Feyd-Rautha sentì crescere la propria eccitazione. Tradimento o no, disse tra sé, riuscirò ad abbatterlo. Il veleno si trova nel mio coltello lungo, oggi, e non in quello corto. Neppure Hawat lo sa.
«Ehi, Harkonnen!» gridò lo schiavo. «Sei pronto a morire?»
Un silenzio mortale calò sull’arena: gli schiavi non lanciavano mai la sfida!
Ora Feyd-Rautha vide chiaramente gli occhi del gladiatore, la gelida ferocia della disperazione. L’uomo era sempre immobile, agile e scattante, i muscoli pronti per la vittoria. Il messaggio segreto di Hawat era passato da schiavo a schiavo e l’aveva raggiunto: «Avrai la possibilità di uccidere il na-Barone». Finora, il piano funzionava alla perfezione.
Un sorriso aleggiò per un attimo sulle labbra di Feyd-Rautha. Alzò le picche, pronto a cogliere il trionfo che il gladiatore, col suo comportamento, gli garantiva.
«Hai! Hai!» lo sfidò lo schiavo e fece due passi in avanti, lentamente.
Nessuno tra il pubblico può sbagliarsi, ora, pensò Feyd-Rautha.
Questo schiavo avrebbe dovuto essere quasi paralizzato dal terrore indotto dalla droga. Ogni suo movimento avrebbe dovuto rivelare la consapevolezza che non c’era via di scampo, per lui… che in nessun modo avrebbe potuto vincere. Il suo cervello avrebbe dovuto contorcersi al ricordo delle innumerevoli storie che circolavano sui diversi veleni che il na-Barone sceglieva per lo stocco nel guanto bianco. Il na-Barone non concedeva mai una morte rapida, si dilettava a esibire i veleni più rari, poteva restare a lungo nell’arena, illustrando i più interessanti effetti sulle vittime in preda alle contorsioni. C’era paura in questo schiavo, sì… ma non terrore.
Feyd-Rautha sollevò in alto le picche, accennò con la testa, quasi un saluto.
Il gladiatore attaccò.
Le sue finte e le sue parate erano le migliori che Feyd-Rautha avesse mai visto. Un colpo laterale mancò per una frazione di secondo di troncare i tendini della gamba sinistra del na-Barone.
Feyd-Rautha balzò indietro, quasi danzando, lasciando una picca conficcata nell’avambraccio destro dello schiavo: gli uncini erano completamente piantati nella carne e l’uomo non avrebbe potuto strapparli via senza recidersi i tendini.
Grida soffocate si alzarono dalle tribune.
E Feyd-Rautha si sentì invaso dall’esaltazione.
Sapeva quello che provava suo zio in quell’istante, seduto lassù accanto ai Fenring, gli osservatori della Corte Imperiale. In questo combattimento non poteva esserci alcuna interferenza. Davanti a simili testimoni ogni formalità doveva essere rispettata. E il Barone avrebbe interpretato gli avvenimenti, giù nell’arena, soltanto in un modo: una minaccia contro la sua persona.
Lo schiavo indietreggiò, stringendo il coltello fra i denti e allacciandosi la picca al braccio con la banderuola. «Non sento il tuo ago!» gridò. Nuovamente impugnò il coltello e partì all’attacco, esponendo il fianco sinistro, il corpo piegato all’indietro per proteggersi il più possibile col mezzo scudo.
Anche questa azione non sfuggì alle tribune. Grida acute si alzarono dai palchi familiari. I manipolatori di Feyd-Rautha lo chiamarono, offrendogli il proprio aiuto.
Feyd-Rautha li invitò bruscamente a ritirarsi.
Sarà uno spettacolo mai visto, pensò. Niente massacri addomesticati in cui ammirare lo stile tranquillamente seduti in poltrona. No… sarà qualcosa da torcer loro le budella. Quando sarò Barone tutti si ricorderanno di questo giorno e a causa di questo giorno avranno paura di me.
Il gladiatore continuò ad avanzare come un granchio e Feyd-Rautha si ritirò lentamente. La sabbia strideva sotto i suoi piedi. Sentì l’ansimare dello schiavo, l’odore acre del proprio sudore e un vago sentore di sangue nell’aria.
Continuò a indietreggiare, curvando a destra e preparando la seconda picca. Lo schiavo si preparò al balzo. Sembrò che Feyd-Rautha inciampasse: qualcuno urlò dalle tribune.
Ancora una volta lo schiavo attaccò.
Dio! Che avversario! pensò Feyd-Rautha, schivando il fulmineo attacco. Soltanto l’impetuosità della sua giovinezza lo aveva salvato, ma aveva lasciato la seconda picca piantata nel muscolo deltoide destro dell’avversario.
Applausi frenetici piovvero dalle tribune.
Ora mi acclamano, pensò Feyd-Rautha. Urla selvagge si alzavano, come Hawat aveva previsto. Non avevano mai applaudito così un campione familiare. E ricordò con una punta di ferocia quello che Hawat gli aveva detto: «Sarà poi più facile essere terrorizzati da un nemico che si ammira».
Rapidamente batté in ritirata verso il centro dell’arena dove tutti l’avrebbero visto chiaramente. Sguainò la lama lunga, si rannicchiò su se stesso e attese.
Lo schiavo si arrestò per il tempo sufficiente ad allacciarsi la seconda picca al braccio, poi caricò.
Che la famiglia mi guardi! sogghignò Feyd-Rautha. Io sono il loro nemico. Che pensino sempre a me come mi vedono ora!
Sguainò la lama corta.
«Non ho paura di te, porco Harkonnen!» urlò il gladiatore. «Non puoi torturare un morto. Posso uccidermi con la mia stessa lama prima che i manipolatori riescano soltanto a sfiorare la mia pelle. E tu sarai morto accanto a me!»
Feyd-Rautha sorrise. Puntò la lama lunga avvelenata. «Prova questa» disse, e fintò con la lama corta.
Lo schiavo fece saltare il suo coltello da una mano all’altra e si girò di scatto, parando e fintando per agganciare la lama corta del na-Barone: quella stretta dal guanto bianco, che avrebbe dovuto essere avvelenata.
«Ti ucciderò, Harkonnen!» ringhiò lo schiavo.
Si precipitarono l’uno contro l’altro attraverso l’arena. Lo scudo di Feyd-Rautha sfiorò il mezzo scudo dello schiavo, con un crepitio azzurro e un forte sentore di ozono.
«Muori del tuo stesso veleno!» ruggì lo schiavo.
Afferrò il polso guantato di bianco di Feyd-Rautha e lo piegò violentemente contro di lui, puntandogli la lama corta sul petto.
Che tutti vedano! ansimò Feyd-Rautha. Calò un fendente con la lama lunga, che rimbalzò contro la picca legata al braccio dello schiavo.
Ebbe un attimo di disperazione. Non aveva pensato che le sue picche potessero rappresentare un vantaggio per l’avversario: in realtà erano un altro scudo. E la forza di quel gladiatore! La lama corta si avvicinava inesorabilmente e Feyd-Rautha si rese conto all’improvviso che un uomo poteva essere ucciso anche da una lama non avvelenata.
«Canaglia!» ringhiò.
Alla parola chiave i muscoli del gladiatore si rilassarono per un breve istante. Questo bastò a Feyd-Rautha: trovò lo spazio sufficiente per la lama lunga: la punta avvelenata guizzò e tracciò una linea scarlatta sul petto dello schiavo. Il veleno agì fulmineamente. L’uomo, in preda al dolore, si staccò da lui e brancolò all’indietro.
Ora, che la cara famiglia guardi! pensò Feyd-Rautha. Lascia che tutti credano che questo schiavo fosse sul punto di piantarti in corpo il pugnale avvelenato. Che si domandino come un gladiatore sia potuto entrare nell’arena pronto a un simile tentativo. E che non sappiano mai con certezza quale delle tue mani porta il veleno.
Immobile, in silenzio, Feyd-Rautha osservò lo schiavo. L’uomo arrancava affannosamente. Ognuno avrebbe potuto leggere nel suo viso la consapevolezza della morte. Lo schiavo sapeva quel che gli era stato fatto e il modo. Il veleno era sulla lama sbagliata.
«Tu!» rantolò.
Feyd-Rautha si tirò indietro, per fare spazio alla morte. La droga paralizzante contenuta nel veleno non aveva ancora completato il suo effetto, ma i movimenti sempre più lenti dell’uomo indicavano il suo progredire.