«Ti conosco, Chani» bisbigliò. «Eravamo seduti su una sporgenza sopra la sabbia e io ho calmato le tue paure. Ci siamo accarezzati nell’oscurità del sietch. Noi…» Tutto gli si offuscò davanti agli occhi, scosse la testa e incespicò.
Chani lo sostenne e gli fece strada al di là di pesanti tende gialle, nel calore di un appartamento privato… tavoli bassi, cuscini, un materasso sotto una coperta arancione.
Paul capì vagamente che si erano fermati. Chani era in piedi, davanti a lui e lo fissava. I suoi occhi tradivano un silenzioso terrore.
«Dimmelo» mormorò.
«Tu sei Sihaya» disse Paul, «la primavera del deserto.»
«Quando la tribù divide l’Acqua» replicò Chani, «noi siamo tutti una… una cosa sola. Noi… dividiamo. Io posso sentire gli altri… in me. Ma ho paura di dividere con te.»
«Perché?»
Cercò di concentrarsi su di lei, ma il passato e il futuro si confondevano col presente, offuscando la sua immagine. La vide in un numero infinito di luoghi e di situazioni.
«C’è qualcosa che mi spaventa, in te» continuò Chani. «Quando ti ho strappato agli altri… l’ho fatto perché era questo che volevano. Tu… sei come una forza. Ci fai vedere… cose!»
Paul si sforzò di parlare distintamente: «Tu… che cosa vedi?»
Lei si guardò le mani: «Vedo un bambino… qui. È nostro figlio, mio e tuo». Si portò una mano alla bocca. «Com’è possibile che io conosca ogni sua sembianza?»
Hanno un po’ del talento, pensò Paul, ma lo rimuovono perché li atterrisce.
Ebbe un attimo di lucidità e vide che Chani tremava.
«Che cosa vuoi dire?» le chiese.
«Usul» disse Chani, e tremava ancora.
«Non puoi ritornare nel futuro» replicò Paul.
Una profonda compassione per lei lo invase. La strinse a sé, accarezzandole la testa. «Chani, Chani, non aver paura.»
«Usul, aiutami!»
Mentre lei parlava, Paul sentì che la droga completava il suo effetto dentro di lui. Il velo del tempo si squarciava per rivelargli il lontano turbine grigio del suo futuro.
«Sei così tranquillo» disse Chani.
Paul s’immobilizzò nella sua visione interiore, in mezzo al tempo che si dilatava nella sua strana dimensione, un vortice stabile e tuttavia tumultuoso, stretto e nel medesimo istante proiettato a raccogliere mondi ed energie innumerevoli: una corda tesa, sulla quale lui doveva procedere, oscillante come un’altalena.
Da un lato, vedeva l’Impero, un Harkonnen chiamato Feyd-Rautha che lo minacciava come una lama mortale, i Sardaukar che si rovesciavano fuori dal loro pianeta per riprendere il massacro su Arrakis, la Gilda che complottava e tacitamente approvava, il Bene Gesserit col suo piano di selezione genetica. Si ammassavano tutti sull’orizzonte, trattenuti soltanto dai Fremen e dal loro Muad’Dib: il gigante Fremen ancora dormiente in attesa della selvaggia crociata che avrebbe devastato l’universo.
Paul sentì di essere il centro, il perno di quell’immensa struttura rotante, e di procedere lungo la corda sottile, l’impercettibile segmento di pace e serenità, insieme con Chani. Davanti a lui una breve parentesi relativamente tranquilla in un sietch nascosto, un istante di quiete in un universo di violenza.
«Non c’è altro luogo possibile per un po’ di pace» concluse.
«Usul, tu piangi!» ansimò Chani. «Usul, mia forza, dai forse la tua umidità ai morti? A quali morti?»
«A quelli che non lo sono ancora» disse Paul.
«Allora, lascia che vivano il tempo della loro vita.»
Attraverso la nebbia della droga Paul seppe che aveva ragione, e la strinse ancora più forte, selvaggiamente. «Sihaya!» gridò.
Chani gli appoggiò una mano sulla guancia: «Non ho più paura, Usul. Guardami. Quando mi stringi così, anch’io vedo quello che tu vedi».
«Che cosa vedi?»
«Vedo noi due che ci scambiamo il nostro amore in un momento di calma fra due tempeste. Questo noi dovremo fare.»
La droga s’impadronì ancora di lui, e pensò: Tu mi hai dato così spesso il conforto e l’oblio. L’afferrò nuovamente l’iperpercezione, con le sue immagini che si stagliavano nel tempo, e sentì il suo futuro trasformarsi in ricordo: le tenere aggressioni dell’amore fisico, la comunione di sé, la spartizione, la dolcezza e la violenza.
«Tu sei forte, Chani» mormorò. «Resta con me.»
«Sempre» disse Chani, e lo baciò sulla guancia.
PARTE TERZA
Il profeta
Nessuna donna, nessun uomo, nessun fanciullo godette mai dell’intimità di mio padre. Se l’imperatore Padiscià ebbe mai con qualcuno un rapporto che assomigliava vagamente all’amicizia, questo fu col Conte Hasimir Fenring, suo compagno d’infanzia. La misura dell’amicizia del Conte Fenring può essere valutata da un fatto positivo: calmò i sospetti del Landsraad, dopo i Fatti di Arrakis. Costò più di un miliardo di solari in spezia, così disse mia madre, e vi furono anche altri doni: schiave, onori regali, titoli nobiliari. Ma la seconda e più importante prova dell’ amicizia del Conte fu negativa: si rifiutò di uccidere un uomo, anche se questo era nelle sue capacita e mio padre l’aveva ordinato. Narrerò di questo più avanti.
Pieno di rabbia, il Barone Vladimir Harkonnen arrivava dai suoi appartamenti, volteggiando nelle chiazze di luce che il tardo pomeriggio faceva piovere dalle finestre, contorcendosi violentemente sui sospensori.
Attraversò come un turbine la cucina privata, la biblioteca, la piccola sala dei ricevimenti e l’anticamera della servitù, dov’era già l’ora del riposo.
Il Capitano della Guardia, Jakin Nefud, era accoccolato su un divano all’altro lato della stanza, il volto torpido e assente, istupidito dalla semuta. Il miagolio lamentoso della musica della semuta lo circondava. Aveva intorno la sua corte personale, pronta a servirlo.
«Nefud!» ruggì il Barone.
Gli uomini saltarono via da ogni lato.
Nefud si alzò, pallido come un morto nonostante il narcotico. La musica della semuta si era interrotta.
«Mio Signore, Barone» disse Nefud. Soltanto la droga impediva alla sua voce di tremare.
Il Barone esaminò i volti che lo circondavano: gli occhi lo fissavano privi di emozione. Nuovamente rivolse la sua attenzione a Nefud e gli disse in tono soave: «Da quanto tempo sei il capitano delle mie guardie, Nefud?»
Nefud deglutì. «Dai tempi di Arrakis, mio Signore. Quasi due anni.»
«E hai sempre previsto i pericoli che minacciavano la mia persona?»
«È stato sempre il mio unico desiderio, mio Signore.»
«E allora, dov’è Feyd-Rautha?» ruggì il Barone.
Nefud indietreggiò. «Mio Signore?»
«Tu non consideri Feyd-Rautha un pericolo per la mia persona?» Nuovamente il tono soave.
Nefud si passò la lingua sulle labbra. L’istupidimento della semuta si dileguava dai suoi occhi. «Feyd-Rautha è nel quartiere degli schiavi, mio Signore.»
«Ancora con le donne, eh?» Il Barone tremò nello sforzo di dominare la rabbia.
«Sire, forse è…»
«Silenzio!»
Il Barone avanzò di un altro passo nella stanza, notando come gli uomini arretrassero, lasciando un certo spazio intorno a Nefud, dissociando se stessi dall’oggetto della sua ira.