I gradini finirono e il gruppo attraversò un’altra porta. La luce del globo luminoso si disperse in un’immensa cavità sotterranea dall’altissimo soffitto a cupola.
Paul sentì Chani stringergli il braccio e udì, nell’aria fredda, un gocciolio. In questa atmosfera di cattedrale, creata dallo stillicidio dell’acqua, un’immobilità assoluta sembrò impadronirsi dei Fremen.
Ho visto questo luogo in un sogno, pensò Paul.
Era, nello stesso tempo, rassicurante e frustrante. C’erano sempre, nel suo avvenire, le orde di fanatici che si tracciavano un cammino sanguinoso attraverso l’intero universo, in suo nome. Lo stendardo verde nero degli Atreides sarebbe diventato un simbolo di terrore. Legioni selvagge si sarebbero gettate nella mischia lanciando il grido di battaglia: «Muad’Dib!»
Non sarà mai! pensò. Non posso permetterlo.
Ma sentì ugualmente dentro di sé la disperata urgenza razziale, il suo terribile scopo, e seppe che sarebbe stato quasi impossibile deviare il flagello che stava acquistando forza e slancio. Se lui fosse morto in quell’istante, esso sarebbe continuato attraverso sua madre e sua sorella non ancora nata. Niente l’avrebbe fermato, se non la morte di tutti, là dentro: i Fremen, lui stesso, sua madre.
Paul si guardò intorno e vide il gruppo disposto in una lunga fila. Lo stavano spingendo verso una bassa barriera intagliata nella roccia. Al di là, alla luce del globo di Stilgar, Paul distinse la cupa superficie di una distesa d’acqua che si perdeva nell’ombra. La muraglia opposta era appena visibile, forse a più di cento metri di distanza.
Jessica sentì che la sua pelle arida e secca si distendeva, sulle guance e la fronte, nell’aria umida. La pozza d’acqua era profonda: percepì questa profondità e lottò contro il desiderio di affondarvi le mani.
Vi furono un tonfo e uno spruzzo alla sua sinistra. Oltre la linea nera dei Fremen, vide Stilgar e Paul, e accanto a loro i Maestri d’Acqua che rovesciavano il loro fardello attraverso un contatore di flusso. Il contatore era un occhio tondo e grigio sull’orlo della pozza. Vide il suo indice luminoso muoversi mentre l’acqua vi fluiva attraverso, e fermarsi ai trentatré litri, sette dracme e un terzo.
Magnifica precisione, pensò Jessica. E vide che le pareti del contatore non conservavano la minima traccia di umidità dopo il passaggio dell’acqua. La tensione superficiale del liquido era annullata. Questo semplice fatto era un eloquente indizio sulla tecnologia dei Fremen: erano dei perfezionisti.
Jessica si aprì facilmente il cammino fino a Stilgar, e avvicinandosi notò lo sguardo assente di Paul. Ma il mistero di questa grande pozza d’acqua occupava tutti i suoi pensieri.
Stilgar la fissò. «Alcuni di noi avevano urgente bisogno d’acqua. E tuttavia sono venuti qui e non l’hanno toccata. Hai visto?»
«Ho visto.»
Stilgar guardò la pozza. «Qui, noi abbiamo più di trentotto milioni di decalitri d’acqua. Nascosti e ben protetti dai piccoli creatori. Al sicuro.
«Un tesoro» disse Jessica.
Stilgar alzò il globo luminoso e la folgorò con lo sguardo. «Molto più di un tesoro. Abbiamo migliaia di questi nascondigli. Pochi di noi li conoscono tutti.» Piegò la testa: la luminosità del globo accentuò le ombre sul suo viso: «Sentite?»
Tutti ascoltarono.
Il gocciolio dell’acqua catturata dalla trappola a vento riempì la caverna con la sua presenza. Jessica colse l’estasi sui volti di tutti i Fremen, immobili. Paul soltanto sembrava distaccato, estraneo a quel gocciolio.
Per lui, ogni goccia che cadeva era un attimo che moriva. Sentiva il tempo scorrere dentro di lui, e ogni istante non poteva esser più ricatturato. Sentì il bisogno di prendere una decisione, ma non aveva la forza di muoversi.
«Tutto è stato calcolato con precisione» bisbigliò Stilgar. «Con l’approssimazione di un milione di decalitri, noi sappiamo quanta acqua ci serve. Quando l’avremo, allora cambieremo il volto di Arrakis.»
La risposta salì dall’oscurità con un mormorio. «Bi-la kaifa.»
«Intrappoleremo le dune sotto ciuffi d’erba» continuò Stilgar, mentre la sua voce aumentava d’intensità. «Trasformeremo il suolo in una spugna con alberi e radici.»
«Bi-la kaifa» intonarono i Fremen.
«Ogni anno i ghiacci polari si ritirano sempre più.»
«Bi-la kaifa.»
«Faremo di Arrakis la nostra vera casa, i laghi nelle zone temperate, le calotte di ghiaccio ai poli, e solo l’alto deserto per il creatore e la sua spezia.»
«Bi-la kaifa.»
«E nessun uomo avrà più bisogno di acqua. Potrà prelevarla dai pozzi, dai laghi o dai canali, e sarà sua. Scorrerà lungo i qanat per nutrire le piante. Sarà a disposizione di chiunque. Sarà di ogni uomo, basterà solo che porga la mano.»
«Bi-la kaifa.»
Jessica percepì la ritualità religiosa delle parole e la sua istintiva reverenza: Essi hanno concluso un’alleanza con l’avvenire, pensò. Devono anch’essi scalare una montagna. È un sogno scientifico… e questo popolo semplice, questi contadini ne sono imbevuti.
I suoi pensieri si volsero a Liet-Kynes, l’Ecologo Planetario dell’Imperatore, l’uomo che si era trasformato in un nativo, e provò meraviglia per lui. Era un sogno capace di avvincere l’anima di quegli uomini, e Jessica sentì la presenza dell’ecologo in quel sogno. Gli uomini erano pronti a morire per lui. Era un altro degli elementi essenziali di cui Paul aveva bisogno: un popolo con uno scopo. Sarebbe stato assai facile suscitare fervore e fanatismo in un simile popolo. Avrebbe potuto impugnarlo come una spada per riconquistare il suo posto.
«Dobbiamo partire, adesso» disse Stilgar. «Aspetteremo il sorgere della prima luna. Quando Jamis sarà sulla buona strada, ritorneremo a casa.»
Mormorando, con riluttanza, i Fremen lo seguirono su per la scala intagliata nella roccia, voltando le spalle all’acqua.
Paul, incamminandosi dietro a Chani, sentì che gli sfuggiva un istante vitale, che si era lasciato sfuggire una decisione di fondamentale importanza, e che era prigioniero, ormai, del suo stesso mito. Sapeva di aver già visto questo luogo in un sogno presciente, sul lontano Caladan, ma c’erano dei particolari che non aveva mai conosciuto e che arricchivano il suo sogno. Una volta ancora i limiti del suo potere lo turbarono. Era come se cavalcasse in un’onda del tempo, a volte nel suo cavo, a volte sulla cresta… e intorno a lui, a perdita d’occhio, altre onde si alzavano e ricadevano, rivelando e poi nascondendo quello che trasportavano sulla superficie.
Ma, instancabile, il selvaggio jihad compariva davanti a lui con la violenza e i massacri, come uno scoglio incrollabile.
La folla sfilò attraverso l’ultima porta per riunirsi nella caverna principale. La porta fu chiusa. Le luci furono spente, gli orifizi della cavità nuovamente aperti, rivelando la notte intorno a loro e le stelle che illuminavano il deserto.
Jessica si diresse verso il bordo disseccato, al di là della soglia, e guardò in alto le stelle. Erano brillanti, vicine. I Fremen si mossero intorno a lei, sentì il suono di un baliset che qualcuno accordava, alle sue spalle, e la voce di Paul che ne regolava la tonalità a bocca chiusa. C’era una malinconia, in quella voce, che non le piacque.
«Parlami delle acque del tuo pianeta natale» disse la voce di Chani dall’oscurità della caverna.
«Un’altra volta, Chani, te lo prometto» rispose Paul.
Così triste…
«È un buon baliset» riprese Chani.
«Molto buono… Credi che Jamis mi odierà se lo uso?»
Parla dei morti come se fossero vivi, pensò Jessica, turbata.