgar. «Capisco. I nostri costumi sono diversi, ma ne saprai le ragioni. Temevo di aver accolto uno scorpione fra noi.» Esitò, e poi concluse: «Non ti chiamerò più ’ragazzo’».
Una voce dalla folla gridò: «Ha bisogno di un nome, Stil».
Stilgar annuì, tirandosi la barba: «C’è della forza in te… una forza simile a quella di un pilastro». Di nuovo esitò prima di continuare: «Noi tutti ti conosceremo col nome di Usul, la base del pilastro. Questo è il tuo nome segreto, da soldato. Noi soli del Sietch Tabr potremo usarlo… Usul».
Un nuovo mormorio della folla: «Ottima scelta… Quella forza… ci porterà fortuna».
E Jessica sentì che lo accettavano, e con suo figlio, il suo campione, accettavano lei, la Sayyadina.
«Ora, quale nome da adulto tu sceglierai per noi, perché sia possibile chiamarti davanti a tutti?» chiese Stilgar.
Paul guardò sua madre e ancora Stilgar. Frammenti di questo istante corrispondevano alla sua memoria, presciente, ma percepì una differenza fisica, una pressione che lo forzava attraverso la stretta porta del presente.
«Come chiamate quel piccolo topo… il topo che salta!» chiese Paul, ricordandosi del trepestio di tante piccole zampe nel Bacino del Tuono. Illustrò il movimento con una mano.
Qualcuno scoppiò a ridere, tra la gente.
«È il muad’dib» disse Stilgar.
Jessica s’irrigidì. Era il nome che Paul le aveva detto, affermando che i Fremen li avrebbero accettati e lo avrebbero chiamato così. All’improvviso, ebbe paura di lui, e per lui.
Paul inghiottì. Stava recitando una parte, in questo istante, che aveva già recitato innumerevoli volte nella sua mente, e tuttavia… era diverso. Si vide su una vetta vertiginosa, ricco d’esperienza e di conoscenza, ma intorno a lui, dovunque, l’abisso.
E ricordò ancora una volta la visione: legioni di fanatici che seguivano lo stendardo verde nero degli Atreides, che depredavano e bruciavano l’intero universo in nome del profeta Muad’Dib.
Non deve accadere!
«Questo è il nome che desideri, Muad’Dib?» chiese Stilgar.
«Io sono un Atreides» Paul bisbigliò, e poi, a voce più alta: «Non è giusto che io rinunci del tutto al nome che mio padre mi ha dato. Potreste chiamarmi Paul Muad’Dib?»
«Tu sei Paul Muad’Dib» dichiarò Stilgar.
E Paul pensò: Questo non era in nessuna delle mie visioni. Ho fatto qualcosa di diverso.
Ma, intorno a lui, c’era sempre l’abisso.
Ancora una volta si alzarono dei mormoni dalla folla, mentre i Fremen si guardavano in viso: «Saggezza e potenza… Non potevano chiedere di più… È certamente la leggenda… Lisan al-Gaib… Lisan al-Gaib…»
«Questo ti dico del tuo nuovo nome» riprese Stilgar. «Ci piace. Muad’Dib è saggio alla maniera del deserto. Muad’Dib si crea la propria acqua. Muad’Dib si nasconde al sole e viaggia nel fresco della notte. Muad’Dib è prolifico e si moltiplica sulla terra. Noi chiamiamo Muad’Dib il ’Maestro dei bambini’. Questa è la solida base sulla quale edificherai la tua vita, Paul Muad’Dib, Usul per noi. Noi ti diamo il benvenuto.» Stilgar toccò la fronte di Paul col palmo della mano, lo abbracciò e mormorò: «Usul».
E quando Stilgar lo lasciò andare, un altro dei Fremen lo abbracciò, ripetendo il suo nome. E Paul passò di abbraccio in abbraccio attraverso tutta la folla e udì in tutte le voci e le sfumature «Usul… Usul… Usul…». Paul già ne riconosceva alcuni e il modo in cui si chiamavano. E infine vi fu Chani, che premette la guancia contro la sua, stringendolo a sé e pronunciando il suo nome.