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Il Barone percepì la tensione nel Conte e rispose: «Finora, nessun rapporto».

«Finora?»

«Voi ammetterete con me che il fatto di utilizzare Arrakis come pianeta prigione consentirebbe di sviluppare il lavoro in modo notevole.»

«Voi prevedete un aumento di prigionieri?»

«Vi sono stati disordini» ammise il Barone. «Ho dovuto prendere misure assai severe, Fenring. Dopo tutto, voi sapete il prezzo che ho dovuto pagare a quella dannata Gilda per il trasporto delle nostre forze su Arrakis. Devo ben procurarmi questa somma in qualche modo.»

«Vi sconsiglio di usare Arrakis come pianeta prigione senza il permesso dell’Imperatore.»

«Certamente no» disse il Barone, e si chiese il perché di questo gelo improvviso nella voce del Conte.

«E un’altra cosa» riprese il Conte. «Abbiamo saputo che il Mentat del Duca Leto, Thufir Hawat, non è morto, ma lavora per voi.»

«Non mi sentivo proprio di sprecarlo così…»

«Quindi, voi avete mentito al comandante dei Sardaukar, quando avete detto che Hawat era morto?»

«Un’innocente bugia, mio caro Fenring. Non ho avuto abbastanza stomaco per discutere con quell’uomo.»

«Era Hawat il vero traditore?»

«Oh, Dio, no! Era il falso dottore.» Il Barone si asciugò il copioso sudore sul collo. «Dovete capirmi, Fenring, io non avevo più un Mentat. Voi lo sapete bene. Non mi era mai accaduto. Ero del tutto disorientato.»

«Come siete riuscito a convincere Hawat a cambiar partito?»

«Il suo Duca era morto.» Il Barone si sforzò di sorridere. «Non c’è niente da temere da Hawat, mio caro Conte. La carne del Mentat è stata impregnata di un veleno residuo. Gli somministriamo un antidoto ad ogni pasto. Senza l’antidoto, il veleno entra subito in azione… Hawat morirebbe entro pochi giorni.»

«Toglietegli l’antidoto» intimò il Conte.

«Ma mi è utile!»

«Sa troppe cose che nessun uomo vivo dovrebbe conoscere.»

«Voi avete detto che l’Imperatore non ha paura di esporsi.»

«Non scherzate con me, Barone!»

«Quando vedrò questo ordine col sigillo imperiale, obbedirò» dichiarò il Barone. «Ma rifiuto di sottomettermi a un vostro capriccio.»

«Pensate che sia un capriccio?»

«Che altro potrebbe essere? L’Imperatore, anche lui, ha parecchi obblighi verso di me, Fenring. L’ho sbarazzato di quell’ingombrante Duca.»

«Con l’aiuto di qualche Sardaukar.»

«Quale altra Casa avrebbe trovato, l’Imperatore, che gli fornisse le uniformi per nascondere la sua mano in questa faccenda?»

«Anche lui si è posto la domanda, Barone, ma in modo leggermente diverso.»

Il Barone studiò Fenring, il volto rigido, la tensione, il perfetto controllo di sé. «Ah, su» proseguì, «l’Imperatore non crederà di potermi attaccare conservando il segreto’?»

«Spera che non sia necessario.»

«L’Imperatore non può credere che io lo minacci!» Il Barone diede sfogo alla collera e all’amarezza. Lascia pure che mi faccia un torto su questo punto! Potrei salire sul trono senza cessare un solo istante di protestare la mia innocenza!

La voce del Conte replicò, asciutta e lontana: «L’Imperatore crede a quello che gli dicono i sensi».

«Oserebbe l’Imperatore accusarmi di tradimento davanti all’intero Consiglio del Landsraad?» Il Barone trattenne il fiato, sperando che fosse così.

«L’Imperatore non ha bisogno di osare.»

Il Barone si girò di scatto, ondeggiando sui sospensori, per nascondere la sua espressione. Potrebbe accadere mentre sono ancora in vita! pensò. Imperatore! Che mi accusi, dunque! Poi, basterà un po’ di coercizione, di corruzione. Le Grandi Case chiameranno aiuto e si precipiteranno tutte sotto il mio stendardo come una folla di contadini in cerca di un rifugio. Quello che temono più di ogni altra cosa sono i Sardaukar dell’Imperatore, che le aggrediscano una alla volta.

«L’Imperatore spera sinceramente di non dovervi mai accusare di tradimento» disse il Conte.

Il Barone trovò difficile cancellare ogni ironia dalla propria voce e permettersi solo un tono dolente, ma ci riuscì. «Sono sempre stato un suddito fedele. Queste parole mi feriscono oltre ogni dire.»

«Uhmmmmmmmm» fece il Conte.

Il Barone continuò a voltare la schiena al Conte, e annuì. Poco dopo, riprese: «È tempo di recarci all’arena».

«Ma certamente» disse il Conte.

Uscirono dalla zona di silenzio e, fianco a fianco, s’incamminarono verso la folla delle Case Minori, sull’altro lato del salone. Una campana batté lentamente alcuni rintocchi in qualche punto del castello. Mancavano venti minuti ai giochi.

«Le Case Minori vi aspettano perché voi le guidiate» disse il Conte, accennando col mento.

Doppio senso… pensò il Barone. Doppio senso.

Alzò lo sguardo verso i nuovi talismani che ornavano i due lati dell’ingresso principale: la testa del toro e il ritratto a olio del Vecchio Duca Atreides, padre del defunto Duca Leto. Questa visione lo riempì di una strana premonizione, e si chiese quali pensieri avessero mai ispirato al Duca Leto quand’erano appesi nelle sale di Caladan e poi in quelle di Arrakis… l’arrogante bravata del padre e il toro che lo aveva ucciso.

«L’umanità ha… ah… solo una… uhmmmm… scienza» disse il Conte, mentre lasciavano il salone, precedendo la folla che si riuniva dietro di loro. Emersero nella sala d’attesa, un locale assai stretto con alte finestre e un pavimento piastrellato bianco e porpora.

«E, qual è?» chiese il Barone.

«E la… mmmh… scienza del… aah… malcontento» spiegò il Conte.

Dietro a loro, la gente delle Case Minori, dai volti docili come montoni, rise come si conveniva, ma l’allegria suonò falsa, mescolandosi all’improvviso rimbombo dei motori che li investì nell’istante in cui i paggi spalancarono le porte verso l’esterno, rivelando la fila di macchine e gli stendardi che sventolavano.

Il Barone alzò la voce per sovrastare il frastuono improvviso e disse: «Mi auguro che l’esibizione di mio nipote, oggi, non vi deluda, Conte Fenring».

«Ahhh… mi aspetto… uhmmmm… veramente molto da… ah… questo spettacolo» replicò il Conte. «In un… uhmmmm… proces verbal… ah… bisogna sempre tener… uhmmmm… conto… mmmmh… dell’origine.»

Inciampando nel primo gradino, il Barone riuscì a dissimulare la sorpresa. Proces verbal! Il rapporto di un crimine contro l’Impero!

Ma il Conte scoppiò a ridere, battendo con la mano sul braccio del Barone per farlo apparire uno scherzo.

Per tutta la strada verso l’arena, tuttavia, il Barone tacque, sprofondato nei cuscini della sua macchina corazzata, lanciando occhiate furtive al Conte seduto accanto a lui, chiedendosi perché questo lacché dell’Imperatore avesse ritenuto necessario pronunciare quella battuta davanti alle Case Minori. Era ovvio che Fenring faceva raramente qualcosa d’inutile, come non usava mai due parole al posto di una o non si accontentava di un solo significato per ogni frase.

Ebbe la risposta soltanto quand’ebbero preso posto nella loggia dorata, sull’arena triangolare, tra gli stendardi e la folla che gremiva le scalinate. I corni squillarono e il Conte accostò la bocca al suo orecchio: «Mio caro Barone, voi saprete, vero, che l’Imperatore non ha sanzionato ufficialmente la vostra scelta dell’erede?»

Al Barone sembrò di essere sprofondato all’improvviso per lo choc, in un cono di silenzio. Fissò Fenring e a stento si accorse della sua Lady che si avvicinava tra i cordoni di guardie per raggiungerli nella loggia.