Si scostò, e dalle profondità della cavità acustica giunse a loro la voce della vecchia, un bisbiglio amplificato, aspro e penetrante: «Chani è ritornata dal suo hajra… Chani ha visto le acque».
Il mormorio della folla si alzò in risposta: «Ha visto le acque».
«Io consacro Sayyadina la figlia di Liet» sibilò la vecchia.
«È accettata» rispose la folla.
Paul ascoltava appena la cerimonia, la sua attenzione era ancora concentrata su quello che era stato appena detto di sua madre.
Se dovesse fallire?
Si voltò a guardare colei che chiamavano Reverenda Madre, studiandone le asciutte sembianze da vecchia megera, l’imperscrutabile fissità degli occhi azzurri. Sembrava che la più piccola brezza dovesse soffiarla via, e tuttavia qualcosa in lei suggeriva che avrebbe resistito perfino a una tempesta di Coriolis. Da lei emanava la stessa forza che Paul si ricordò di aver percepito nella Reverenda Madre Gaius Helen Mohiam, quando gli aveva fatto subire l’atroce agonia del gom jabbar.
«Io, la Reverenda Madre Ramallo, la cui voce è quella di una moltitudine, vi dico questo» proseguì la vecchia. «È giusto che Chani sia accettata come Sayyadina.»
«È giusto» rispose la folla.
La vecchia annuì e bisbigliò ancora: «Io le do i cieli argentei, il deserto dorato e le sue rocce scintillanti, e i campi verdi che verranno. Io do tutto questo alla Sayyadina Chani. E per evitare che dimentichi di essere al servizio di tutti noi, saranno suoi i compiti domestici in questa Cerimonia del Seme. Che tutto sia secondo la volontà di Shai-hulud». Alzò un braccio scuro e rinsecchito come un bastone e lo lasciò ricadere.
Jessica ebbe l’impressione, all’improvviso, che la cerimonia l’avesse afferrata come una corrente impetuosa, trascinandola via senza alcuna possibilità di ritorno. Lanciò un’ultima occhiata al volto perplesso di Paul e si preparò ad affrontare l’ordalia.
«Che si avanzino i Maestri dell’Acqua» disse Chani, con un’esitazione appena percettibile nella sua voce di fanciulla.
In quel preciso istante Jessica sentì il pericolo addensarsi su di lei, nell’improvviso silenzio della folla, nei suoi sguardi.
Un gruppo di uomini si aprì la strada lungo un varco serpentino tra la gente. Comparvero dal fondo della caverna e vennero avanti a coppie. Ogni coppia portava un sacco di pelle, grande il doppio di una testa umana. I sacchi oscillavano pesantemente.
I due primi uomini depositarono il sacco ai piedi di Chani sulla terrazza rocciosa e indietreggiarono. Jessica fissò il sacco e poi i due uomini. Avevano i cappucci gettati all’indietro, rivelando i lunghi capelli annodati alla base del collo. I loro occhi tenebrosi affrontarono impassibili il suo sguardo.
Un pesante aroma di cinnamomo si alzò dal sacco. Spezia? si chiese Jessica.
«C’è l’acqua?» chiese Chani.
Il Maestro alla sinistra, un uomo sfregiato da una cicatrice purpurea alla radice del naso, annuì. «C’è l’acqua, Sayyadina. Ma non possiamo berla.»
«C’è il seme?» chiese Chani.
«C’è il seme» disse l’uomo.
Chani s’inginocchiò e appoggiò le mani sul sacco ondeggiante. «Siano benedetti l’acqua e il seme.»
C’era qualcosa di familiare nel rito e Jessica fissò nuovamente la Reverenda Madre Ramallo. La vecchia si era raggomitolata sul sedile, chiudendo gli occhi, e sembrava dormisse.
«Sayyadina Jessica» l’interpellò Chani.
Jessica si voltò e affrontò lo sguardo della fanciulla.
«Hai bevuto l’acqua benedetta?» le chiese Chani.
Prima che Jessica potesse rispondere, Chani continuò: «È impossibile che tu abbia bevuto l’acqua benedetta. Tu vieni da un altro mondo e non godi del privilegio».
Un sospiro passò tra la folla, un fruscio di mantelli, che fecero rizzare i capelli sulla nuca di Jessica.
«Il raccolto è stato abbondante e il creatore distrutto» riprese Chani. Cominciò a slegare il tubo in cima al sacco.
Il pericolo urlava intorno a Jessica. Lanciò un’occhiata a Paul, ma vide che era affascinato dal rito e aveva occhi soltanto per Chani.
Ha già vissuto questo istante nel tempo? si chiese Jessica. Si portò una mano al ventre, pensando alla figlia non ancora nata, lì dentro: È giusto che io metta in pericolo la vita di entrambe?
Chani le porse l’estremità del tubo e disse: «Qui c’è l’Acqua della Vita, l’acqua più grande dell’acqua… Kan, l’acqua che libera l’anima. Se tu sei una Reverenda Madre, essa ti aprirà l’universo. Spetta a Shai-hulud giudicare».
Jessica fu combattuta tra il dovere verso la figlia non nata e gli obblighi nei confronti di Paul. Per lui, lo sapeva, avrebbe dovuto afferrare il tubo e bere il liquido contenuto nel sacco… ma nell’istante in cui si piegò ad accettarlo tutti i suoi sensi l’avvertirono del pericolo. Il contenuto del sacco esalava un odore amaro, simile a quello di molti veleni a lei ben noti, ma anche diverso.
«Ora, devi bere» disse Chani.
Non c’è scampo, pensò Jessica. Niente in tutto il suo addestramento Bene Gesserit le suggeriva una via d’uscita.
Che cos’è, dunque? si chiese. Un liquore? Una droga?
Si piegò ancora di più sul tubo, percepì altri odori eterei tra quello di cinnamomo e ricordò l’ubriachezza di Idaho. Birra di spezia? si chiese. Afferrò l’estremità del tubo tra i denti e inghiottì un piccolo sorso. Sentì il gusto della spezia sulla lingua, con qualcosa di acre.
Chani allora schiacciò il sacco e un getto violento schizzò in gola a Jessica, che si sforzò d’inghiottirlo conservando tutta la sua dignità.
«Accettare una piccola morte è spesso peggiore della grande morte» disse Chani. Fissò Jessica e attese.
E Jessica le restituì lo sguardo, sempre col tubo in bocca. Il sapore del liquido era sul suo palato, nelle narici, nelle guance, negli occhi… Era dolce, adesso.
Fresco.
Ancora una volta Chani spremette il liquido nella bocca di Jessica.
Delicato.
Jessica studiò il viso di Chani, i suoi tratti da elfo, ritrovando le somiglianze con Liet-Kynes, lievi tracce che il tempo non aveva ancora fissato.
Mi hanno somministrato una droga, pensò.
Ma era diversa da ogni altra sostanza a lei conosciuta, e l’addestramento Bene Gesserit le aveva imposto l’assaggio d’innumerevoli narcotici.
Le sembianze di Chani erano sempre più nette, come se si stagliassero contro una luce violenta.
Una droga.
Il silenzio turbinò intorno a Jessica. Ogni fibra del suo corpo aveva accettato la profonda trasformazione che avveniva in lei. Le sembrò di essere un’infimo granello di polvere cosciente, più piccolo di qualsiasi particella subatomica e tuttavia capace di muoversi e di percepire il mondo intorno a sé. Il velo si squarciò e lei si accorse improvvisamente di una estensione psichica, sensoria e motoria, di se stessa. Era un granello di sabbia, e tuttavia…
Intorno a lei la caverna esisteva ancora… e la gente. Li percepì: Paul, Chani, Stilgar, la Reverenda Madre Ramai lo.
Reverenda Madre!
Alla scuola correvano voci che, a volte, non si sopravviveva all’ordalia della Reverenda Madre; che la droga uccideva.
Jessica concentrò la sua attenzione sulla Reverenda Madre Ramallo, e ora si accorse che tutto questo accadeva in un breve istante… in un tempo sospeso soltanto per lei.
Perché mai il tempo si è fermato? si chiese. Contemplò tutti quei volti pietrificati intorno a lei; un granello di polvere era sospeso sulla testa di Chani, in attesa.
In quel preciso istante la risposta le giunse come un’esplosione nella coscienza: il suo tempo personale era sospeso per salvarle la vita.