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Una voce d’uomo s’intromise: «Gli piaceva cantare qualcosa, a quest’ora».

«Allora cantami una delle tue canzoni» lo pregò Chani.

C’è tanta femminilità nella voce di questa ragazza, si disse Jessica. Dovrò mettere Paul in guardia verso le loro donne… al più presto.

«È una canzone che cantava un mio amico» disse Paul. «Credo che Gurney sia morto, adesso. La chiamava la sua canzone della sera.»

I Fremen tacquero, mentre la voce squillante di Paul s’innalzava sugli accordi del baliset:

«In questo cielo di ceneri ardenti… Nel sole dorato che si perde nel crepuscolo, Quali sensi impazziti, profumo di disperazione, Sono compagni dei nostri ricordi…»

Jessica sentì nel suo petto la musica delle parole: pagana, carica di suoni che all’improvviso la resero acutamente conscia di se stessa, del suo corpo, dei suoi desideri. Ascoltò nel silenzio pieno di tensione:

«Perle d’incenso nel requiem della notte… Per noi! Quale gioia allora risplende Luminosa nei tuoi occhi… Quali amorini trapunti di fiori Attirano i nostri cuori… Quali amorini trapunti di fiori Placano i nostri desideri».

Dopo l’ultima nota il silenzio si prolungò. Perché mio figlio ha cantato una canzone d’amore alla fanciulla? si chiese Jessica. Sentì un’improvvisa paura. La vita scorreva tutto intorno a lei e le era impossibile afferrarla. Perché ha scelto quella canzone? A volte gli istinti sono veri. Perché lo ha fatto?

Nell’ombra, Paul restò silenzioso, immobile, dominato da un unico pensiero: Mia madre è la mia nemica. Lei non lo sa, ma lo è. È lei che ha il jihad nel sangue. Mi ha fatto nascere, mi ha addestrato. È lei la mia nemica.

Il concetto di progresso è un meccanismo protettivo che ci difende dai terrori del futuro.

dalla «Raccolta dei detti di Muad’Dib», della Principessa Irulan

Ai giochi familiari per il suo diciassettesimo compleanno, Feyd-Rautha Harkonnen uccise il suo centesimo gladiatore schiavo. Gli osservatori della Corte Imperiale, il Conte Fenring e la sua Lady erano sul mondo degli Harkonnen, Giedi Primo, e avevano preso posto con la famiglia di Feyd-Rautha nella loggia dorata, sopra l’arena triangolare.

Per l’anniversario del na-Barone e allo scopo di ricordare a tutti gli Harkonnen e ai loro sudditi che Feyd-Rautha era l’erede designato, quel giorno era festa su tutto Giedi Primo. Il vecchio Barone aveva ordinato che ogni lavoro fosse interrotto da un meridiano all’altro, e nella città familiare di Harko era stato compiuto ogni sforzo per creare un’illusione di gaiezza: gli stendardi garrivano su tutti gli edifici e lungo la Grande Via i muri erano stati ridipinti.

Ma, tra una casa e l’altra, il Conte Fenring e la sua Lady videro mucchi d’immondizia e le pareti stillanti sporcizia che si riflettevano sulle pozzanghere nere dei vicoli, nei quali la gente scivolava furtiva.

Tra le pareti azzurre del castello del Barone regnava una perfezione ispirata dal terrore, ma il Conte e la sua Lady videro il prezzo pagato: guardie dovunque e armi con quella particolare lucentezza che indica un uso frequente. C’erano posti di controllo in quasi tutte le strade e perfino all’interno del castello. I servitori rivelavano l’addestramento militare nel modo in cui camminavano, le spalle rigide… lo sguardo vigile che frugava instancabilmente.

«La tensione aumenta» mormorò il Conte alla Lady nella loro lingua segreta. «Soltanto adesso il Barone comincia veramente a capire il prezzo che ha pagato per sbarazzarsi dei Duca Leto.»

«Un giorno ti racconterò la leggenda della fenice» disse Lady Fenring.

Erano nella sala dei ricevimenti del castello in attesa di recarsi ai giochi di famiglia. Non era una grande sala (era lunga circa quaranta metri e larga la metà) ma i finti pilastri, sulle pareti laterali, finivano ad angolo acuto sul soffitto leggermente incurvato e davano un’illusione di spazio.

«Aaahh, ecco il Barone» fece il Conte.

Il Barone avanzò nella sala col suo caratteristico passo ondeggiante, guidando i sospensori che sostenevano il suo immenso corpo. Le sue guance tremolavano e i sospensori si spostavano sotto il suo manto arancione. Gli anelli scintillavano alle sue dita e opalfuochi riempivano d’iridescenze il suo manto.

Accanto a lui veniva Feyd-Rautha. I suoi capelli scuri erano fittamente arricciolati in un’acconciatura gaia che faceva un bizzarro contrasto con gli occhi cupi. Indossava una tunica nera aderente e calzoni scampanati. I suoi minuscoli piedi calzavano morbide pantofole.

Lady Fenring notò il portamento sicuro del giovane e i muscoli sotto la tunica: Costui, pensò, non si lascerà certo ingrassare.

Il Barone si arrestò davanti a loro, afferrò il braccio di Feyd-Rautha in un gesto possessivo e disse: «Mio nipote, il na-Barone Feyd-Rautha Harkonnen». E girando il suo grasso volto da bambino verso Feyd-Rautha, aggiunse: «Il Conte Fenring e la sua Lady, di cui ti ho parlato».

Feyd-Rautha piegò il capo con la cortesia richiesta. Fissò Lady Fenring. La sua squisita figura era inguainata in una semplice veste ondeggiante di lino, senza alcun ornamento. I capelli della donna erano soffici e dorati e i suoi occhi grigio verdi gli restituirono lo sguardo. Aveva la serena tranquillità delle Bene Gesserit, e lo rendeva vagamente inquieto.

«Uhmmmmm…» fece il Conte. Studiò Feyd-Rautha. «È… uhmmm… quel bravo giovane… Ah, sì… Mio caro?» Lanciò un’occhiata al Barone: «Mio caro Barone, voi avete detto di aver parlato di noi a questo bravo giovane? Che cosa gli avete detto?»

«Gli ho parlato della grande stima in cui vi tiene l’Imperatore, Conte Fenring» replicò il Barone. E disse tra sé: Guardalo bene, Feyd! È un assassino dai modi di coniglio… il tipo più pericoloso!

«Naturalmente» disse il Conte, e sorrise alla sua Lady.

L’atteggiamento e le parole di quest’uomo sembrarono quasi insultanti a Feyd-Rautha. Giusto al di qua dei limiti dell’affronto. Il giovane concentrò la sua attenzione sul Conte: un uomo piccolo di statura e dall’aspetto fragile. I suoi occhi neri erano troppo grandi per il suo volto da faina. Le tempie erano sfumate di grigio. Quanto ai suoi gesti… muoveva una mano, girava la testa da un lato e parlava dall’altro… Era quasi impossibile seguirlo.

«Una… uhmmmmm… una simile qualità s’incontra… uhmmm… di rado» disse ancora il Conte, gli occhi puntati sulla spalla del Barone. «Io… ah… mi congratulo con voi per la… uhmmm… perfezione del vostro… ah… erede. Egli trae… uhmmm… vantaggio dall’esperienza degli avi, per così dire.»

«Voi siete troppo gentile» rispose il Barone, inchinandosi, ma Feyd-Rautha notò che non c’era la minima cortesia negli occhi di suo zio.

«Quando voi… mmmmh… siete ironico, questo… ah… suggerisce che voi stiate meditando… uhmmm… ah… qualcosa» continuò il Conte.

Ecco che ricomincia, pensò Feyd-Rautha. Si esprime in modo insultante, ma non c’è nulla nelle sue parole che ci consenta di chiedergli soddisfazione.

Ascoltare quell’uomo dava a Feyd-Rautha la sensazione che qualcuno gli facesse bollire la testa… Uhmmmm… ah! Feyd-Rautha rivolse ancora la sua attenzione a Lady Fenring.

«Stiamo… ah… stiamo rubando troppo tempo a questo giovanotto» disse lei. «Non ho inteso forse che deve comparire nell’arena, oggi?»