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«Noi non avremo questo problema.»

«Ma se…»

«Harah!»

Al tono aspro della sua voce lei si azzitti.

Passarono davanti a un’altra caverna illuminata a giorno, oltre un arco alla loro sinistra. «Che cosa fanno qui?» chiese Paul.

«Riparano le macchine per la tessitura» spiegò Harah. «Ma questa notte dovrà essere tutto smontato.» Indicò il tunnel che si biforcava a sinistra: «Laggiù si prepara il cibo e si riparano le tute distillanti». Fissò Pauclass="underline" «La tua tuta sembra nuova, ma ha bisogno di qualche riparazione. Io sono brava con le tute. Lavoro in fabbrica durante la stagione».

Ora, incontravano gruppi sempre più numerosi di Fremen, e su ambedue i lati della galleria le diramazioni erano frequenti. Una fila di uomini e di donne passò accanto a loro trasportando sacchi gorgoglianti che emanavano un intenso odore di spezia.

«Non avranno né la nostra acqua né la nostra spezia» disse Harah. «Te lo garantisco.»

Passando davanti alle aperture sulle pareti della galleria, coperte da pesanti tendaggi fissati alle sporgenze della roccia, Paul intravide ampie stanze dai muri rivestiti di tessuti vivaci e mucchi di cuscini. La gente affacciata alle aperture si zittiva al loro avvicinarsi, fissando Paul con occhi di fuoco.

«La gente trova strano che tu abbia vinto Jamis» disse Harah. «Probabilmente dovrai dare altre prove, quando saremo sistemati nel nuovo sietch.»

«Non mi piace uccidere» ribatté Paul.

«È quello che Stilgar ci ha detto» fece Harah, ma la sua voce tradiva l’incredulità.

Davanti a loro si alzò un canto stridulo. Giunsero a un’apertura laterale, più larga di tutte le altre. Paul rallentò il passo e guardò dentro una stanza gremita di bambini seduti a gambe incrociate sul pavimento ricoperto da un tappeto marrone.

Una donna avvolta in una tunica gialla era accanto a una lavagna, sulla parete opposta, e indicava con uno stiloproiettore diversi disegni: cerchi, angoli e curve, quadrati, linee ondulate e archi tagliati da rette parallele. La donna indicava i disegni, uno dopo l’altro, il più rapidamente possibile, e i fanciulli cantavano al ritmo della sua mano. Allontanandosi, Paul ascoltò il canto che si affievoliva alle sue spalle.

«Albero» cantavano i bambini, «erba, duna, vento, montagna, collina, fuoco, lampo, rocce, polvere, sabbia, calore, rifugio, pieno, inverno, freddo, vuoto, erosione, estate, caverna, giorno, tensione, luna, notte, marea di sabbia, pendio, semina, legaccio…»

«Fate lezione in un momento come questo?» si stupì Paul.

Il volto di Harah s’incupì e il dolore trasparì dalla sua voce: «È quello che Liet ci ha insegnato. Non dobbiamo fermarci un solo istante. Liet è morto, ma non dev’essere dimenticato. Così vuole il Chakobsa».

Deviò a sinistra, salì su una sporgenza della roccia, alzò una tenda arancione e si fece da parte: «Il tuo yali, Usul».

Paul esitò prima di salire a sua volta. Provò un’improvvisa riluttanza a trovarsi solo con quella donna. Si era reso conto di essere circondato da un modo di vivere che avrebbe potuto capire soltanto dopo avere assimilato un intero sistema ecologico d’idee e significati. Sentiva che questo mondo dei Fremen cercava d’intrappolarlo, di avvolgerlo inestricabilmente nella rete delle sue usanze. E sapeva fin troppo bene ciò che prometteva la trappola… il selvaggio jihad, la guerra religiosa che lui tentava di evitare a tutti i costi.

«Questo è il tuo yali» ripeté Harah. «Perché esiti?»

Paul annuì, la raggiunse sulla sporgenza, alzò ancor di più la tenda e sentì che le sue mani sfioravano fibre metalliche. La seguì in un piccolo atrio e poi in una stanza più ampia, un quadrato di circa sei metri di lato. Il pavimento era nascosto da un fitto strato di tappeti azzurri, e la roccia delle pareti era rivestita di tessuto verde e ancora azzurro. Sulla sua testa ondeggiavano alcuni globi luminosi, sotto un soffitto nascosto da un drappo giallo.

Paul ebbe l’impressione di trovarsi in un’antica tenda.

Harah lo fronteggiò, la mano sinistra su un fianco. I suoi occhi gli studiavano il viso. «I bambini sono con un amico» disse. «Si presenteranno a te più tardi.»

Paul mascherò la sua inquietudine scrutando rapidamente la stanza. A destra alcune tende sottili nascondevano una stanza più grande, con numerosi cuscini ammucchiati lungo le pareti. Sentì un lieve alito di vento provenire da un condotto per l’aria, ne vide lo sfogo abilmente dissimulato nel disegno delle tappezzerie proprio di fronte a lui.

«Vuoi che ti aiuti a toglierti la tuta distillante?» chiese Harah.

«No… grazie.»

«Vuoi del cibo?»

«Sì.»

«Oltre quella stanza c’è una camera di riposo. (L’indicò). Per la tua comodità e il tuo piacere, quando sei fuori dalla tuta distillante.»

«Hai detto che dovremo lasciare questo sietch» disse Paul. «Non dovremmo cominciare a fare i bagagli o qualcosa del genere?»

«Sarà fatto a suo tempo» ribatté Harah. «I macellai non sono ancora penetrati nel nostro territorio.»

Esitò ancora fissandolo.

«Che cosa c’è?» le chiese Paul.

«Tu non hai gli occhi di Ibad» disse Harah. «È strano… ma non del tutto spiacevole.»

«Vai a prendere il cibo» le intimò Paul. «Ho fame.»

Harah gli sorrise… un sorriso di donna fin troppo consapevole che l’inquietò. «Sono la tua serva» lei gli disse, e si girò, allontanandosi con passo agile, chinando il capo per passare sotto una pesante tenda sulla parete, che rivelò uno stretto passaggio prima di ricadere al suo posto.

Infuriato con se stesso, Paul superò, sfiorandola, la tenda sottile alla sua destra ed entrò nella stanza più grande. Restò immobile, combattuto dall’incertezza. E si domandò dove fosse Chani… Chani che aveva appena perduto suo padre.

In questo, siamo uguali, pensò.

Un ululato gli giunse dai corridoi, all’esterno, soffocato dai tendaggi. Si ripeté, più lontano, una seconda volta, e una terza. Paul si rese conto che qualcuno stava annunciando l’ora. Si ricordò di non aver visto orologi.

Il debole odore d’un fuoco di creosoto lo raggiunse alle narici, mescolandosi all’onnipresente puzzo del sietch. Paul si accorse di aver già abolito il fetore dalla sua coscienza.

E nuovamente si chiese dove fosse sua madre, e quale sarebbe stato il suo ruolo nelle immagini del futuro che aveva appena intravisto… e quello della figlia che portava in grembo. Il tempo, quel tempo sempre diverso, danzava intorno a lui. Scosse violentemente la testa, concentrando la sua attenzione sulla molteplice profondità e ampiezza della cultura dei Fremen che li aveva appena inghiottiti.

Con tutte le sue elusive differenze.

Nelle caverne dei Fremen e nella stanza in cui si trovava in quel momento aveva notato un particolare che, da solo, bastava a suggerire differenze ancora più grandi di quelle che finora aveva visto.

Non c’era, qui, il più piccolo rivelatore di veleni, nessuna indicazione che qualcuno lo usasse, in quel formicaio sotterraneo. E tuttavia, nell’universale fetore del sietch, egli sentiva i veleni, i più comuni e potenti.

Udì un fruscio di tende, pensò che fosse Harah di ritorno col cibo e si voltò. Invece, sotto un lembo di tenda scostato, vide due bambini, forse di nove o dieci anni, che lo fissavano con occhi bramosi. Tutti e due avevano un piccolo cryss simile a un kindjal, e la mano appoggiata all’impugnatura.

E Paul si ricordò delle storie sui Fremen, in cui si diceva che i loro bambini combattevano ancor più ferocemente degli adulti.