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Poi Paul fronteggiò nuovamente Stilgar, il quale disse: «Ora tu appartieni all’Ichwan Bedwain, fratello». Il suo volto s’indurì e la sua voce divenne imperiosa: «E ora, Paul Muad’Dib, chiudi la tua tuta distillante!» Fulminò Chani con un’occhiata: «Chani! Il filtro al naso di Paul Muad’Dib è sistemato nel peggior modo possibile! Credevo di averti ordinato di badare a lui!»

«Non ho i tamponi, Stil. Ci sarebbero quelli di Jamis, ma…»

«Basta!»

«Ne cederò a Paul Muad’Dib uno dei miei» disse Chani. «Io posso cavarmela con uno solo, finché…»

«No. Abbiamo dei pezzi di ricambio. Dove sono? Siamo un gruppo organizzato o una banda di selvaggi?»

Alcune mani uscirono dalla folla porgendo oggetti duri e fibrosi. Stilgar ne scelse quattro e li diede a Chani: «Occupati di Usul e della Sayyadina».

Una voce si alzò dalle ultime file: «E l’acqua, Stil? Quei literjon nel loro sacco?»

«Conosco il tuo bisogno, Farok» disse Stilgar. Guardò Jessica. Lei annuì.

«Spillane uno per quelli che ne hanno bisogno» riprese Stilgar. «Maestro d’Acqua… dov’è il Maestro d’Acqua? Ah, Shimoon, misura la quantità necessaria, non una goccia di più. Quest’acqua è di proprietà della Sayyadina, e le sarà rimborsata dal sietch alla tariffa del deserto, dedotte le spese d’imballaggio.»

«La tariffa del deserto?» chiese Jessica.

«Dieci a uno» spiegò Stilgar.

«Ma…»

«Una regola molto saggia, come scoprirai» concluse Stilgar.

In un fruscio di mantelli, gli uomini andarono a prendere l’acqua.

Stilgar alzò una mano, e si fece silenzio. «Quanto a Jamis» disse, «io ordino che si svolga la cerimonia completa. Jamis era un nostro compagno e un fratello dell’Ichwan Bedwain. Non ce ne andremo senza il rispetto dovuto a colui che col suo tahaddi ha messo alla prova la nostra fortuna. Io invoco il rito… al calar del sole, quando l’ombra lo coprirà.»

Paul, nell’udire queste parole, scivolò una volta ancora nell’abisso… nel tempo cieco. Nella sua mente non c’era alcun passato per questo futuro… eccettuato… sì, poteva ancora distinguere lo stendardo verde e nero degli Atreides che sventolava… in qualche punto davanti a lui… le spade insanguinate del jihad e le orde dei fanatici.

Non accadrà, disse tra sé. Non lo consentirò, mai.

Dio creò Arrakis per temprare il fedele.

dalla «Saggezza di Muad’Dib», della Principessa Irulan

Nell’oscurità della caverna, Jessica udì lo stridio della sabbia sulla roccia, sotto i passi dei Fremen, e il grido lontano di un uccello: era il richiamo delle sentinelle, come aveva detto Stilgar.

I grandi sigilli di plastica furono tolti dalle aperture della caverna. Jessica vide le ombre della sera che avanzavano sul labbro di roccia davanti a lei e sul bacino che si spalancava più sotto. Nel calore asciutto e nelle ombre sentì il giorno che si allontanava. Ben presto, lei lo sapeva, il suo addestramento le avrebbe dato ciò che i Fremen già avevano: l’abilità di accorgersi anche del più piccolo cambiamento di umidità.

Come si erano affrettati a stringere le tute distillanti, quando erano stati tolti i sigilli! Dalle profondità della caverna qualcuno cominciò a cantare:

«Ima trava okolo! I korenka okolo!»

Jessica tradusse, dentro di sé: «Queste sono le ceneri! E queste le radici!» La cerimonia funebre era cominciata.

Guardò il tramonto di Arrakis, le pennellate di colore che si dispiegavano nel cielo. La notte scandiva le sue prime ombre sulle rocce lontane e sulle dune. E tuttavia il calore persisteva.

Il calore la indusse a pensare all’acqua e a tutto questo popolo temprato ad aver sete solo in certi momenti.

Sete.

Ricordò le onde, su Caladan, sotto la luna e la schiuma che avviluppava gli scogli in tanti mantelli candidi… il vento saturo di umidità. Ora, invece, la brezza che le agitava il mantello le inaridiva la pelle delle guance e della fronte. Il nuovo filtro per il naso l’infastiva, e scoprì spiacevolmente che il tubo che dal suo volto si tuffava nelle profondità della tuta, recuperando l’umidità del respiro, le dava fastidio.

La stessa tuta distillante era un bagno turco.

«La tuta ti sembrerà più comoda quando il tuo corpo conterrà meno acqua» le aveva detto Stilgar.

Era vero, sapeva che Stilgar aveva ragione, ma questo non la faceva star meglio, in quel preciso momento. Inconsciamente l’acqua la preoccupava ed era un peso per la sua mente. No, si corresse, è l’umidità che mi preoccupa.

Era un problema più profondo e sottile.

Sentì dei passi che si avvicinavano, si voltò e vide Paul uscire dalle profondità della caverna seguito da Chani dal volto di elfo.

Un’altra cosa, pensò Jessica. Le loro donne: Paul dev’essere messo in guardia. Una di queste donne del deserto non sarà mai una moglie degna di un Duca. Concubina, sì. Ma non moglie.

Poi pensò a se stessa: Forse mi ha convinta ai suoi progetti? Era stata così ben condizionata. Posso pensare alle necessità matrimoniali di un Duca senza neppure ricordarmi del mio concubinato. E tuttavia, io ero… più di una concubina.

«Madre.»

Paul si fermò di fronte a lei. Chani era al suo fianco.

«Madre, sai quello che stanno facendo, laggiù?»

Jessica alzò gli occhi e incontrò il suo sguardo cupo sotto il cappuccio.

«Penso di sì.»

«Chani mi ha mostrato… Io devo vedere, e dare il mio… consenso, per la misura dell’acqua.»

Jessica guardò Chani.

«Stanno recuperando l’acqua di Jamis» spiegò Chani. La sua voce acuta acquistava un tono nasale a causa dei filtri. «È la regola. La carne appartiene alla persona, ma l’acqua è della tribù… fuorché in combattimento.»

«Dicono che quell’acqua è mia» disse Paul.

Jessica si chiese perché tutto questo risvegliasse all’improvviso la sua diffidenza.

«L’acqua del combattimento appartiene al vincitore» spiegò ancora Chani. «Perché si combatte senza tuta. Il vincitore ha il diritto di recuperare l’acqua che ha perduto nella lotta.

«Non voglio la sua acqua» mormorò Paul. Sentì di appartenere a molte immagini diverse che si agitavano simultaneamente, a caso, sconcertando la sua vista interiore. Non sapeva assolutamente quello che avrebbe fatto, ma di una cosa era certo: non voleva l’acqua distillata dalla carne di Jamis.

«È… acqua» disse Chani.

Jessica si stupì del modo in cui lo diceva. «Acqua.» Un suono semplice, e tuttavia così pieno di significato. Un assioma Bene Gesserit diceva: «La sopravvivenza è la capacità di nuotare nelle acque più strane». E Jessica pensò: In queste acque strane, Paul ed io dobbiamo trovare le correnti favorevoli… se vogliamo sopravvivere.

«Accetta l’acqua» gli disse.

Riconobbe il tono. L’aveva già usato col Duca scomparso, un giorno, quando gli aveva ingiunto di accettare una grossa somma in cambio della sua partecipazione a un’impresa rischiosa, semplicemente perché il denaro contribuiva alla potenza degli Atreides.

Su Arrakis l’acqua era il denaro. Lei l’aveva capito.

Paul restò silenzioso: avrebbe fatto quanto lei gli aveva detto non perché era un ordine, ma perché il tono della sua voce l’aveva costretto a riflettere. Rifiutare l’acqua sarebbe stato infrangere le usanze dei Fremen.