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Potrei cambiare quelle tracce! disse tra sé. Potrei cambiare l’azione della droga e renderla inoffensiva. Ma sarebbe un errore. Sto partecipando a un’unione rituale.

Seppe, allora, quello che andava fatto.

Aprì gli occhi e accennò al sacco dell’acqua che Chani teneva sospeso sopra di lei.

«È stato benedetto» disse Jessica. «Mescolate le acque, lasciate che il mutamento giunga a tutti, che il popolo possa partecipare e condividere la benedizione.»

Lascia che il catalizzatore svolga la sua opera, pensò. Lascia che il popolo ne beva, e che ognuno, per un attimo, abbia la più intensa percezione. La droga non è più pericolosa… ora che una Reverenda Madre l’ha mutata.

E tuttavia, l’imperioso richiamo del ricordo che esige agiva ancora su di lei. Seppe che c’era un’altra cosa da fare, ma la droga le impediva di concentrarsi.

Ahhhh… La Reverenda Madre.

«Ho incontrato la Reverenda Madre Ramallo» disse Jessica. «Lei se n’è andata, ma ugualmente rimane tra noi. Che il rito onori la sua memoria.»

Dove ho imparato queste parole? si chiese.

E subito capì che provenivano da un’altra memoria, la vita che le era stata donata e che era parte di lei stessa. Tuttavia le sembrò che mancasse qualcosa.

«Che facciano pure la loro orgia», disse l’altra memoria dentro di lei. «Hanno così pochi piaceri, dalla vita! Inoltre, tu e io abbiamo bisogno di un altro breve istante per conoscerci, prima che io mi dissolva completamente nei tuoi ricordi. Mi sento già legata a molti di essi. Ahhh… la tua mente è piena di cose interessanti! Innumerevoli cose che non avrei mai immaginato.»

E la memoria incapsulata nella sua mente si aprì a Jessica, come un immenso corridoio, in una successione infinita di Reverende Madri…

Jessica indietreggiò terrorizzata all’idea di sprofondare in quest’oceano sconfinato. Ma il corridoio non si cancellò, rivelando l’incredibile antichità della cultura dei Fremen.

Seppe così che vi erano stati dei Fremen su Poritrin, un intero popolo che si era rammollito su quel pianeta troppo facile, vittima predestinata degli incursori imperiali in cerca di prede per le colonie umane di Bela Tegeusi e Salusa Secundus.

Oh, il lamento che Jessica percepì!

Dalle profondità del corridoio, una voce immagine gridò: «Ci hanno negato lo Hajj

E Jessica, nel corridoio interiore, vide le luride capanne degli schiavi su Bela Tegeusi e il modo in cui gli uomini erano stati eliminati e selezionati per popolare Rossak e Harmonthep. Scene di ferocia incredibile si dispiegavano davanti a lei come i petali d’un orribile fiore. E vide il filo del passato, da Sayyadina a Sayyadina, dapprima trasmesso a voce, nascosto nei canti della sabbia, poi nelle Reverende Madri, grazie alla scoperta della droga su Rossak… E il filo era più solido che mai ora, su Arrakis, con la scoperta dell’Acqua della Vita.

Sempre più in giù, nel corridoio, un’altra voce gridò: «Mai perdonare! Mai dimenticare!»

Ma l’attenzione di Jessica si era concentrata sulla rivelazione dell’Acqua della Vita. Vide la fonte: l’esalazione liquida di un verme delle sabbie morente, di un creatore. E quando vide come veniva ucciso il creatore, in qualche punto della sua memoria, ne fu sconvolta.

Il creatore veniva annegato!

«Madre, che cos’hai?»

La voce di Paul. Lottò per uscire dalla vista interiore e lo guardò, conscia dei suoi doveri verso di lui, ma irritata per la sua intromissione.

Sono come una persona le cui mani siano rimaste paralizzate per tutta la vita, intorpidite, finché un giorno, all’improvviso, hanno ritrovato la loro sensibilità.

Il pensiero restò sospeso nella sua mente, una consapevolezza totale.

E io dico: «Guardate! Ho due mani!» Ma la folla qui intorno mi chiede. «Che cosa sono le mani?»

«Che cos’hai?» ripeté Paul.

«Niente.»

«Posso bere?» indicò il sacco tra le mani di Chani. «Vogliono che beva.»

Jessica percepì il significato nascosto tra le parole e comprese che lui aveva visto il veleno nella sostanza originale, prima che fosse cambiata, ed era preoccupato per lei. Allora Jessica cominciò a chiedersi quali fossero i limiti della prescienza di suo figlio. Quella domanda rivelava molte cose.

«Puoi bere» gli disse. «È stato cambiato.» E guardò Stilgar, alle spalle di Paul, che la studiava con occhi tenebrosi.

«Ora sappiamo che non hai mentito» dichiarò Stilgar.

Lei avvertì un significato nascosto anche in quella frase, ma il languore della droga le ottenebrava ancora i sensi. Com’era calda e rilassante! I Fremen erano stati così buoni con lei a procurarle una simile unione…

Paul vide che la droga si impadroniva di sua madre.

Cercò allora nella propria memoria… il passato immutabile, le onde di futuri possibili. Col suo occhio interiore gli pareva di esplorare una successione d’istanti immobili e sconcertanti: i frammenti, strappati al flusso del tempo, erano assai difficili a capirsi.

La droga… Poteva accumulare un gran numero di dati su di essa, capire ciò che stava facendo a sua madre, ma era una conoscenza priva del suo ritmo naturale, di un sistema di riflessione reciproca.

All’improvviso capì che una cosa era la visione del passato nel presente, ma che l’autentica prova della preveggenza era ben diversa: vedere il passato nell’avvenire.

Tutto continuava a essere diverso da ciò che sembrava.

«Bevi» disse Chani. Gli fece ondeggiare l’imboccatura del tubo sotto il naso.

Paul s’irrigidì, fissando Chani. Sentì nell’aria l’eccitazione che annunciava una festa. Sapeva quello che sarebbe accaduto se avesse bevuto la droga: la quintessenza della sostanza che aveva causato in lui il mutamento. Sarebbe ritornato alla visione del tempo puro, un tempo divenuto spazio. La droga lo avrebbe portato su una cima, ad altezze vertiginose, e lo avrebbe sfidato a capire.

«Bevi, ragazzo» disse Stilgar, alle spalle di Chani. «Stai ritardando il rito.»

Prestò orecchio alla folla e percepì, nelle innumerevoli voci, una nota selvaggia. «Lisan al-Gaib» dicevano. «Muad’Dib!» Fissò la madre: Jessica dormiva tranquilla; il suo respiro era profondo e regolare. Nella sua mente sorse una frase giunta da quell’avvenire che era il suo solitario passato: «Dorme nell’Acqua della Vita».

Chani lo tirò per la manica.

Paul afferrò con le labbra l’imboccatura del tubo, e udì la gente che gridava, intorno a lui. Sentì il liquido gorgogliargli nella gola, mentre Chani schiacciava il sacco, e la droga lo stordì. Poi Chani gli tolse il tubo e affidò il sacco alle innumerevoli mani che si protendevano verso di lei dal fondo della caverna. Gli occhi di Paul fissarono il suo braccio e il verde bracciale del dolore.

Chani, rialzandosi, vide il suo sguardo. Disse: «Posso piangerlo anche nella felicità dell’Acqua. Anche questo ci ha dato». Gli afferrò le mani e lo sospinse attraverso la sporgenza rocciosa. «Siamo uguali in questo, Usuclass="underline" entrambi abbiamo perduto il padre per mano degli Harkonnen.»

Paul la seguì. Gli sembrava che qualcuno gli avesse staccato la testa dal corpo e l’avesse poi ricollocata a posto con nuove, strane connessioni. Sentiva le gambe lontane e molli.

Scivolarono dentro a uno stretto passaggio laterale, le cui pareti erano debolmente illuminate. La droga già produceva il suo effetto su Paul, e il tempo sbocciava davanti a lui come un fiore. Dovette appoggiarsi a Chani, quando la fanciulla scivolò in un altro tunnel oscuro. Il contatto della sua carne tenera e robusta gli eccitò il sangue. La sensazione si mescolò all’effetto della droga, ripiegando passato e futuro sul presente, in una triplice, quasi istantanea messa a fuoco.