Concentrò quell’estensione psico-sensori-motoria di se stessa, guardò nel proprio interiore e le si stagliò dinanzi un nucleo cellulare, un pozzo di tenebra dal quale fuggì inorridita.
È il luogo in cui non possiamo guardare, pensò. Quello che le Reverende Madri menzionano con tanta riluttanza e che soltanto lo Kwisatz Haderach può osservare.
Comprendendo questo, si sentì un po’ rinfrancata, e osò nuovamente concentrare quella estensione: si trasformò in un granello di polvere intento a esplorare se stesso, alla ricerca del pericolo.
Lo trovò nella droga che aveva inghiottito.
Dentro di lei la droga era un turbine di particelle danzanti, così rapide che neppure l’arresto del tempo riusciva a fermarle. Particelle danzanti. Riconobbe talune strutture chimiche familiari, taluni legami atomici: qui un atomo di carbonio, lì una catena elicoidale… una molecola di glucosio. Fronteggiò un’intera catena di molecole, una proteina… una proteina metilica.
Ahhh!
Fu come un sospiro mentale, privo di suono, nel più profondo di se stessa. Aveva identificato la natura del veleno.
Scivolò dentro di esso con la sua sonda psico-sensori-motoria; staccò un atomo di ossigeno, legò un carbonio, un ossidrile.
Il mutamento si diffuse… sempre più rapido mentre la superficie di contatto della reazione catalitica si estendeva.
Il tempo sospeso l’abbandonò: Jessica percepì movimento. L’estremità del tubo si agitò ancora tra le sue labbra, lievemente e raccolse una goccia della sua saliva.
Chani sta prendendo il catalizzatore dal mio corpo per trasformare il veleno di quel sacco, pensò Jessica. Perché?
Qualcuno la fece sedere. Vide che altri accompagnavano accanto a lei la Reverenda Madre Ramallo, sull’orlo della sporgenza rocciosa ricoperto dai tappeti. Una mano rinsecchita le sfiorò il collo.
E un’altra particella psico-sensori-motoria penetrò la sua coscienza! Jessica cercò di respingerla, ma la particella avanzò verso di lei, più vicina, sempre più vicina…
Si toccarono!
Fu l’intima unione, la più completa e definitiva, tra due individui, e fu due persone nello stesso tempo. Non già telepatia ma la reciproca coscienza.
Era la Reverenda Madre!
Ma Jessica vide che la Reverenda Madre non pensava a se stessa come a una vecchia. Nelle due menti fuse insieme, un’immagine si dispiegò: una fanciulla dallo spirito allegro e danzante.
All’interno della mutua coscienza la fanciulla disse: «Sì, questa sono io». Jessica poté soltanto accettare queste parole, senza rispondere.
«Presto avrai tutto» disse l’immagine interiore.
Un’allucinazione, pensò Jessica.
«Sai che non è vero» continuò l’immagine. «Dobbiamo far presto, ora. Non combattermi. Non c’è molto tempo. Noi…» Una lunga pausa, quindi un grido silenzioso: «Perché non ci hai detto che sei incinta?»
Jessica riuscì in qualche modo a risponderle, dentro di sé: «Perché?»
«Questo vi ha cambiato tutte e due! Santa Madre, che cosa abbiamo fatto?»
Jessica percepì un mutamento nella mutua coscienza e una terza particella apparve al suo occhio interiore. Irradiava puro terrore.
«Dovrai esser forte» disse l’immagine della Reverenda Madre. «Sei fortunata ad avere in grembo una figlia. Un feto maschile sarebbe stato ucciso. Ora, con prudenza… lentamente… tocca tua figlia. Sii tua figlia. Assorbi la sua paura… usa il tuo coraggio e la tua forza per calmarla… lentamente… lentamente…»
La particella turbinante si avvicinò e Jessica si sforzò di toccarla.
Il terrore minacciò di sopraffarla.
Lo combatté con l’unico mezzo che conosceva: «Non avrò paura. La paura uccide la mente…»
La litania le restituì una parvenza di calma. La particella s’immobilizzò accanto a lei.
Le parole non servirebbero, pensò Jessica.
Si abbassò al livello delle emozioni primordiali, irradiò amore, conforto, una calda tranquillità protettiva.
Il terrore si ritirò.
Ancora una volta la presenza della Reverenda Madre s’impose, ma la percezione, ora, era triplice… Due erano attive e la terza, immobile, assorbiva tranquillamente.
«Il tempo stringe» disse la Reverenda Madre, «e ho molto da darti. E ignoro se tua figlia potrà accettare tutto e conservare la sua sanità mentale. Ma così dev’essere: i bisogni della tribù vengono prima di ogni altra cosa.»
«Che…»
«Fai silenzio!… Sei pronta a ricevere?»
E davanti a Jessica sfilò una serie di esperienze, immagini istantanee come il nastro registrato di un proiettore subliminale alla scuola Bene Gesserit… ma più rapido… terribilmente più rapido.
E tuttavia… chiaro.
Riconobbe ogni esperienza nel medesimo istante in cui essa si manifestava: c’era un amante, virile, barbuto, con gli occhi scuri dei Fremen, e Jessica sentì la sua forza e la sua tenerezza, e l’intera sua vita in un attimo, nella memoria della Reverenda Madre.
Non c’era tempo di pensare all’effetto che tutto questo avrebbe avuto sul feto di sua figlia, c’era soltanto il tempo di accettare e registrare. Le esperienze si riversavano su Jessica: la nascita, la vita, la morte, una miriade di episodi importanti e trascurabili, un’intera esistenza in una successione di lampi.
Perché mai uno scroscio di sabbia dall’alto di una roccia si è inciso in tal modo tra i ricordi? si chiese Jessica.
Troppo tardi si accorse di quanto stava accadendo: la vecchia moriva e nel morire riversava le sue esperienze nella coscienza di Jessica, come acqua in una tazza. La terza particella svanì lentamente nella propria coscienza prenatale, sotto lo sguardo interiore della madre, mentre la vecchia Reverenda Madre lasciava l’intera sua vita nella memoria di Jessica, con un ultimo gemito confuso.
«Ti ho atteso a lungo» bisbigliò. «Eccoti la mia vita.»
E in verità, la sua vita era lì, dentro Jessica, intatta e ben conservata.
Perfino l’istante della morte.
Ora, sono una Reverenda Madre. Questo pensiero folgorò Jessica.
Le bastò un attimo per capire. E seppe, finalmente, che cos’era in realtà una Reverenda Madre del Bene Gesserit. La droga velenosa l’aveva trasformata.
Non era esattamente così alla scuola Bene Gesserit, pensò. Lei lo sapeva, adesso, anche se nessuno l’aveva introdotta a questi misteri.
Ma il risultato era identico.
Jessica sentì la particella infinitesimale di sua figlia che sfiorava ancora la sua coscienza interiore. A sua volta la toccò, ma non ebbe risposta.
E in quell’istante, con la comprensione di quanto le era accaduto, Jessica fu invasa da un profondo senso di solitudine. Vide la propria vita rallentare, mentre intorno a lei, al contrario, le altre vite si svolgevano sempre più rapide, al punto che il complesso disegno delle reciproche influenze era chiaramente visibile.
La sua percezione interiore si faceva meno intensa col diminuire degli effetti della droga, ma sentiva ancora la presenza dell’altra particella: la sfiorò nuovamente, con un senso di colpa per quanto aveva consentito le accadesse.
L’ho fatto, mia povera piccola figlia ancora priva di forma. Ti ho portato in questo universo e ti ho esposta senza alcuna difesa alla infinita varietà delle sue conoscenze.
Un infinitesimo flusso di amore-conforto, come un riflesso di quello che lei aveva riversato, le giunse dall’altra particella.
Prima di potervi rispondere, sentì la presenza dell’adab, il ricordo che esige. C’era qualcosa che andava fatto. Cercò di liberarsi, ancora stordita dalle ultime tracce della droga che impregnavano i suoi sensi.