«Questa è la vera ragione della mia presenza» proseguì il Conte. «L’Imperatore vuole che io gli dica se voi avete scelto un valido successore. Non c’è niente di meglio dell’arena per rivelare un individuo, non è vero?»
«L’Imperatore mi ha garantito la libera scelta del mio erede!» ringhiò il Barone.
«Vedremo» disse Fenring, e si voltò per accogliere la moglie. Lady Fenring si sedette, sorrise al Barone, poi rivolse la sua attenzione alla sabbia dell’arena dove Feyd-Rautha era comparso, in maglia aderente e corsetto, il guanto nero e il coltello lungo nella destra, il guanto bianco e il coltello corto nella sinistra.
«Bianco per il veleno, nero per la purezza» dichiarò Lady Fenring. «Che usanza curiosa, non è vero, amore mio?»
«Uhmmmm» fece il Conte.
Acclamazioni si alzarono dalla galleria di famiglia e Feyd-Rautha si arrestò per rispondere, alzando gli occhi e scrutando quei volti: cugini e cugine, fratellastri, concubine e parenti fuori freyn, una confusione di bocche rosate che vociferavano in un ondeggiare multicolore di vesti e di stendardi.
Feyd-Rautha si rese conto che quei volti avrebbero manifestato uguale avidità contemplando sia il suo sangue sia quello del gladiatore schiavo. Non c’era alcun dubbio sul risultato del combattimento, naturalmente. C’era soltanto l’apparenza del pericolo, non la sostanza. Tuttavia…
Feyd-Rautha alzò i coltelli verso il sole, salutando i tre lati dell’arena nell’antica maniera. La lama corta nel guanto bianco (bianco, il segno del veleno) si calò per prima nel fodero. Poi fu la volta della lama lunga nel guanto nero… la lama pura, ora impura, la sua arma segreta per trasformare quel giorno in una vittoria personale: il veleno era sulla lama nera.
Gli bastò un attimo per regolare lo scudo, e, immobile, percepì la tensione della pelle sulla fronte, che gli garantiva una perfetta difesa.
Era il suo spettacolo, e Feyd-Rautha cominciò ad orchestrarlo con mano da maestro. Accennò col capo ai suoi manipolatori e distrattori, verificando con un’occhiata il loro equipaggiamento, le catene dentate, aguzze e scintillanti, gli artigli e gli uncini ornati di festoni azzurri.
Poi voltò il capo verso i musicisti.
La lenta marcia, antica e solenne, s’innalzò nell’arena e Feyd-Rautha, alla testa della sua truppa, avanzò fin sotto al palco dello zio per rendergli omaggio. Afferrò la chiave cerimoniale che gli fu lanciata.
La musica cessò.
Nell’improvviso silenzio, Feyd-Rautha fece due passi indietro, alzò la chiave e gridò: «Dedico questa verità a…» S’interruppe, indovinando il pensiero che aveva folgorato suo zio: Questo giovane pazzo vuol dedicare la verità a Lady Fenring, contro tutto e tutti, e provocherà uno scandalo!
«…a mio Zio, il mio patrono, il Barone Vladimir Harkonnen!» urlò Feyd-Rautha.
E sorrise, cogliendo il sospiro di suo zio.
I musicisti intonarono una marcia più rapida e Feyd-Rautha condusse nuovamente i propri uomini attraverso l’arena, verso la porta della prudenza attraverso la quale passava soltanto chi mostrava lo speciale nastro d’identificazione. Feyd-Rautha si vantava di non aver mai usato quella porta e di aver fatto ricorso assai raramente ai distrattori. Ma, quel giorno, era piacevole pensare di averli a sua disposizione… i piani speciali a volte comportano rischi speciali.
Il silenzio calò nuovamente sull’arena.
Feyd-Rautha si voltò e fronteggiò la grande porta rossa dalla quale sarebbe emerso il gladiatore.
Il gladiatore speciale.
Il piano escogitato da Thufir Hawat era mirabilmente semplice e diretto, pensò Feyd-Rautha. Lo schiavo non sarebbe stato drogato… e questo era il pericolo. Ma una parola chiave era stata impressa nell’inconscio dell’uomo, per bloccarlo nell’istante cruciale. Feyd-Rautha ripeté più volte, dentro di sé, la parola chiave: «Canaglia!» Agli occhi degli spettatori tutto si sarebbe svolto come se qualcuno fosse riuscito a introdurre nell’arena uno schiavo non drogato, per uccidere il na-Barone. E le prove schiaccianti, accuratamente preparate, avrebbero indicato nel Maestro degli Schiavi il colpevole.
Un sordo ronzio si alzò dai servomotori della grande porta rossa, la quale cominciò ad aprirsi.
Feyd-Rautha concentrò tutta la sua attenzione sulla porta. Il primo momento era il più critico. Nel preciso istante in cui il gladiatore appariva, un occhio esercitato avrebbe colto, fulmineamente, quant’era necessario sapere. Si dava per scontato che tutti i gladiatori fossero sotto l’influenza dell’elacca, pronti a morire in combattimento… ma bisognava osservare il modo in cui brandivano il coltello e calavano la guardia, per rendersi conto se erano coscienti della folla, oppure no. La semplice inclinazione della testa poteva fornire l’indizio più importante per una finta o un contrattacco.
La porta rossa si spalancò.
Ne uscì a passo di carica un uomo alto e muscoloso, la testa rasata e gli occhi simili a pozzi tenebrosi. La sua pelle era del colore rosso carota che conferiva l’elacca, ma Feyd-Rautha sapeva che era dipinta. Lo schiavo indossava una calzamaglia verde e la cintura rossa di un semiscudo: la freccia, sulla cintura, era inclinata a sinistra, indicando che solo il lato sinistro dello schiavo era schermato. Impugnava il coltello come una spada, leggermente puntato in avanti, al modo di un combattente sperimentato. Lentamente avanzò verso il centro dell’arena, presentando il fianco schermato a Feyd-Rautha e ai suoi uomini riuniti accanto alla porta della prudenza.
«Non mi piace il suo aspetto» disse uno degli alabardieri di Feyd-Rautha. «Siete certo che sia drogato, signore?
«Ne ha il colore» fece Feyd-Rautha.
«Tuttavia, è in posizione di combattimento» insisté un altro degli uomini.
Feyd-Rautha avanzò di due passi sulla sabbia e studiò il suo avversario.
«Che cosa si è fatto al braccio?» disse uno dei distrattori.
Feyd-Rautha fissò affascinato il graffio sanguinante sull’avambraccio sinistro dell’uomo. Poi vide la mano che gli indicava un disegno che l’uomo si era tracciato col sangue sul fianco sinistro della calzamaglia verde. Un profilo stilizzato, ancora umido: un falco.
Un falco!
Feyd-Rautha guardò dritto nei suoi occhi tenebrosi e colse un lampo di eccitazione.
È uno dei soldati del Duca Leto che abbiamo catturato su Arrakis! pensò. Non un semplice gladiatore! Rabbrividì da capo a piedi e si chiese, angosciato, se Hawat non avesse in realtà un altro piano per l’arena, un trucco ancora più raffinato… E anche in questo caso il Maestro degli Schiavi sarebbe apparso l’unico colpevole!
Il capo dei manipolatori parlò all’orecchio di Feyd-Rautha: «Non mi piace lo sguardo di quell’uomo, signore. Lasciate che gli pianti una o due picche sul braccio che impugna il coltello, per metterlo alla prova».
«Pianterò io stesso le picche» dichiarò Feyd-Rautha. Afferrò un paio di lunghe aste uncinate, le sollevò, saggiandone l’equilibrio. Di solito anche le picche erano avvelenate… ma non questa volta, e questo avrebbe potuto costar la vita al capo dei manipolatori. Ma tutto ciò faceva parte del piano.
«Uscirai come un eroe da questo duello» gli aveva detto Hawat. «Avrai ucciso il tuo gladiatore in un combattimento da uomo a uomo, nonostante il tradimento. Il Maestro degli Schiavi sarà giustiziato e il tuo uomo prenderà il suo posto.»
Feyd-Rautha avanzò di altri cinque passi nell’arena, sempre osservando lo schiavo. Sapeva che gli esperti, sui palchi sopra di lui, già avevano capito che c’era qualcosa di sbagliato. Il gladiatore aveva la pelle del giusto colore per un drogato, ma era immobile e non tremava. Gli intenditori avrebbero bisbigliato tra loro: «Vedi come sta in guardia? Dovrebbe agitarsi… attaccare o fuggire. Vedi come conserva le forze? Come aspetta? Non dovrebbe aspettare».