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Le mani si muovono, le labbra si muovono, Le idee nascono dalle sue parole, E i suoi occhi ti divorano! Egli è un universo di egoismo.
descrizione dal «Manuale di Muad’Dib», della Principessa Irulan

La folla gremiva la caverna debolmente illuminata dai tubi fosforescenti sulle pareti più lontane… La cavità nelle rocce era immensa, pensò Jessica, più grande perfino della Sala delle Adunanze alla Scuola Bene Gesserit. Dovevano esserci almeno cinquemila persone là dentro, stimò, sotto la sporgenza rocciosa sulla quale lei si trovava accanto a Stilgar.

E altre stavano arrivando.

L’aria era piena del mormorio della gente.

«Tuo figlio è stato svegliato e convocato, Sayyadina» disse Stilgar. «Vuoi che sia partecipe della tua decisione?»

«Potrebbe forse cambiarla?»

«Certo, l’aria con cui tu ne parli viene dai tuoi polmoni, ma…»

«La mia decisione è presa» disse Jessica.

Ma era in preda al dubbio, e si chiese se avrebbe potuto usare Paul come pretesto per tirarsi indietro dal pericoloso cammino. C’era anche una figlia non ancora nata cui pensare. Ciò che metteva in pericolo la carne della madre, metteva in pericolo anche quella della figlia.

Alcuni uomini avanzarono, vacillando sotto pesanti tappeti arrotolati: scaricarono il loro fardello sotto la sporgenza, sollevando nuvole di polvere.

Stilgar l’afferrò per un braccio e la condusse fino all’interno della cavità acustica che formava il lato posteriore della sporgenza. Le indicò un sedile di roccia in fondo alla cavità. «La Reverenda Madre prenderà posto qui, ma tu puoi sederti e riposarti fino al suo arrivo.»

«Preferisco restare in piedi» disse Jessica.

Guardò gli uomini che srotolavano i tappeti, rivestendone la sporgenza, e la gente sempre più numerosa. C’erano, ora, almeno diecimila persone nella caverna.

E continuavano ad arrivare.

Fuori nel deserto, lei lo sapeva, le sabbie si tingevano di rosso al tramonto, ma qui dentro regnava un perpetuo crepuscolo, una grigia immensità dove la gente si affollava per vederla rischiare la vita.

Un varco si aprì tra la folla, alla sua destra, e vide Paul che si avvicinava in compagnia di due bambini dall’aria molto seria. Stringevano l’impugnatura del coltello, fissando trucemente la folla su entrambi i lati.

«I figli di Jamis che ora sono i figli di Usul» disse Stilgar. «Lo scortano con molta convinzione.» Azzardò un sorriso a Jessica.

Lei indovinò lo sforzo di Stilgar per rasserenarla e gliene fu grata, ma non riuscì a distogliere la mente dal pericolo che stava per affrontare.

Non avevo altra scelta, pensò. Dobbiamo agire rapidamente per garantirci un posto tra questi Fremen.

Paul salì sulla terrazza lasciando i bambini più sotto. Fronteggiò Jessica, lanciò un’occhiata a Stilgar, poi fissò di nuovo la madre: «Che cosa succede? Pensavo che mi avesse convocato il consiglio».

Stilgar alzò una mano per ottenere silenzio, e indicò un altro varco che si era aperto tra la folla. Chani si stava avvicinando, il suo viso da elfo segnato dal dolore. Si era sfilata la tuta distillante e indossava una graziosa tunica azzurra che le lasciava scoperte le braccia. Un fazzoletto verde era annodato al suo braccio, vicino alla spalla.

Verde, il colore del pianto, pensò Paul.

I due figli di Jamis gli avevano spiegato indirettamente l’usanza, quando avevano dichiarato che non indossavano niente di verde poiché avevano accettato lui come padre custode.

«Sei tu il Lisan al-Gaib?» gli avevano chiesto. Paul aveva avvertito il jihad nelle loro parole, ma aveva stornato la minaccia facendo a sua volta una domanda. E aveva appreso, in tal modo, che Kaleff, il più vecchio dei due, aveva dieci anni ed era il figlio naturale di Geoff. Orlop, il più giovane, aveva otto anni ed era il figlio naturale di Jamis.

Aveva passato una strana giornata in compagnia dei due bambini, ai quali aveva chiesto di montare la guardia per allontanare i curiosi. Così, aveva avuto tutto il tempo di riflettere con calma e di restituire un po’ di ordine ai suoi ricordi prescienti, studiando il modo di prevenire il jihad.

Ora, in piedi accanto alla madre sulla sporgenza rocciosa, guardò la folla e si chiese se mai sarebbe stato possibile impedire lo scatenarsi di quelle orde di fanatici.

Chani era ormai vicina, seguita a distanza da quattro donne che ne trasportavano un’altra in una lettiga.

Jessica ignorò l’avvicinarsi di Chani, concentrando tutta la sua attenzione sulla donna della lettiga: una megera, un essere antico e raggrinzito, rivestito di un abito nero con un cappuccio rovesciato all’indietro che rivelava un collo rugoso e un ciuffo di capelli grigi legati strettamente in un nodo.

Le quattro portatrici calarono con delicatezza il fardello sulla sporgenza rocciosa e Chani aiutò la vecchia ad alzarsi.

Così, questa è la loro Reverenda Madre, pensò Jessica.

La vecchia si appoggiò pesantemente a Chani e avanzò ondeggiando verso Jessica. Le parve un mazzo di bastoni chiuso in un sacco nero. Si arrestò davanti a lei, la scrutò dal basso in alto per un lungo attimo, prima di rivolgere uno stridulo bisbiglio.

«Così, tu sei l’Unica.» La vecchia testa ondeggiò precariamente sul collo sottile. «La Shadout Mapes aveva ragione, quando provava pietà per te.»

Jessica replicò in tono sdegnato: «Non ho bisogno della pietà di nessuno».

«Questo è da vedersi» stridette la vecchia. Si voltò con sorprendente agilità a fronteggiare la folla. «Diglielo, Stilgar.»

«Devo dirglielo io?»

«Noi siamo il popolo dei Misr» disse la vecchia con voce raschiante. «Dal giorno in cui i nostri antenati fuggirono da Nilotic al-Ouruba, noi abbiamo conosciuto soltanto la fuga e la morte. I giovani vivono perché il nostro popolo non deve morire.»

Stilgar respirò profondamente e fece due passi avanti.

Jessica sentì la folla che si azzittiva: almeno ventimila persone, ora, in piedi, in silenzio, quasi senza muoversi; all’improvviso la fecero sentire piccola e vulnerabile.

«Questa notte dobbiamo abbandonare il sietch che ci ha dato rifugio per tanto tempo, e andare a sud, nel deserto» disse Stilgar. La sua voce tuonò sulla marea dei volti sollevati, rimbombando nella cavità acustica alle sue spalle.

La folla mantenne un silenzio assoluto.

«La Reverenda Madre mi ha detto che non potrà sopravvivere a un altro hajra» continuò Stilgar. «Noi siamo già vissuti senza Reverenda Madre, ma non è bene che un popolo in cerca di un nuovo focolare ne sia privo.»

Ora la folla aveva cominciato ad agitarsi, percorsa da un fremito d’inquietudine e da bisbiglii sempre più intensi.

«Perché questo non accada» riprese Stilgar, «la nostra nuova Sayyadina, Jessica dalla Magica Arte, ha acconsentito a dedicarsi ai riti. Tenterà il passo interiore, per non farci perdere la forza della nostra Reverenda Madre.»

Jessica dalla Magica Arte, pensò lei. Colse lo sguardo di Paul puntato su di lei, i suoi occhi pieni di perplessità. Ma la sua bocca era costretta al silenzio dall’assoluta stravaganza di quanto li circondava.

Se morirò nel tentativo, che cosa gli accadrà? si chiese Jessica. Ancora una volta la sua mente fu piena di dubbi.

Chani condusse la Reverenda Madre fino al sedile di roccia, nel cuore della cavità acustica, poi ritornò accanto a Stilgar.

«Acciocché noi non perdiamo tutto se Jessica dalla Magica Arte dovesse fallire la prova» riprese Stilgar, «Chani, figlia di Liet, sarà consacrata Sayyadina oggi stesso.»